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I familiari degli ostaggi rapiti da Hamas: “L’Italia ci aiuti a liberare i nostri cari”

Le testimonianze raccontate oggi al Centro Pitigliani di Roma

Roma
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Le famiglie degli ostaggi rapiti dal gruppo armato palestinese Hamas il 7 ottobre scorso in Israele si trovano oggi a Roma, da dove chiedono che vengano liberati, esprimendo l’orrore di quanto accaduto, l’incertezza sul loro destino e il senso di straniamento che stanno vivendo. Nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta al Centro di cultura Pitigliani a Roma, Evgeniia Kozlova, madre di Andrey, 27 anni – rapito mentre si trovava al Nova festival a Re’im – , dice di suo figlio: “Non so se è ancora vivo o no”. Andrey è nato a San Pietroburgo, in Russia, ed era arrivato in Israele nell’agosto 2022, per studiare nell’ambito del programma Masa, e successivamente è diventato cittadino israeliano all’inizio del 2023. Tutta la famiglia di Andrey vive a San Pietroburgo, in Russia, e la madre è giunta in Israele per cercare suo figlio.


Nadav Kipnis ha perso 12 membri della sua famiglia, tra rapiti e uccisi. “Dall’11 ottobre sono in contatto anche con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: ci ha detto che sta facendo del suo meglio per liberare gli ostaggi. Credo che il governo israeliano stia cercando di fare tutto ciò che è in suo potere per rilasciarli. Ma a volte questo non basta. Speriamo che delegazioni come la nostra, mostrando il nostro dolore e la nostra tragedia, possano far comprendere a tutti la situazione e fornire un maggiore incentivo”, ha detto Nadav a “Nova”.

Alcuni dei familiari dei rapiti, oltre al dramma per l’incertezza sul destino dei loro cari, si trovano senza una casa. E’ il caso di Jose Luis e Silvia Monika Cunio – genitori di Ariel e David, di 26 e 33 anni, rapiti insieme alle compagne e ai figli. “Il 7 ottobre i terroristi di Hamas sono entrati nel kibbutz di Loz, hanno ucciso e abusato delle donne. Tengo tra le mani le immagini dei miei familiari rapiti, tra cui bambini e neonati. In questi giorni non ho più la mia casa, metà dei miei famigliari sono stati rapiti e non so cosa succederà domani”, ha affermato Silvia Monika. Ariel Cunio, 26 anni, è stato rapito con la sua ragazza Arbel Yehud, 28 anni, e il fratello di Arbel, Dolev Yehud, 35 anni. L’altro figlio, David Cunio, 33 anni, è stato rapito assieme alla moglie Sharon Alony Cunio, 34 anni, alle figlie Emma e Yuli Cunio, 3 anni, e alla sorella di Sharon, Danielle Alony, 43 anni, rapita insieme alla figlia Amelia Alony, 5 anni.

Tra i rapiti vi sono anche persone che non vivevano nelle comunità a ridosso della Striscia di Gaza, come la famiglia Leimberg, residente a Gerusalemme. Ai giornalisti presenti oggi al Centro di cultura ebraica Pitigliani, Moshe Leimberg – marito e padre di Gabriela Leimberg, 59 anni, e Mia Leimberg, 17 anni, ricorda che “la sua famiglia stava visitando dei parenti in un kibbutz e il 7 ottobre Hamas ha preso mia figlia di 17 anni e mia moglie, e altri parenti. Non abbiamo più notizie da allora. La mia famiglia è stata rapita e la mia vita non sarà più come era prima”. Un altro dei rapiti è un militare, Nik Beizer. La sorella Nicol afferma: “Mio fratello è stato preso dalla base militare dove lavorava. La mia vita e quella della mia famiglia non è più la stessa. Mio fratello era il mio migliore amico e il mio posto sicuro. Voglio chiedervi aiuto per riportarlo a casa”.

Uno dei rapiti, Yuval Danzig, 75 anni, figlio di figlio di sopravvissuti alla Shoah, “ha una malattia cardiaca, ha bisogno di medicine per sopravvivere”, dice il figlio. “Non sappiamo se sta prendendo le medicine. Mio padre è uno storico dell’Olocausto e adesso sta vivendo un secondo Olocausto a causa dei nazisti di Hamas”, afferma. Alcuni dei familiari degli ostaggi di Hamas hanno visto i loro congiunti mentre venivano portati a Gaza con la forza il 7 ottobre scorso. Yehuda Cohen, padre di Nimrod, 19 anni, afferma di aver visto il figlio un video di Hamas ed esprime la sua incredulità. “Non ha mai fatto male a nessuno. Non sappiamo in che condizioni si trova. Ci stiamo concentrando solo sul suo ritorno e quello degli altri ostaggi”, afferma.

Le testimonianze raccontate oggi al Centro Pitigliani dalle famiglie degli ostaggi rivelano anche gli ultimi momenti dei rapiti prima di essere portati a Gaza. Rachel Goldberg racconta che il figlio, Hersch, 23 anni, “era andato al festival per divertirsi. Molti giovani ragazzi sono morti. Alcuni fortunati sono rimasti tra i cadaveri fingendosi morti e ci hanno raccontato cosa è successo. Abbiamo visto un video in cui mio figlio viene caricato su un camion e portato a Gaza. E’ l’ultima volta che lo abbiamo visto”. La madre racconta che il figlio le ha scritto due messaggi: “Vi voglio bene” e “Mi dispiace”. “Si stava scusando perché sapeva che avremmo sofferto orribilmente. Da allora prego e spero che mio figlio venga tirato fuori da Gaza, insieme alle altre persone. Ma soffro anche per i palestinesi che stanno soffrendo a Gaza”, dice Rachel.

Oggi i familiari degli ostaggi hanno incontrato papa Francesco. Alexandra Ariev, sorella di Karina, 19 anni, afferma: “Ringrazio il Papa per il suo tempo, anche se breve. Le poche persone che hanno parlato hanno mandato un messaggio della nostra delegazione, il suo tempo è prezioso e siamo molto riconoscenti. Siamo sicuri che sta facendo e farà in futuro di tutto per le nostre famiglie. Siamo tutti contro la guerra e non vogliamo uccisioni da nessuna delle due parti”. El al governo italiano, la sorella della 19enne rapita dice: “Penso che il governo italiano, come ogni altro governo, dovrebbe condannare il terrorismo e continuare a far sentire la nostra voce affinché il popolo italiano sappia cosa sta accadendo e può accadere a tutti, non solo a noi, da un momento all’altro”.

Tra i parenti degli ostaggi c’è anche chi invita a distinguere i morti causati dai bombardamenti israeliani da quelli provocati da Hamas. Lilach ed Evyatar Kipnis, genitori di Nadav, rapito, affermano: “Chiunque compari Hamas e Israele sta facendo una falsa equivalenza. Hamas ha ucciso le persone in quanto ebree e israeliane, le persone del mio kibbutz non erano militari, ma le hanno uccise lo stesso. L’esercito sta facendo del suo meglio per evitare i civili che Hamas sta usando come scudi umani”. I genitori precisano che “Hamas ha ucciso persone innocenti in una festa mentre Israele sta attaccando Hamas anche se sfortunatamente ci sono vittime civili palestinesi, ma solo perché Hamas li usa come scudi umani. Quindi non si può fare un paragone tra il terrorismo di Hamas e quello che fa Israele”.

L’incontro con Papa Francesco

Papa Francesco ha incontrato oggi separatamente una delegazione di familiari degli ostaggi. L’incontro è avvenuto nello stesso giorno in cui è stato raggiunto un accordo che determina una tregua di quattro giorni e il rilascio di 50 ostaggi e di 150 prigionieri palestinesi. Entrambi i gruppi hanno poi tenuto due conferenze stampa in cui hanno raccontato le storie dei propri familiari e dato conto dell’incontro con il Pontefice. Alexandra Ariev, sorella di Karina, 19 anni, ha spiegato di “ringraziare il Papa per il suo tempo, anche se breve”. “Le poche persone che hanno parlato hanno mandato un messaggio della nostra delegazione, il suo tempo è prezioso e siamo molto riconoscenti. Siamo sicuri che sta facendo e farà in futuro di tutto per le nostre famiglie. Siamo tutti contro la guerra e non vogliamo uccisioni da nessuna delle due parti”, ha detto Ariev. Allo stesso modo, Yousef Al Khouri, originario di Gaza, si è detto “onorato” della visita e della sua “empatia”. “Sua santità conosce molto bene la situazione a Gaza e questo testimonia quanto sia forte il suo impegno”, ha sottolineato Al Khouri.

Durante i colloqui con il pontefice, le due delegazioni hanno condiviso il dolore che stanno provando. Alcuni dei familiari dei rapiti, oltre al dramma per l’incertezza sul destino dei loro cari, si trovano senza una casa. E’ il caso di Jose Luis e Silvia Monika Cunio – genitori di Ariel e David, di 26 e 33 anni, rapiti insieme alle compagne e ai figli. “Il 7 ottobre i terroristi di Hamas sono entrati nel kibbutz di Loz, hanno ucciso e abusato delle donne. Tengo tra le mani le immagini dei miei familiari rapiti, tra cui bambini e neonati. In questi giorni non ho più la mia casa, metà dei miei familiari sono stati rapiti e non so cosa succederà domani”, ha affermato Silvia Monika. Yehuda Cohen, padre di Nimrod, 19 anni, ha affermato di aver visto il figlio in un video di Hamas ed esprime la sua incredulità. “Non ha mai fatto male a nessuno. Non sappiamo in che condizioni si trova. Ci stiamo concentrando solo sul suo ritorno e quello degli altri ostaggi”, ha detto Cohen.

Da parte loro, i familiari dei palestinesi hanno spiegato ciò che sta accadendo attualmente nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Mohammad Hallalu ha raccontato dell’attacco israeliano al campo profughi di Al Shati, dove la sua famiglia viveva. “Per un giorno non sono riuscito a contattare la mia famiglia, il giorno dopo i vicini sono riusciti a mandarmi una foto della casa in cui sono nato completamente distrutta dai bombardamenti”. In quella casa c’erano oltre 30 persone che hanno perso la vita. “Queste non sono statistiche: sono persone con speranze, progetti, che sono state eliminate in un istante”, ha concluso Hallalu. Shirin Ilal (originaria di Betlemme) ha raccontato di aver perso due zii “che sono morti per mancanza di aiuto medico”, mentre un’altra zia “ha perso una gamba dopo 18 ore di sofferenza e un’operazione senza anestesia”. A Gaza mancano tutti i beni di prima necessità, ha ricordato Ilal, “cibo, acqua, medicine, carburante”.

In merito alla notizia della pausa umanitaria temporanea, entrambi i gruppi hanno espresso alcune riserve. Da parte loro, i familiari degli ostaggi israeliani non hanno ancora informazione su chi sarà rilasciato e sperano che si raggiunga al più presto un accordo per liberare tutte le persone sequestrate. Shirin Ilal ha osservato che “l’annuncio della tregua di qualche giorno per qualcuno è una buona notizia, ma per noi è solo una sospensione delle uccisioni”. “Noi vogliamo il cessate il fuoco, ma cosa succederà dopo? Cosa faremo con tutti questi morti?”, ha detto Ilal. Dalla delegazione palestinese è emerso inoltre il timore per il futuro, anche qualora venisse trovato un accordo per cessare il conflitto. Yousef al Khouri ha affermato che “speriamo per una pace giusta, in cui possiamo vivere nella nostra terra. I palestinesi meritano una vita libera”.

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