Iran in fiamme: manifestazioni in almeno 83 città

A quasi tre anni dalle proteste anti-governative che nel novembre del 2019 provocarono oltre 1.500 morti, l’Iran si trova nuovamente in una spirale di caos dopo il decesso della 22enne curda Mahsa Amini, avvenuto lo scorso 16 settembre a seguito del suo arresto a Teheran da parte della polizia religiosa per non aver indossato in modo corretto l’hijab, il velo islamico obbligatorio per le donne iraniane

Le manifestazioni in Iran innescate dalla morte di Mahsa Amini si sono estese in almeno 83 località nel Paese dal 17 settembre. Lo riferisce “Iran international”, con riferimento alla 22enne curda deceduta lo scorso 16 settembre a seguito del suo arresto a Teheran da parte della polizia religiosa per non aver indossato in modo corretto l’hijab, il velo islamico obbligatorio per le donne iraniane. Le proteste di oggi, ha precisato “Iran international”, sono state organizzate nonostante sia stato bloccato l’accesso a internet, una mossa che ha riguardato anche la capitale Teheran, il che rende difficile ottenere informazioni precise. Ciò che è certo è che le manifestazioni non si sono arrestate nemmeno oggi. Ad Urumia, provincia dell’Azerbaigian occidentale, territorio iraniano, i manifestanti sono scesi per strada inneggiando slogan come “Non vogliamo il regime della Repubblica islamica”. “Devi morire”, è stato aggiunto dai manifestanti in altre località, sfidando anche il forte dispiegamento delle forse di sicurezza. Da parte sua, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno chiesto alla magistratura del Paese di perseguire “coloro che diffondono notizie e voci false” sulla morte della giovane Amini.

 


A quasi tre anni dalle proteste anti-governative che nel novembre del 2019 provocarono oltre 1.500 morti, l’Iran si trova nuovamente in una spirale di caos dopo il decesso della 22enne curda Mahsa Amini, avvenuto lo scorso 16 settembre a seguito del suo arresto a Teheran da parte della polizia religiosa per non aver indossato in modo corretto l’hijab, il velo islamico obbligatorio per le donne iraniane. A differenza di altre precedenti ondate di protesta, piuttosto frequenti nel Paese, per la prima volta i manifestanti hanno concentrato i loro assalti contro stazioni di polizia e i membri delle forze di sicurezza, tra cui quelli del temuto corpo paramilitare dei Basij, parte dei Guardiani della rivoluzione iraniana (i cosiddetti Pasdaran), incaricato di mantenere la sicurezza interna.

Le manifestazioni sono iniziate nella regione del Kurdistan iraniano, a Sedeq, città di origine di Mahsa Amini, e si sono rapidamente estese in oltre 50 città dell’Iran, tra cui la capitale Teheran, e centri urbani di particolare importanza come Shiraz, Mashhad, Qazvin e Garmsar. In base all’ultimo bilancio ufficiale, i morti negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza sono almeno 17, secondo quanto riferito dall’emittente di stato iraniana “Irib”. Secondo quanto riferito dall’organizzazione curda per i diritti umani “Hengaw” tra i morti vi sarebbe anche un adolescente di 16 anni, mente i feriti sarebbero oltre 450.

Tra i morti di questi giorni figurano anche molti esponenti delle milizie Basij. Questa mattina, l’agenzia di stampa iraniana semiufficiale “Fars” aveva confermato undici morti, tra cui quattro membri del gruppo paramilitare protagonista delle repressioni violente sia nelle manifestazioni del 2019 che in quelle del 2009, quando centinaia di migliaia di persone scesero in piazza contro il presidente Mahmoud Ahmadinejad. L’agenzia di stampa semiufficiale legata ai Guardiani della rivoluzione iraniana ha affermato che tre paramilitari Basij “mobilitati per affrontare i rivoltosi” sono stati uccisi con armi da taglio rispettivamente nelle città di Tabriz (nordovest dell’Iran), Qazvin (nella parte centrale dell’Iran) e Mashhad (nel nordest del Paese). Un altro esponente delle forze di sicurezza è stato ucciso il 20 settembre durante le proteste nella città di Shiraz, a circa 650 chilometri dalla capitale Teheran.

Un funzionario della provincia di Mazandaran, sulla sponda meridionale del Mar Caspio, ha affermato ai media iraniani che almeno 76 membri delle forze di sicurezza sono rimasti feriti nella provincia durante i disordini, mentre il comandante della polizia del Kurdistan ha annunciato che più di 100 esponenti delle forze di sicurezza sono rimasti feriti. In rete circolano diversi video che mostrano manifestanti assaltare e dare alle fiamme stazioni di polizia e inseguire per strada esponenti dei Basij – di solito in borghese e a bordo di auto e motociclette di grossa cilindrata – e agenti di polizia, colpendoli con sassi, mattoni e spranghe. A Isfahan e Teheran, i manifestanti hanno dato fuoco anche ad auto e moto delle forze di sicurezza, mentre a Kerman hanno accerchiato un agente di polizia e lo hanno picchiato e preso a calci mentre era a terra.

Le autorità iraniane hanno limitato le comunicazioni, rendendo difficile organizzare le manifestazioni e condividere informazioni su internet. In questi giorni, infatti, le manifestazioni hanno avuto una eco internazionale dopo molti giovani iraniani hanno usato i social media per diffondere anche all’estero i video delle proteste, in cui sono state bruciate immagini della guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, e del defunto generale dei Guardiani della rivoluzione, Qassem Soleimani, considerato uno dei simboli dell’Iran conservatore e khomeinista. Molte giovani hanno inoltre diffuso video in cui bruciano il velo o in cui si tagliano i capelli per condannare la morte di Mahsa Amini. Il direttore della ricerca di NetBlocks, Isik Mater, ha affermato che WhatsApp è stata la prima piattaforma ad essere presa di mira nella giornata di ieri, seguita poco dopo da Instagram. “Questo è stato seguito in poche ore da una diffusa chiusura di Internet con un forte impatto sulle reti mobili”, ha riferito Mater all’emittente “Abc”.

I disordini giungono in un momento difficile per l’ayatollah Khamenei, che ha recentemente cancellato tutti gli incontri e limitato le apparizioni pubbliche a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Citato dal quotidiano “The New York Times”, Sanam Vakil, vicedirettore del programma per il Medio Oriente presso Chatham House, ha affermato che al momento vi sono poche speranze che vi sa un cambiamento radicale nel Paese finché l’83enne Khamenei è in vita. “Alla fine della sua vita, sta cercando di preservare la sua eredità e mantenere intatto il sistema”, ha detto. “La sua visione del mondo, condivisa da coloro che lo circondano, si basa sull’idea che il compromesso apra la porta a ulteriori compromessi e dimostri debolezza piuttosto che forza”, ha aggiunto.

Come già accaduto in altre ondate di manifestazioni avvenute in questi anni in Iran, le autorità religiose sciite e i vari apparati del regime stanno organizzando una serie di contro-proteste per condannare i recenti disordini. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana “Mehr”, il Consiglio di coordinamento della propaganda islamica della provincia di Teheran ha annunciato lo svolgimento di una marcia per condannare i recenti disordini in questa provincia. Il responsabile del Consiglio, Seyyed Mohsen Mahmoudi, ha annunciato, parlando a un gruppo di giornalisti, che la manifestazione raccoglierà “il popolo intelligente e rivoluzionario della provincia di Teheran per condannare i recenti disordini”. “La marcia di condanna delle rivolte nella provincia di Teheran si terrà venerdì e dopo la preghiera”. Il quotidiano filo-governativo “Kayhan” ha dato ampio spazio all’organizzazione delle manifestazioni a favore del governo in programma domani. “La volontà del popolo iraniano è questa: non risparmiare i criminali”, si legge in un editoriale pubblicato oggi sul quotidiano.

Per scoraggiare nuove manifestazioni, i temuti Guardiani della rivoluzione iraniana, oggi pomeriggio, hanno diramato un comunicato in cui chiedono alla magistratura di perseguire “coloro che diffondono notizie false e voci”. Nella dichiarazione, i Pasdaran hanno espresso solidarietà alla famiglia e ai parenti della giovane curda, ma hanno lanciato un avvertimento: “Abbiamo chiesto alla magistratura di identificare coloro che diffondono notizie false e voci false sui social media così come per strada e che mettono in pericolo l’incolumità psicologica della società e di affrontarli con decisione”. Nella dichiarazione, i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno accusato le potenze straniere e la rete di essere un mezzo di propaganda contro il regime consentendo la diffusione di falsità: “Le odierne operazioni psicologiche e la propaganda a tutto campo fatta sui media e le azioni che hanno sfruttato la morte di un nostro connazionale inducendo all’opinione pubblica narrazioni false e mirate, sono solo alcuni esempi dall’elenco delle azioni del sistema dominante (gli Stati Uniti) del sionismo (Israele)”.

Intanto il collettivo Anonymous, il gruppo di hacker più famoso del mondo, ha lanciato un attacco informatico contro l’emittente televisiva pubblica dell’Iran. “Televisiva statale iraniana abbattuta”, si legge sul profilo Twitter ufficiale di Anonymous, rivendicando anche di aver violato anche più di mille telecamere a circuito chiuso in tutto il Paese. Il collettivo hacker ha attaccato diversi i siti di diverse istituzioni in Iran – tra cui quello della Banca centrale, del governo, della presidenza della Repubblica e della guida suprema iraniana, Ayatollah Ali Khameni – per mostrare sostegno ai dimostranti scesi in piazza per protestare contro le autorità iraniane dopo la morte di Mahsa Amini.

Leggi anche altre notizie su Nova News
Seguici sui canali social di Nova News su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram