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I dieci anni di pontificato di Papa Francesco

Il 13 marzo del 2013, pochi minuti dopo la sua proclamazione, Bergoglio indicò la strada che ha poi iniziato a percorrere: quella di San Francesco, il "Poverello" di Assisi che che abbracciava gli ultimi

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Piazza San Pietro deserta, la pioggia, le luci della sera, Papa Francesco a piedi raggiunge il Sagrato della Basilica Vaticana: è l’immagine più forte dei primi dieci anni del Pontificato di Bergoglio. Era il 27 marzo del 2020, in piena serrata per la crisi pandemica, il Santo Padre rivolge la sua preghiera al Signore e lo fa nel silenzio di una piazza che è l’icona di uno dei momenti più difficili della storia recente dell’umanità. “Non lasciarci in balia della tempesta”, la supplica del Santo Padre che descrive il momento con parole forti: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante”. Un momento storico di 10 anni che hanno, in qualche maniera, inciso decisamente sulla vita della Chiesa. D’altra parte il 13 marzo del 2013, pochi minuti dopo la sua proclamazione, Bergoglio con poche parole indicò la strada che ha poi iniziato a percorrere, con parole che arrivavano al cuore della gente e che apparivano rivoluzionarie nella loro semplicità. Una semplicità racchiusa già nel nome scelto: Francesco. Il Poverello di Assisi che si sentì accolto dalla Chiesa, che abbracciava gli ultimi, che visse con poco.


“Vi chiedo di pregare il Signore perché mi benedica”, disse dalla Loggia della Basilica vaticana, una richiesta per ribaltare la prospettiva: quel “pregate per me” che è diventava formula fissa all’Angelus domenicale. Eppure l’elezione di Mario Bergoglio non appariva nella possibilità delle cose, lui stesso ha più volte spiegato di essere arrivato a Roma per il Conclave, con poche cose in valigia, certo di un immediato ritorno. Un Papa definito dai più come un “progressista” per sostituire un Pontefice “conservatore”, peraltro divenuto emerito, più volte criticato per la rigidità della sua dottrina e per aver segnato solchi profondi con il mondo islamico o, per esempio, con tutta l’aerea Lgbt. Una presenza ingombrante quella di Benedetto XVI, con il quale i paragoni non sono mancati e con cui Bergoglio ha dovuto fare i conti a più riprese. Soprattutto per le strumentali finalità di tali paragoni, alimentati dai suoi detrattori, presenti fuori ma anche dentro le Mura Leonine. Critiche arrivate 24 ore dopo la sua elezione, per essersi presentato alla Loggia con la sola talare bianca, la Croce di ferro e senza la mantellina rossa che da tradizione indossano i Papi alla loro proclamazione. E continuate 20 giorni dopo quando, al carcere minorile di Castel del marmo, dove si era recato per la messa del Giovedì Santo, lavò i piedi a due ragazze, di cui una musulmana. A Francesco la forma non è mai piaciuta, anche se si è dovuto piegare quasi totalmente ad essa, cosciente che il ruolo richiede forma, che un Papa non può ignorare. Adeguarsi sì, ma non totalmente, ed ecco che il Pontefice continua a vivere a San Marta, a mangiare nel refettorio della Domus, molte volte in compagnia. L’età e gli acciacchi gli impediscono di portarsi da solo la sua borsa in pelle nera, così come lo abbiamo visto fare molto spesso all’inizio del suo Pontificato.

I primi dieci anni di Papa Francesco sul soglio di Pietro possono essere sintetizzati attraverso le sue encicliche: Lumen fidei, pochi mesi dopo la sua elezione, Laudato si’ del 2015 e Fratelli tutti del 2020. Il Santo Padre ci dice che la fede è un bene comune, qualcosa che non appartiene al singolo o a pochi, ma tutti, anche a chi non crede. Ma soprattutto spiega che la fede non è rigida, non sono regole da imporre. Un concetto più volte ribadito da Bergoglio che ha sempre sottolineato la necessità di una Chiesa che sia inclusiva: “non un insieme di idee e precetti da inculcare alla gente, ma una casa accogliente per tutti!”. Concetti ripresi con Fratelli tutti, l’enciclica post pandemia, con cui il Papa ha fatto emergere in maniera preponderante i concetti del dialogo, dell’amicizia, dell’accoglienza. Il dialogo tra le persone e i popoli, ma soprattutto l’amicizia e l’accoglienza del diverso. Una diversità che secondo Bergoglio arricchisce e non può escludere.

Una diversità declinata più volte, per includere e per fuggire quella che il Pontefice definisce “la cultura dello scarto”, che allontana i più fragili, ritenuti inutili alla società. Ma anche coloro che fanno fatica ad essere accettati come i gay: “essere omosessuali non è un crimine” ha sottolineato solo due mesi fa, “siamo tutti figli di Dio, e Dio ci ama come siamo e per la forza che ognuno di noi combatte per la propria dignità”, in linea con quel concetto di Chiesa che accoglie che ha segnato in maniera indelebile questi dieci anni di pontificato di Francesco. Un Papa attento all’evoluzione della società e al mutamento dei suoi equilibri, anche quelli climatici, finiti spesso al centro dei discorsi del Papa, che al tema ha dedicato l’enciclica Laudato si’, che esorta a prendersi cura della casa comune. Ma anche dei suoi abitanti che hanno bisogno di attenzioni per uno sviluppo integrale che non lasci nessuno indietro. Obiettivi importati per la Chiesa del terzo millennio, chiamata a riformare e a riformarsi sulla base di nuove esigenze. Il cammino Sinodale ha anche questa finalità, un cammino che va avanti non senza difficoltà, ma che dovrà fare sintesi per consegnare una Chiesa sempre più vicina alle persone.

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