Hong Kong: il segretario alla Sicurezza parla di “rivoluzione colorata” in città

Secondo Chris Tang Ping-keung l’obiettivo dei dimostranti sarebbe “la sovversione del potere statale” e la commemorazione delle vittime dell’incendio avvenuto giovedì scorso nello Xinjiang “è stata solo un pretesto”

Le proteste in corso a Hong Kong contro le restrizioni anti-pandemiche imposte dalla Cina mostrano i segni di una “rivoluzione colorata” e violano la legge sulla sicurezza nazionale entrata in vigore nel 2020. Lo ha dichiarato il segretario alla Sicurezza della Repubblica amministrativa speciale, Chris Tang Ping-keung, secondo cui i manifestanti scesi in strada questa settimana nel distretto finanziario erano “altamente organizzati”. “Queste proteste sono gli albori di una rivoluzione. Abbiamo notato che molti dei fogli di carta mostrati dai manifestanti recavano scritte come ‘abuso di potere’, ‘il leader si dimetta’, ‘dittatura’ e ‘rivoluzione’. Tutti slogan che violano la legge sulla sicurezza nazionale”, ha sottolineato il dirigente, ripreso dal quotidiano locale “South China Morning Post”. Secondo Tang, l’obiettivo dei dimostranti sarebbe “la sovversione del potere statale” e la commemorazione delle vittime dell’incendio avvenuto giovedì scorso nello Xinjiang “è stata solo un pretesto”.

A Hong Kong la polizia ha disperso lunedì un gruppo di 20 giovani che si era radunato nell’area centrale del distretto finanziario con dei fogli bianchi in segno di solidarietà con le dieci vittime dell’incendio della scorsa settimana a Urumqi, nello Xinjiang. Tutti sono stati identificati e filmati. Negli scontri è rimasta coinvolta anche “nonna Wong”, il celebre volto delle proteste pro-democrazia del 2019. Le proteste hanno continuato a scuotere la Cina anche nelle ultime ore, con decine di migliaia di manifestanti scesi nelle strade delle principali metropoli per chiedere la fine della rigida strategia “zero Covid” e le dimissioni del presidente Xi Jinping, eletto soltanto un mese fa dal Congresso alla guida della segretaria generale del Partito comunista cinese. Ad innescare il dissenso è stata la morte di dieci persone in un incendio divampato giovedì 24 novembre al quindicesimo piano di un palazzo residenziale a Urumqi, capoluogo della regione nord-occidentale dello Xinjiang già nota alle cronache internazionali per la repressione della comunità uigura.

La tragedia – che secondo molti internauti si sarebbe verificata proprio perché molti inquilini non sono riusciti a scappare a causa dei blocchi attuati nella zona per contenere i contagi – ha innescato duri scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti, che nella notte tra venerdì e sabato hanno chiesto con forza “la fine del lockdown”. Le scuse del governo locale e l’allentamento di alcune restrizioni per i residenti – molti dei quali sottoposti a isolamento domiciliare da oltre cento giorni – non sono bastati a frenare l’indignazione pubblica, che ha travolto gli abitanti di altri grandi centri urbani come Shanghai. Proprio la metropoli della Cina orientale è stata teatro di una vera e propria rivolta, iniziata con una commemorazione pacifica delle vittime all’incrocio tra le strade Anfu Road e Wulumuqi Road. Circa 300 persone si sono radunate nel fine settimana chiedendo la fine delle draconiane misure di contenimento pandemico e intonando la strofa dell’inno nazionale che invita ad “alzarsi in piedi e a non essere schiavi”.

Qualcuno è arrivato a invocare le dimissioni dei vertici del Partito comunista cinese e del presidente Xi Jinping, che ha reso la lotta nazionale al Covid-19 uno dei principali obiettivi della sua azione politica. La situazione è precipitata rapidamente quando la polizia ha cercato di disperdere la folla, schierando circa 100 agenti: alcuni dimostranti sono stati picchiati e aggrediti con spray al peperoncino, più di una decina caricati su alcuni autobus – dove sono proseguite le percosse – e allontanati dal luogo degli scontri. La carica delle forze dell’ordine non ha risparmiato nemmeno i giornalisti stranieri intervenuti sul posto per documentare le contestazioni, durante le quali il corrispondente dell’emittente televisiva britannica “Bbc” Ed Lawrence è stato aggredito e detenuto per diverse ore. A nulla sono valsi i suoi tentativi di appellarsi al consolato britannico e le proteste presentate alla Cina dall’emittente, che secondo il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha fornito un resoconto impreciso della vicenda. La colpa di Ed Lawrence – nelle parole del falco della diplomazia cinese – è stata semplicemente quella di “non essersi qualificato come giornalista”. Ancora più paradossali sono state le spiegazioni fornite dagli ufficiali responsabili del suo arresto, che secondo la “Bbc” sostengono di “aver agito per il suo stesso bene, per evitare potesse contrarre il Covid dalla folla”.

Nell’arco di poche ore la protesta si è allargata a macchia d’olio anche nelle metropoli di Wuhan, Canton e Chengdu, dove i manifestanti hanno chiesto “libertà di stampa e d’espressione” e intonato l’Internazionale. Qualcuno ha gridato: “Non vogliamo la 404 (censura)“. “Non vogliamo governanti a vita. No agli imperatori”, hanno aggiunto riferendosi implicitamente a Xi Jinping, che con una riforma costituzionale ha abolito il limite di due mandati presidenziali nel 2018. “Scusatevi (con il popolo)“, hanno chiesto ancora i dissidenti, che hanno esibito fogli completamente bianchi per protestare contro la censura ed evitare l’arresto. Proprio i fogli immacolati sono diventati l’emblema di queste nuove proteste, tanto da essere divenute note sui social network come “rivoluzione degli A4”. Stando alle immagini circolate su Twitter un produttore di Shanghai avrebbe deciso addirittura di vietarne la vendita, circostanza che poi è stata ufficialmente smentita dall’azienda con un comunicato.

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