Libano, l’esperto: “Necessari 10-15 miliardi di dollari per avviare la ripresa economica”

Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova” Anis Bou Diab, professore di economia all'Università Libanese e membro dell’ufficio del consiglio economico, sociale e ambientale del Libano, commentando la visita a Beirut della delegazione del Fondo monetario internazionale

Il Libano necessita di 10-15 miliardi di dollari per avviare la ripresa economica, coinvolgendo istituzioni internazionali e Paesi donatori. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova” Anis Bou Diab, professore di economia all’Università Libanese e membro dell’ufficio del consiglio economico, sociale e ambientale del Libano, commentando la visita a Beirut della delegazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) iniziata ieri. “Anche se l’Fmi dovesse concedere tre miliardi di dollari in 46 mesi, le altre istituzioni internazionali e i Paesi donatori non accetteranno di aiutare il Libano senza le riforme richieste”, ha spiegato Bou Diab, ribadendo che tre miliardi di dollari non saranno comunque sufficienti per la ripresa economica del Paese. Negli anni, infatti, la comunità internazionale ha promesso a più riprese di stanziare aiuti al Libano, a patto di approvare riforme, necessarie per bloccare la corruzione e garantire maggiore trasparenza.

Bou Diab ha indicato che le riforme necessarie a ricevere i finanziamenti sono l’approvazione della legge di bilancio 2022, la revoca del segreto bancario, la ristrutturazione del settore bancario e il controllo dei capitali. “Queste quattro riforme rappresentano la prima fase del piano. Saranno poi necessarie altre riforme, come la ristrutturazione del settore pubblico e l’unificazione del tasso di cambio”, ha proseguito il professore. Nel 2020, infatti, il tasso ufficiale di cambio della lira libanese rispetto al dollaro era di 1.507 a uno. Tuttavia, il parziale default dello Stato ha portato a una svalutazione e sul mercato nero la valuta locale è precipitata.

“Se vogliamo davvero l’attuazione del programma del Fmi in Libano, le riforme devono essere approvate. È una nostra responsabilità”, ha spiegato Bou Diab, ricordando che tra il 10 e il 16 ottobre si terrà una riunione del Consiglio dei governatori dell’Fmi. “La visita della delegazione vuole sollecitare lo Stato libanese ad approvare le riforme. Senza queste riforme non è possibile concedere il prestito al Paese”, ha ribadito.

Una delegazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) guidata dal capo missione del Fmi per il Libano, Ernesto Ramirez-Rigo, è arrivata ieri, 19 settembre, a Beirut per una visita di tre giorni. La delegazione ha incontrato ieri il ministro delle Finanze uscente Youssef Khalil, il vice primo ministro Saadé Chami, e il ministro uscente dell’Economia, Amin Salam. Dopo un secondo incontro presso il ministero delle Finanze, la delegazione si è poi recata dal presidente del parlamento Nabih Berri. L’incontro con il capo dello Stato Michel Aoun è previsto per la giornata di domani. Secondo la stampa libanese, lo scopo della visita è accelerare il processo di riforme prioritarie previste dall’accordo siglato dal Paese dei cedri e dall’istituzione internazionale il 7 aprile scorso.

Con l’accordo di aprile, il Fondo si è impegnato a elargire finanziamenti da tre miliardi di dollari in quattro anni. L’Fmi potrebbe anche fornire, nell’arco di 46 mesi, 2,17 miliardi di diritti speciali di prelievo, strumento finanziario utilizzato per fornire liquidità agli Stati membri dell’istituzione. Ciò in cambio della realizzazione di riforme strutturali da parte del Libano, Paese che fa fronte a una grave crisi economica e finanziaria dal 2019. Tuttavia, secondo quanto riferito nei giorni scorsi da Gerry Rice, un portavoce del Fmi, negli ultimi cinque mesi non sono stati registrati grandi progressi. “La situazione è difficile e l’attuazione delle misure procede lentamente”, ha osservato il portavoce, evidenziando che ogni ulteriore ritardo “aumenta il costo” della crisi “per Libano e libanesi”. Anche il premier libanese designato, Najib Miqati, aveva riferito, il mese scorso, che “ogni giorno di ritardo costa al Paese 25 milioni di dollari”, con possibile riferimento all’importo delle riserve valutarie detenute dalla Banque du Liban (Bdl).

“Le azioni prioritarie previste nell’accordo preliminare (legge di bilancio 2022, controllo dei capitali, adeguamento del segreto bancario, risoluzione della crisi bancaria, avvio della ristrutturazione del debito e dell’audit delle 14 maggiori banche, finalizzazione dell’audit sulle attività in valuta della Bdl e l’unificazione dei tassi di cambio) sono essenziali per porre fine alla crisi”, ha insistito Gerry Rice. Infine, il portavoce ha fatto sapere che la delegazione del Fmi “spianerà anche il terreno per una nuova missione” che avrà luogo una volta che verrà nominato un nuovo governo a Beirut.

La situazione economica del Libano è delicata, come ben dimostrano i vari tentativi di prendere d’assalto le banche da parte dei correntisti nelle scorse settimane. Un tempo nota come la Svizzera del Medio Oriente, con spiagge dorate e clima mediterraneo, capaci di attirare investitori e turisti da ogni parte del globo, dalla fine del 2019 il Libano sta sempre più sprofondando nella crisi economica e sociale, a cui si affianca uno stallo politico che peggiora il quadro già precario. Nonostante la mancanza di dati ufficiali sulla povertà – che il governo non raccoglie sistematicamente, in parte a causa dell’assenza di un censimento dal 1932 – le stime suggeriscono che la povertà multidimensionale è quasi raddoppiata tra il 2019 e il 2021, colpendo l’82 per cento della popolazione lo scorso anno. I dati diffusi dall’Agenzia per le statistiche del Libano a fine luglio indicano che l’inflazione ha raggiunto il 210 per cento lo scorso giugno su base annua. Si stima che il prodotto interno lordo reale sia diminuito del 10,5 per cento nel 2021, dopo una contrazione del 21,4 per cento nel 2020.

Quest’anno, la Banca mondiale prevede che l’economia libanese si contrarrà di un altro 6,5 per cento, dato lo scenario di incertezza economica. Nel frattempo, il valore della lira libanese ha subito un crollo del 90 per cento sul mercato nero e il debito pubblico ha superato i 100 miliardi di dollari nel 2021, pari al 212 per cento del Pil. L’ultimo rapporto di Fitch Solutions diffuso lo scorso agosto prevede che il tasso d’inflazione media nel 2022 tocchi il 178 per cento, in aumento rispetto al 155 per cento del 2021. Secondo Fitch Solutions il tasso d’inflazione del Libano nel 2022 dovrebbe essere il secondo più alto al mondo, dietro al Sudan. I dati, per quanto allarmanti, sono lontani dal picco dell’inflazione registrato nel 1987, verso la fine della guerra civile (1975-1990), quando raggiunse il 741 per cento. L’inflazione sarà alimentata dagli alti prezzi globali delle materie prime e del petrolio, dal continuo deprezzamento della lira libanese sul mercato parallelo e su Sayrafa, la piattaforma di scambio elettronico regolamentata dalla Banque du Liban (Bdl).

La crisi del 2019 è divenuta conclamata nel marzo 2020, quando il governo ha dichiarato che non sarebbe riuscito a ripagare la tranche da 1,2 miliardi di dollari relativa a un Eurobond emesso nel 2010 e che valeva 30 miliardi. A seguito del default, il governo libanese ha imposto misure di controllo sui movimenti di capitale e il divieto di accesso ai depositi in valuta, oltre a ipotizzare l’accesso a un finanziamento del Fondo monetario internazionale (Fmi). In effetti, ad aprile 2022 – un mese prima delle elezioni parlamentari – le autorità libanesi e la squadra negoziale dell’Fmi hanno raggiunto un accordo su politiche economiche che potrebbero essere sostenute da un finanziamento di 46 mesi con l’accesso a 2.173,9 milioni di diritti speciali di prelievo (equivalenti a circa 3 miliardi di dollari)“.

Lo sblocco dei finanziamenti internazionali, tra cui quelli della Banca mondiale, che lo scorso maggio ha approvato il prestito di emergenza da 150 milioni di dollari destinato al Libano per sostenere la sicurezza alimentare, sono subordinati all’attuazione di riforme. Queste ultime, ovviamente, necessitano di un esecutivo nel pieno dei propri poteri e concorde su una serie di punti. Tuttavia, malgrado i dati economici negativi, la crisi alimentare ed anche dell’elettricità, la classe politica libanese non sembra aver abbastanza motivazioni per uscire dallo stallo e attuare le riforme richieste.

Dopo le elezioni parlamentari del 15 maggio scorso, è presente un braccio di ferro tra il premier designato, Najib Miqati, e il capo dello Stato, Michel Aoun, il cui mandato scade il prossimo 31 ottobre, per l’approvazione della nuova squadra ministeriale, il che ha lasciato il Paese dei cedri in una impasse. La crisi economica e politica libanese ha forti ripercussioni anche al livello sociale. In un rapporto pubblicato a gennaio 2022, l’Unicef ha rivelato che la crisi libanese sta costringendo sempre più i giovani ad abbandonare l’apprendistato e a impegnarsi in lavori sottopagati, irregolari e informali solo per sopravvivere e aiutare a sfamare le loro famiglie. Inoltre, la situazione attuale spinge la popolazione e i rifugiati palestinesi e siriani a lasciare il Paese in modo irregolare. Un rapporto delle Nazioni Unite dello scorso maggio rivela che i rifugiati palestinesi e siriani affrontano condizioni di vita terribili in Libano, con l’88 per cento di loro che vive in condizioni di sopravvivenza minime mentre circa la metà delle famiglie siriane ha problemi alimentari.

Nel 2020, riferisce il portale “Atalayar”, più di 1.500 libanesi – palestinesi o siriani – hanno cercato di lasciare il Paese su barche di fortuna, ma circa il 75 per cento di questi migranti è stato intercettato dalle autorità o rimandato a terra. E da allora la situazione è solo peggiorata, con un aumento preoccupante del numero di barche illegali che cercano di raggiungere le coste cipriote. Negli ultimi mesi, la Direzione per la sicurezza generale del Libano ha annunciato diversi arresti di persone che hanno cercato di lasciare irregolarmente il Paese. Il caso più eclatante del fenomeno è avvenuto lo scorso aprile, quando un barcone è precipitato al largo delle coste di Tripoli, nel nord del Paese, con a bordo 84 migranti – tra cui libanesi, siriani e palestinesi. A oggi, 33 persone risultano ancora disperse, nell’ennesima tragedia umanitaria nel Mediterraneo.

Una possibile boccata di respiro in uno scenario di lungo termine potrebbe arrivare dalla conclusione dei negoziati con Israele per definire i confini marittimi e, quindi, avviare l’esplorazione delle risorse di idrocarburi offshore. Il raggiungimento di un accordo sulla delimitazione del confine marittimo tra Libano e Israele è l’elemento che potrebbe sbloccare la situazione nel Paese dei cedri e portare alla formazione del nuovo governo, hanno riferito oggi alcune fonti del palazzo presidenziale ad “Agenzia Nova”, spiegando che i due dossier sarebbero “strettamente legati e inseparabili”.

“Il mediatore incaricato dei negoziati sul confine marittimo, Amos Hochstein, incontrerà oggi a New York il vicepresidente del parlamento libanese, Elias Bou Saab, per discutere della formazione di una zona di sicurezza avanzata dalla parte israeliana”, ha proseguito la fonte, spiegando che Beirut avrebbe accettato la richiesta a patto che non venga compromessa la sovranità del Libano sull’area, che sarà posta sotto la garanzia delle Nazioni Unite. “Nel caso in cui la risposta dovesse essere positiva, sarà convocato un incontro a Naqoura (nel sud del Libano). L’incontro di oggi sarà decisivo”, ha concluso. Negli ultimi giorni, sia Beirut che Tel Aviv hanno lasciato trapelare ottimismo sul raggiungimento di un accordo, malgrado in entrambi i Paesi siano in carica governi per gli affari correnti.

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