Kenya: oggi le elezioni presidenziali, si profila un testa a testa fra Ruto e Odinga

Un totale di 22,1 milioni di elettori si recheranno alle urne martedì 9 agosto per le quinte elezioni generali della storia dell'ex colonia britannica

Un totale di 22,1 milioni di elettori si recheranno alle urne oggi in Kenya per le quinte elezioni generali della storia dell’ex colonia britannica. Oltre che il nuovo presidente, i cittadini kenioti saranno chiamati a scegliere anche 47 governatori di contea, 47 senatori, 47 rappresentanti di donne, 290 membri del parlamento e 1.450 membri delle assemblee di contea, per un totale di 16.100 candidati. Per l’occasione saranno 46.229 i seggi elettorali che saranno aperti dalle 6:00 alle 17:00 ora locale (dalle 05:00 alle 16:00 ora italiana). Quattro i candidati che si contenderanno l’elezione più ambita, quella della presidenza, da una rosa iniziale di 17 candidati: si tratta del numero più ristretto dall’introduzione della democrazia multipartitica nel Paese, nei primi anni ’90. I favoriti della vigilia sono l’ex premier Raila Odinga, che gli ultimi sondaggi danno in testa al 46,7 per cento, e l’attuale vicepresidente William Ruto, attestato al 44,4 per cento, mentre il presidente uscente Uhuru Kenyatta ha già concluso due mandati e non può più candidarsi. Nettamente staccati gli altri due sfidanti – George Wajackoyah e David Mwaure Waihiga – che i sondaggi attestano al di sotto del 2 per cento. Se i sondaggi dovessero essere confermati, Odinga e Ruto si sfiderebbero al ballottaggio – che dovrebbe svolgersi entro 30 giorni e che sarebbe il primo nella storia del Kenya – in quanto nessuno dei due otterrebbe il 50 per cento richiesto per essere eletto al primo turno.

La campagna elettorale ha conosciuto una svolta nel febbraio scorso, quando il presidente uscente Kenyatta ha ufficialmente appoggiato il leader dell’opposizione Odinga, suo antico rivale già candidato quattro volte alla presidenza (1997, 2007, 2013 e 2017), dopo la storica riconciliazione tra i due avvenuta all’indomani delle precedenti elezioni del 2017 vinte da Kenyatta, e invitando i suoi elettori a sostenere la sua campagna nella convinzione che rappresenti i migliori interessi del Kenya. Odinga gareggerà nell’ambito dell’alleanza Azimio la Umoja (in swahili “pegno di unità”), composta da 10 partiti, tra cui il suo Movimento democratico arancione (Odm) e il partito Jubilee di Kenyatta. Il sostegno di Kenyatta a Odinga rischia di portare all’isolamento politico dell’attuale vicepresidente Ruto, candidato della coalizione dell’Alleanza democratica unita (Uda), il quale si è allontanato da Kenyatta proprio da quando questi si è riconciliato con Odinga all’indomani delle elezioni del 2017. Quanto agli altri due candidati, George Wajackoyah è un ex un ragazzo di strada di Nairobi diventato prima un eccentrico avvocato e in seguito ha lavorato nei servizi segreti kenioti. È in corsa per il Roots Party (Partito delle radici), di ispirazione rastafariana, e ha impostato la sua campagna elettorale sull’impegno di legalizzare la marijuana. Il quarto candidato, David Mwaure, è un anziano avvocato e ministro ordinato che corre con il ticket del Partito Agano (termine swahili che sta per “patto” o “promessa”).

Quelle di oggi saranno le elezioni tra le più costose di sempre, dopo che il il parlamento ha approvato un budget di 40,9 miliardi di scellini (circa 347 milioni di dollari) per la Commissione elettorale e per i confini indipendenti (Iebc), responsabile delle operazioni elettorali che saranno monitorate da missioni elettorali provenienti da Unione africana, Unione europea e Commonwealth. Un totale di 150 mila agenti di polizia saranno schierati per garantire la sicurezza delle urne allo scopo di prevenire possibili violenze simili a quelle che alle elezioni del 2007 portarono all’uccisione di oltre mille persone in seguito al dilagare di violenze etniche di matrice politica o – più recentemente – a quelle che dopo lo scrutinio del 2017 provocarono la morte di centinaia di manifestanti che denunciavano brogli elettorali da parte della coalizione del presidente Kenyatta. In quel frangente, la vittoria di Kenyatta fu dichiarata nulla dopo un ricorso presentato dal suo sfidante Odinga a causa delle diffuse “irregolarità e illegalità” denunciate nel processo di scrutinio, tuttavia Kenyatta vinse la ripetizione del voto in seguito al boicottaggio da parte dell’opposizione.

La vigilia delle elezioni è stata caratterizzata da diversi episodi di tensione come quello avvenuto il mese scorso nella capitale Nairobi, dove la polizia ha fatto irruzione negli uffici elettorali di Ruto sequestrandovi due computer e due server. Il raid è avvenuto in mezzo alle tensioni tra le forze di sicurezza e la Commissione elettorale e per i confini indipendenti (Iebc), il cui capo Wafula Chebukati ha espresso preoccupazione per l’arresto e la detenzione di tre appaltatori coinvolti nello spiegamento e nella gestione della tecnologia elettorale. In una dichiarazione, la Commissione ha affermato che i dipendenti di Smartmatic International Bv – questo il nome della società aggiudicatrice dell’appalto – sono stati arrestati all’aeroporto internazionale “Jomo Kenyatta” di Nairobi al loro arrivo dal Venezuela e ha definito la loro detenzione “priva di giustificazione” e come “un’esibizione di intimidazione nei confronti di persone laboriose che desiderano solo fornire una solida infrastruttura tecnologica”. La campagna elettorale è stata è stata generalmente pacifica sul terreno, ma segnata dal proliferare di fake news, sondaggi artefatti e molti video falsi, alcuni dei quali contenenti minacce esplicite rivolte a una comunità o all’altra.

In un rapporto pubblicato a giugno, la Mozilla Foundation ha affermato di aver individuato 130 video di disinformazione su TikTok, a volte con contenuti molto violenti, denunciando l’esistenza di una vera e propria “industria della disinformazione” in Kenya. Ad aprile, Facebook ha dichiarato inoltre di aver cancellato 42 mila post in Kenya rei di aver violato le sue linee guida etiche. In questo contesto, il governo del Kenya ha fatto saper di non avere intenzione di sospendere i servizi di Facebook nel Paese, andando contro a quanto intimato alla piattaforma social dall’Agenzia nazionale per la coesione e l’integrazione (Ncic), organo governativo istituito allo scopo di gestire e prevenire i conflitti interetnici. Lo ha precisato ai media il ministro dell’Interno Fred Matiang’i, il quale ha preso le distanze da quanto richiesto a Facebook dalla Ncic.

“Noi come governo non abbiamo intenzione di violare tale diritto (di espressione). Coloro che hanno espresso le loro opinioni sulla chiusura dei social media lo hanno fatto a titolo personale”, ha dichiarato. A fine luglio l’agenzia Ncic aveva inviato una lettera a Meta, la società madre di Facebook, chiedendo una risposta alle accuse di aver effettuato una blanda moderazione dei contenuti sulla sua piattaforma prima delle elezioni e minacciando di sospendere le attività di Facebook se la società non si fosse conformata “entro sette giorni” all’obbligo di controllare la diffusione dell’incitamento all’odio nel Paese. Per il ministro Matiang’i, tuttavia, l’agenzia non ha i poteri di attribuire o revocare la licenza della società statunitense, e la deadline intimata a Meta non ha valore giuridico. Da parte sua, Facebook ha risposto a Ncic affermando di aver migliorato i controlli sulle sue piattaforme per facilitare l’identificazione e la rimozione di contenuti che potrebbero portare a violenze legate alle elezioni.

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