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Il ministro israeliano Benny Gantz avverte: “Il tempo della diplomazia con Hezbollah sta per scadere”

Israele ha esteso le operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania

Gerusalemme
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La situazione al confine settentrionale di Israele “deve cambiare” e il tempo per la diplomazia “sta per scadere”. Lo ha dichiarato il ministro israeliano dell’Interno, Benny Gantz, in una conferenza stampa tenuta questa sera. “La situazione al confine settentrionale di Israele richiede un cambiamento”, ha detto Gantz. “Se il mondo e il governo libanese non agiranno per impedire che venga aperto il fuoco sugli abitanti del nord di Israele e per allontanare Hezbollah dal confine, allora lo faranno le Forze di difesa israeliane (Idf)”, ha aggiunto il ministro ed esponente del Partito di unità nazionale.

 


Nel frattempo, le operazioni militari delle Forze di difesa di Israele (Idf) si concentrano nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. In particolare, il campo di Nour Shams, a est di Tulkarm, in Cisgiordania è stato colpito da un drone dell’esercito israeliano che ha ucciso sei persone secondo fonti palestinesi. Mentre nell’exclave palestinese controllata dal movimento islamista Hamas i bombardamenti hanno provocato la morte di almeno 20 persone a Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia. Nella stessa zona, a Khuza’a, le Idf hanno annunciato di aver lanciato un’operazione di terra. Secondo il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, Ashraf al Qudra, il bilancio delle vittime palestinesi dal 7 ottobre è salito a 21.110 morti e 55.243 feriti. Dal fronte settentrionale, al confine tra Libano e Israele, proseguono gli scontri con lanci di razzi da parte del movimento filo-iraniano Hezbollah e degli attacchi delle Idf, contro membri e strutture del gruppo sciita.

Sul piano della diplomazia internazionale è stata annunciata la visita del segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, che andrà in Israele la settimana prossima. Si tratta della sua quinta visita dallo scoppio del conflitto lo scorso 7 ottobre. Il diplomatico visiterà anche la Cisgiordania, la Giordania, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Nel frattempo l’Egitto ha fatto sapere di aver elaborato una proposta “preliminare” per raggiungere un cessate il fuoco. Secondo indiscrezioni le fasi dell’iniziativa comprendono una tregua umanitaria di due settimane (prorogabile) durante la quale il movimento islamista Hamas dovrebbe rilasciare 40 ostaggi israeliani e, in cambio, Israele dovrebbe liberare 120 prigionieri palestinesi. La seconda fase prevede l’istituzione di un dialogo nazionale palestinese sotto il patrocinio egiziano e la formazione di un governo tecnocratico. Infine, la terza fase prevede un cessate il fuoco totale e un accordo sullo scambio di prigionieri. Secondo fonti egiziane, la proposta non ha ancora ricevuto risposta dalle parti in conflitto.

In questo contesto si fa più complicato il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran, parte del cosiddetto asse della Resistenza insieme al movimento islamista palestinese Hamas e al partito libanese sciita Hezbollah. I guardiani della rivoluzione islamica, i pasdaran, hanno affermato che l’operazione “Alluvione al Aqsa” lanciata da Hamas lo scorso 7 ottobre fa parte della vendetta per l’omicidio del generale Qassem Soleimani, il comandante della Forza Quds ucciso a Baghdad il 3 gennaio 2020 da un drone statunitense. La dichiarazione è arrivata dopo che l’omicidio del generale Razi Mousavi in Siria, di cui l’Iran accusa Israele, ha riacceso la tensione tra Teheran e lo Stato ebraico. Da parte sua, Hamas ha tuttavia smentito la posizione iraniana, rivendicando l’operazione del 7 ottobre come risposta all’occupazione israeliana.

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