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Haiti, l’ambasciatore Ue Gatto a Nova: “Qui lo Stato non esiste quasi più, è la terra della morte”

“Le gang non si dedicano a controllare zone della città come accade in Paesi come El Salvador o Honduras. Qui si parla di razzie violentissime in cui le gang attaccano con forze preponderanti e svaligiano tutto quello che possono, uccidono gli abitanti che oppongono resistenza, rapiscono a fini di estorsione"

Port-au-Prince
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Haiti dimostra quello che può succedere a un Paese quando lo stato sparisce. Un Paese senza futuro, un “disastro assoluto”, in cui la fuga è l’unica possibilità. A dirlo in un’intervista ad Agenzia Nova è Stefano Gatto, ambasciatore dell’Unione europea nel Paese caraibico. Quella dell’Ue è, insieme a quelle di Francia e Spagna, una delle tre rappresentanze diplomatiche europee rimaste ad Haiti. Il Paese versa da tempo in una situazione di grave instabilità legata agli scontri tra bande armate, ma a partire dall’omicidio del presidente Jovenel Moise, nel luglio 2021, la situazione si è aggravata e oggi le gang controllano l’80 per cento della capitale Porto Principe. “Le gang non si dedicano a controllare zone della città come accade in Paesi come El Salvador o Honduras. Qui si parla di razzie violentissime in cui le gang attaccano con forze preponderanti e svaligiano tutto quello che possono, uccidono gli abitanti che oppongono resistenza, rapiscono a fini di estorsione. Le gang hanno bisogno di fare soldi, e per farlo controllano gli accesi portuali, stradali, sono gang di rapina”, spiega l’ambasciatore.


Nella capitale sono 150 mila i rifugiati, persone costrette ad abbandonare le loro abitazioni per trasferirsi in un altro quartiere. Rifugiati nella loro stessa città, perché da Porto Principe, spiega Gatto, non si esce. “L’altra attività a cui si dedicano le gang è il taglieggiamento sulle strade principali. Quelle che escono da Porto Principe sono tutte bloccate, chi passa di lì deve pagare una tassa, ma se passa uno straniero o una persona con una buona macchina scatta il rapimento”, racconta il diplomatico, da un anno di base nella capitale haitiana. A peggiorare la situazione è arrivata la decisione unilaterale della Repubblica Dominicana di chiudere le frontiere aeree, marittime e terrestri in risposta all’iniziativa haitiana di costruire un canale sul fiume binazionale Masacre. “Non abbiamo più vie di uscita. Prima avevamo l’aeroporto con quattro voli al giorno per Santo Domingo. Ora non possiamo lasciare il Paese. Non abbiamo la possibilità di arrivare alla frontiera in macchina perché dobbiamo passare da zone completamente controllate da gang”, spiega Gatto, che parla di “effetto trappola per topi”.

Le frontiere sono chiuse anche al transito di forniture mediche e alimentari. Circostanza insostenibile per un Paese come Haiti che dipende dalle importazioni. “Chiudere la frontiera equivale ad asfissiare un moribondo. Tra pochi giorni scarseggeranno cibo e medicine. E nel giro di una o due settimane non ci sarà più elettricità”, avverte il diplomatico. “Se la situazione era gravissima prima della chiusura della frontiera ora è ultra drammatica”.

L’Onu stima che i gruppi criminali ad Haiti abbiano ucciso più di 2mila persone nella prima metà del 2023 e ne abbiano rapite più di mille. Secondo l’Unicef il numero di bambini che soffrono di malnutrizione acuta è cresciuto del 30 per cento rispetto al 2022. Dallo scorso ottobre, inoltre, il Paese è stato nuovamente colpito dall’epidemia di colera. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha a più riprese invocato l’intervento di una missione internazionale che possa arginare l’azione delle gang. L’appello, rimasto a lungo inascoltato, è stato di recente raccolto dal Kenya, che si è offerto di prendere l’iniziativa e di fornire mille agenti di polizia per una forza multinazionale.

La missione, che dovrà prima essere approvata in Consiglio di sicurezza, dovrebbe essere composta principalmente da Paesi caraibici e africani. La regia, però, è degli Stati Uniti, interessati a stabilizzare il Paese per arginare i flussi migratori al confine con il Messico. Questa settimana il segretario alla Difesa Usa, Loyd Austin, ha fatto visita alla base militare statunitense di Manda Bay, in Kenya. Nell’occasione ha siglato con la controparte keniota un accordo di cooperazione che prevede l’addestramento dei soldati delle Forze di difesa del Kenya (Kdf) e un programma di assistenza finanziaria e tecnica nei prossimi cinque anni. L’accordo, ha affermato Austin nel corso di una conferenza stampa, prevede anche una collaborazione negli sforzi di pace e sicurezza all’interno del Paese e nella regione, compreso il previsto dispiegamento di agenti di polizia kenioti ad Haiti.

“Ad Haiti esiste un forte discorso anticoloniale e diventa molto complicato agire con personale occidentale. Il Kenya si è impegnato ma i nostri paesi dovranno contribuire finanziariamente”, spiega Gatto. Le Nazioni Unite, d’altronde, non godono di buona reputazione nel Paese caraibico. Nel novembre 2007, 114 membri della missione di peacekeeping Onu furono accusati di cattiva condotta e abusi sessuali. Le Nazioni Unite furono anche la causa della prima epidemia di colera ad Haiti, arrivata nel Paese con le unità accorse dopo il devastante terremoto del 2010. Ma secondo il diplomatico gran parte degli haitiani è favorevole all’arrivo di queste truppe “per tornare a una certa normalità”. “Non si può andare a scuola, non ci sono beni, non c’è acqua, quando esci per strada non sai se tornerai vivo”.

Haiti, spiega Gatto, dimostra cosa può succedere quando uno stato sparisce e una classe politica ignora gli interessi dei cittadini. “Ad Haiti ci sono solo persone che vogliono ottenere il controllo delle poche risorse. E’ la terra della morte, non ha futuro. L’unica cosa che un haitiano vuole ottenere è trasferirsi in Usa o Canada”. E uno stato inesistente, assicura dalla capitale di una città in preda all’anarchia, è molto peggio di uno stato oppressivo, perché chi arriva a riempire il vuoto rischia di essere anche peggio.

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