Kurdistan: Turchia e Iran stringono nella loro morsa i gruppi curdi dalla Siria all’Iraq

Gli attacchi condotti da Ankara e Teheran stanno alimentando una spirale di tensione che rischia di coinvolgere le forze regolari in Siria, i peshmerga della regione autonoma del Kurdistan iracheno, e anche l’Iraq federale, Stati Uniti e Russia

Da Tel Rifaat, a nord della metropoli siriana di Aleppo, alla cittadina di Altun Kupri, nella provincia irachena di Kirkuk, i gruppi curdi si trovano stretti nella morsa di Turchia e Iran che nelle ultime settimane hanno lanciato attacchi con missili, droni e raid aerei (quest’ultima modalità impiegata solamente dalle forze turche). Le ragioni degli attacchi di Turchia e Iran sono differenti: Ankara ha avviato attacchi in risposta all’attentato dello scorso 13 novembre a Istanbul attribuito ai gruppi armati curdo-siriani legati al Partito dei lavoratori del Kurdistan; Teheran afferma invece di voler colpire i gruppi curdo-iraniani che a suo dire starebbero sostenendo l’ondata di proteste in corso nel Paese iniziata proprio nelle città del Kurdistan iraniano di Sanandaj e Saqez a metà settembre dopo la morte della 22enne curda, Mahsa Amini. Gli attacchi condotti da Turchia e Iran stanno alimentando una spirale di tensione che rischia di coinvolgere le forze regolari in Siria, i peshmerga della regione autonoma del Kurdistan iracheno, financo l’Iraq federale, Stati Uniti e Russia, con Ankara per la prima volta ha condotto attacchi anche contro basi in territorio siriano controllate dalle forze di Mosca e dai militari statunitensi.

La situazione più preoccupante riguarda la Siria dove nella notte tra il 19 e il 20 novembre la Turchia ha lanciato l’operazione militare denominata “Spada ad artiglio” (Pence Kilici), una settimana dopo l’esplosione di una bomba sul viale Istiklal di Istanbul che ha provocato sei morti e 81 feriti. Come ammesso dallo stesso presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, l’operazione potrebbe evolversi presto da aerea a terrestre, come indicherebbe anche il termine turco “Kilic” (Spada) che secondo alcuni analisti turchi sarebbe stato affiancato alla parola “Pence” (artiglio), già utilizzata per altre operazioni contro i terroristi, per indicare una evoluzione con l’impiego anche di forze di terra. Secondo quanto affermato oggi dal ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, nell’operazione militare sarebbero stati eliminati 254 esponenti dei gruppi armati curdi in Siria e Iraq, mentre gli obiettivi colpiti nei raid aerei sono 471.

L’operazione aerea della Turchia nel nord dell’Iraq e della Siria “per ripulire le regioni dai terroristi è solo all’inizio”, ha affermato Erdogan parlando oggi durante una riunione con i deputati del Partito giustizia e sviluppo (Akp), precisando che il Paese lancerà un’operazione di terra in Siria “quando sarà opportuno”. “Le nostre operazioni con aerei, cannoni e droni sono solo l’inizio. La nostra determinazione a proteggere tutti i nostri confini meridionali con una zona sicura è oggi più forte che mai”, ha aggiunto il presidente turco. “Mentre andiamo avanti con i raid aerei senza interruzioni, reprimeremo i terroristi anche via terra nel momento più conveniente per noi”, ha ribadito Erdogan.

Gli attacchi della Turchia hanno colpito un’ampia fascia di città e villaggi nel nord della Siria e anche nel nord dell’Iraq. Le forze turche hanno bombardato con raid aerei, missili e droni anche Kobane, città famosa per aver resistito allo Stato islamico nel 2014 e attaccato zone come Tel Rifaat, dove molti sfollati vivono come rifugiati. Questi sfollati erano già stati costretti a lasciare le loro abitazioni da un’invasione turca di Afrin e Manbij nel 2018. La Turchia ha bombardato anche altre aree lungo il confine, in particolare nel governatorato siriano di Al Hasakah, e le aree del monte Sinjar e del monte Qandil, in Iraq, queste ultime da mesi oggetto di raid aerei contro i miliziani del Pkk.

La novità rispetto alle precedenti operazioni è che in questa occasione Ankara si è spinta oltre, violando per la prima volta lo spazio aereo controllato da Russia e Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione non governativa con sede a Londra con una vasta rete di fonti sul campo, un raid aereo turco ha preso di mira un quartier generale delle Forze democratiche siriane (Fds) presso la base russa di Tal Tamr, nel governatorato di Al Hasakah, uccidendo un esponente delle Fds e ferendo altre tre persone, tra cui un militare russo, ma quest’ultimo dettaglio non è stato ufficialmente confermato.

Ieri, l’inviato speciale della Russia per la Siria, Aleksander Lavrentiev, ha dichiarato che Mosca ha esortato la Turchia a esercitare moderazione nel nord della Siria e in Iraq. “Chiederemo ai nostri colleghi turchi una certa moderazione per evitare un’escalation della tensione non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali, ma in tutto il territorio della Siria”, ha dichiarato l’inviato speciale russo prima dell’inizio del 19esimo incontro delle nazioni garanti del cessate il fuoco siriano (Iran, Russia e Turchia), noto anche come processo di Astana, nella capitale del Kazakhstan. “Esortiamo la Turchia a cercare di trovare una soluzione al problema curdo”, ha affermato. Oggi, Lavrentiev non ha affrontato direttamente l’argomento nella conferenza stampa al termine della riunione del formato Astana, osservando che Mosca starebbe osservando segnali da parte di Turchia e Siria sulla disponibilità a fare passi l’uno verso l’altro, sperando in un riavvicinamento tra i due Paesi.

L’attacco contro Tal Tamr segue quello di ieri contro una base militare utilizzata dalla Coalizione internazionale contro lo Stato islamico situata a nord della città di Al Hasakah. L’attacco è stato confermato, seppur non con una nota ufficiale, dal Comando centrale delle Forze armate Usa (il comando che copre un’area che va dall’Egitto fino al Kazakhstan, Centcom) che in un messaggio ai media internazionali avrebbe ammesso che un raid turco nel nord della Siria ha posto in pericolo le sue forze. Gli Stati Uniti controllano tre basi nella parte settentrionale della provincia di Al Hasakah controllata dalle Forze democratiche siriane: Naqara, situata a circa tre chilometri a sudovest della città di Qamshili; Himo che si trova invece a quattro chilometri a nordovest di Qamshili; Tel Fares, anche quest’ultima a circa tre chilometri a sud ovest di Qamshili vicino all’aeroporto.

Nella provincia di Al Hasakah, la Turchia ha colpito con droni anche alcune infrastrutture energetiche in particolare il giacimento petrolifero di Al Awdi, la stazione di pompaggio di Dejlah nel distretto di Al Jawadiyah nell’estremo nord-est della Siria, vicino al confine con l’Iraq; la stazione di compressione del gas di Suwaidiyah, sempre nell’estremo nordest. I raid aerei turchi contro l’Iraq si sono concentrati sulla regione montuosa di Qandil al confine tra Iraq e Iran, che si dice sia la sede del quartier generale del Pkk. Secondo quanto riferisce l’emittente curda “Rudaw”, più di 30 militanti del Pkk sarebbero rimasti uccisi in 25 raid aerei.

Sul fronte orientale, i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno invece ripreso a colpire la regione autonoma del Kurdistan iracheno e anche alcune città a maggioranza curda dell’Iraq federale, tra cui Altun Kupri, nella provincia di Kirkuk. L’obiettivo è quello di colpire i gruppi curdo-iraniani ospitati nella regione, come il Partito democratico del Kurdistan iraniano (Pdki), il Partito della libertà del Kurdistan (Kff) e il Partito Komala accusati da Teheran di fomentare e sostenere le rivolte in corso da metà settembre nel Paese. Gli attacchi dei pasdaran sono stati condotti con droni e missili e hanno colpito le città di Koya, Zrgoez, il campo profughi di Jezhnikan e Sulaymaniyah tra il 20 e il 22 novembre. Il governo regionale del Kurdistan (Krg) ha invitato i Paesi vicini a rispettare la sovranità della regione e dell’Iraq, e ha chiesto al governo federale iracheno, le Nazioni Unite e la comunità internazionale di prendere “una posizione seria” di fronte a questi attacchi. In questi mesi i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno condotto diversi attacchi con droni, missili e colpi di artiglieria contro le postazioni dei movimenti curdo-iraniani residenti nella regione autonoma del Kurdistan e nell’Iraq federale con un bilancio di 20 morti e oltre 60 feriti.

Oggi, il comandante delle forze di terra dei Guardiani della rivoluzione iraniana, il generale Mohammad Pakpour, ha affermato che i pasdaran continueranno “ad attaccare la regione del Kurdistan iracheno fino a quando non verrà completamente rimossa la minaccia posta dai movimenti curdo-iraniani ospitati sul territorio dell’entità autonoma, e ottenuto il loro disarmo”. Citato dall’agenzia di stampa iraniana “Mehr”, Pakpour ha anche esortato gli abitanti delle zone interessate da attacchi negli ultimi giorni ad abbandonare le loro abitazioni. Gli attacchi dell’Iran di lunedì sono stati criticati anche dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (Unami) e dai rappresentanti dei paesi europei a Erbil. “I ripetuti attacchi, che violano la sovranità irachena, devono cessare”, ha affermato l’Unami. “Tale aggressione non solo aumenta sconsideratamente le tensioni, ma provoca anche tragedie. Qualunque sia l’obiettivo esterno che un Paese vicino sta cercando di ottenere, l’uso di strumenti diplomatici consolidati è l’unica via da seguire”, ha sottolineato l’Unami.

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