La Tunisia attende di conoscere il suo destino dopo il colpo di mano di Saied

kais saied - tunisia

La Tunisia, Paese culla della primavera araba del 2011, è ancora in attesa di conoscere il proprio destino dopo il colpo di mano del capo dello Stato, Kaies Saied. Il 25 luglio scorso, nel giorno della festa della Repubblica, il presidente ha licenziato il primo ministro Hichem Mechichi e congelato per 30 giorni i lavori dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp), il parlamento monocamerale dominato dal partito islamico Ennahda, invocando l’articolo 80 della Costituzione. Da allora, Saied ha attuato una serie di purghe e di nomine chiave, ma la crisi politica e soprattutto economica è lungi dall’essere risolta.

Il capo dello Stato gode dell’appoggio dei militari e di ampie fasce della popolazione, ma deve ancora scogliere importanti nodi come la nomina di un nuovo primo ministro. Fonti stampa indicano che la guida del governo potrebbe essere affidata a una figura indipendente con un solido curriculum in campo economico: una sorta di Mario Draghi in salsa tunisina, come avvenuto ad esempio nella vicina Algeria, dove il presidente della Repubblica, Abdelmajid Tebboune, ha affidato a Aymen Benabderrahmane, ex ministro delle Finanze e governatore della Banca centrale, le chiavi dell’esecutivo. “Agenzia Nova” ne ha parlato con due esperti: Soufiane Ben Farhat, giornalista, scrittore e analista politico tunisino; e Tarek Megerisi, senior policy fellow del programma Nord Africa e Medio Oriente presso il think tank European Council on Foreign Relations (Ecfr).

“Siamo in una situazione di attesa, perché non c’è ancora un governo e non sappiamo cosa ne sarà di questo parlamento. Siamo un’atmosfera di incertezza generale”, spiega Ben Farhat. La stampa tunisina ipotizza che il governatore della Banca centrale della Tunisia, Marouane al Abbassi, sarebbe il candidato principale per guidare il futuro governo del Paese nordafricano. “Ci sono dei nomi che stanno circolando, ma non sappiamo ancora se queste voci siano veritiere”, afferma Ben Farhat, evidenziando le anomalie del sistema politico tunisino, troppo dipendente dal gioco di equilibri fra le cosiddette “tre presidenze” (della Repubblica, del Governo e del Parlamento). “Dalla rivoluzione del 2011 ad oggi abbiamo sempre avuto un presidente eletto a suffragio universale con prerogative più o meno ristrette, anche se eletto con un ampio consenso, e un capo del governo, nominato dal presidente, con ampi poteri: questo ha creato problemi. II sistema politico tunisino è una trappola”, aggiunge il giornalista. Il presidente Saied, a detta di Ben Farhat, non è in grado di rappresentare da solo il potere esecutivo e legislativo, soprattutto alla luce delle importanti sfide economiche che deve affrontare.

La pandemia di Covid-19 ha devastato la fragile economia del Paese rivierasco, annullando la stagione turistica fondamentale per il lavoro stagionale, per reperire valuta estera, per stabilizzare il dinaro ed evitarne la svalutazione. La Tunisia sta negoziando un maxi accordo di prestito da 4 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale (Fmi), ma allo stato attuale non è chiaro se il Paese è in grado di fare “i compiti a casa” come richiesto dall’organizzazione di Bretton Woods. “Abbiamo bisogno di un uomo come Mario Draghi, di una personalità con un forte background economico che abbia il consenso sia della destra che della sinistra”, aggiunge ancora Ben Farhat. Tra i nomi che circolano per la guida del governo c’è anche l’economista Hakim Ben Hammouda, già ministro delle Finanze dal 2014 al 2015 sotto il governo di Medi Jomaa. “Ma non siamo sicuri che questa sarà la scelta del presidente. Per lui, l’immagine di un uomo onesto viene prima di tutto, ma la politica non è unicamente dichiarazioni di principio: la politica è anche pratica, la gente in Tunisia può diventare molto esigente da una settimana all’altra”.

Secondo Ben Farhat, personalità di spicco come Ben Hammouda o Abbassi potrebbero accettare l’incarico di primo ministro solo a una condizione: quella di essere indipendenti e di avere libertà di attuare le riforme, anche impopolari, necessarie per salvare la Tunisia del rischio crack. “Saied non ha un partito, anche se attorno a lui ci sono molti movimenti che dicono di stare dalla sua parte tra i cosiddetti ‘movimenti rivoluzionari’. Ma lui è un uomo di centro-destra. I tunisini, come gli italiani, sono di destra quando guardano al proprio aspetto economico, ma al livello di idee sono piuttosto a sinistra, vogliono cioè essere liberi. Saied deve ora dimostrare da che parte vuole stare”, aggiunge Ben Farhat. “Il rincaro dei prezzi, gli investimenti, il turismo, le esportazioni, la gente che ha fame e che non ha lavoro: se Saied concentra tutto nelle sue mani, sarà responsabile anche delle esigenze popolari. La storia lo insegna: puoi anche essere l’eroe di un giorno, ma se crei aspettative che vengono disattese la gente ti si rivolta contro”, spiega ancora il giornalista tunisino.

Gli attori internazionali, Italia compresa, seguono con preoccupazione l’evolversi della crisi in Tunisia. Il presidente Saied – che il 16 giugno aveva compiuto una visita a Roma – ha intanto rafforzato la propria presa sul potere, rimuovendo il direttore della televisione pubblica, e affidando la guida del ministero dell’Interno al suo consigliere per la sicurezza, Ridha Gharsallaoui. Mentre si moltiplicano i segnali di una possibile stretta autoritaria, i media legati ai Fratelli musulmani riferiscono che il “golpe morbido” sarebbe stato organizzato con il sostegno degli Emirati Arabi e dell’Egitto. Negli ultimi mesi, in effetti, il principale interlocutore del presidente Saied è stato il capo dello Stato egiziano, Abdel Fattah al Sisi. Da parte sua, Ben Farhat esclude un impegno diretto del Cairo nella crisi tunisina. “Le notizie secondo cui soldati o servizi segreti egiziani abbiano arrestato il premier Mechichi sono poco serie. La Tunisia è capace di difendersi sia dall’interno che dall’esterno. Sicuramente, Saied somiglia ad Al Sisi nel suo braccio di ferro i Fratelli musulmani e l’esercito è suo alleato, ma egli è un civile. Noi in Tunisia non abbiamo una tradizione militare come in Algeria ed Egitto”, spiega il giornalista. Secondo Ben Farhat, la Tunisia gode – almeno a parole – del sostegno dei Paesi del Golfo, dell’Egitto, dell’Algeria, della Francia e dell’Italia. “Ma c’è un problema. Generalmente si tende a dire che la Tunisia è un Paese piccolo e che si può salvare con uno sforzo economico relativamente esiguo. Ma la stessa cosa è avvenuta in Sudan, che poi è stato abbandonato a sé stesso”, aggiunge Ben Farhat, invitando l’Unione Europea a non lasciare la Tunisia da sola in queto momento di difficoltà.

Tarek Megerisi, senior policy fellow del programma Nord Africa e Medio Oriente presso Ecfr, ricorda come dal 25 luglio in Tunisia siano cambiate molte cose, ma “il danno strutturale al sistema rimane: c’è un suolo uomo al comando con un potere pressoché assoluto, consapevole che l’unico modo per mantenere la popolarità, se le cose dovessero andare male, è arrestare e processare i parlamentari”. Secondo l’esperto libico residente a Londra, “più a lungo dura questo stallo, più difficile sarà il controllo dello Stato e questo non è un fatto positivo, dal momento che il Paese ha molti problemi economici e sanitari da affrontare”. Megerisi sottolinea come ci siano grandi aspettative per la nomina di un primo ministro in grado di “ricostruire” la nazione. “Sono stati fatti dei nomi con un background economico. Saied è sotto pressione da parte dei mercati per dimostrare che la Tunisia può ancora lavorare insieme al Fondo monetario internazionale”, aggiunge l’esperto. “Il problema è che il primo ministro difficilmente avrà garanzie di indipendenza, anzi molto probabilmente sarà il capro espiatorio se le cose andranno male: Saied deve mantenere la sua popolarità ad ogni costo. È più probabile che il presidente sceglierà qualcuno a lui fedele, piuttosto che un tecnocrate alla Mario Draghi”, aggiunge Megeresi.

Dal punto di vista internazionale, secondo Megerisi, le monarchie del Golfo, l’Algeria e l’Egitto sostengono l’azione di Saied dal momento che, a suo dire, “la Tunisia da democrazia parlamentare sta tornando indietro verso l’autocrazia”, una forma di governo che in qualche modo “legittima” tali Paesi. L’Algeria in particolare, aggiunge l’analista, si distingue dall’Egitto e dal Golfo perché “vuole prima di tutto la stabilità in Tunisia, che ci sia una democrazia parlamentare o meno”. I vicini algerini stanno cercando “ridurre le tensione” di “mediare” nella crisi, dialogando con Saied per “dimostrare che l’Algeria è la potenza nella regione”. Da parte loro, il Cairo e i Paesi sunniti del Golfo “vogliono che Saied vada allo scontro con la Fratellanza musulmana”, un obiettivo per il quale le petro-monarchie sarebbero “disposte a investire finanziariamente” evitando alla Tunisia di ricorrere all’Fmi. “Questo potrebbe porre Saied in una posizione più comoda nella scelta di un primo ministro a lui fedele, a scapito di una personalità in grado di negoziare con il Fondo”, aggiunge Megerisi.

Gli europei, a detta dell’analista di Ecfr, “non devono cadere nella trappola” e devono mostrarsi “migliori” dei Paesi arabi, mostrando una maggiore visione a lungo termine. “L’Italia ovviamente ha interesse a preservare la stabilità della Tunisia per far fronte al dossier migratorio. La Francia, da parte sua, non vuole perdere la sua posizione dominante. Ma bisognerebbe guardare non all’oggi, ma all’stabilità causata da Saied nel medio-lungo periodo e cercare di riportare la Tunisia in uno scenario maggiormente prevedibile, riparando il quadro politico e non dare a un solo uomo il potere di riscrivere la Costituzione, con il rischio di dividere il Paese. Più questa situazione andrà avanti, più i margini di azione si ristringeranno. Abbiamo già visto questa storia in precedenza nella regione: quando gli europei si rifiutato di agire, diventano irrilevanti”, conclude Megerisi.

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