Gruppi ribelli promettono di difendere il popolo dai militari, rischio guerra civile in Myanmar

Myanmar

Tre gruppi armati ribelli attivi nel nord del Myanmar – l’Esercito di Arakan, l’Esercito nazionale di liberazione Ta’ang e l’Esercito dell’alleanza nazionale democratica del Myanmar – hanno diramato oggi un comunicato congiunto nel quale condannano duramente “le azioni della giunta militare contro i civili disarmati”. I tre gruppi chiedono ai militari che hanno preso il potere lo scorso primo febbraio di “interrompere l’uccisione e la violazione dei diritti dei civili e di trovare una soluzione politica”, annunciando che “difenderanno il popolo se l’esercito continuerà ad attaccare brutalmente i civili”. Si tratta di una potenziale svolta nella situazione in Myanmar, dove la repressione contro i manifestanti anti-golpisti ha provocato finora la morte di oltre 500 persone. Le formazioni armate insorte, che controllano ampie fette di territorio, erano infatti rimaste finora ai margini della crisi aperta dal colpo di Stato che ha destituito la leader Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint.

La dichiarazione congiunta giunge a seguito di un appello alle milizie etniche da parte del Comitato delle nazionalità per lo sciopero generale, una delle organizzazioni protagoniste della protesta contro la giunta. Nei giorni scorsi sono già stati registrati scontri tra l’esercito regolare e un gruppo armato birmano, l’Unione nazionale del Karen, non lontano dal confine con la Thailandia. Nella stessa regione le forze armate hanno lanciato lo scorso fine settimana i primi raid aerei da 25 anni a questa parte, provocando l’uccisione del almeno tre persone. Gli attacchi arei hanno costretto tra le 2 mila e le 3 mila persone ad abbandonare un campo profughi nell’area per attraversare il fiume Salween e cercare rifugio sul versante thailandese del confine, nella provincia di Mae Hong Son.

Nel frattempo, la Commissione di rappresentanza del Parlamento dell’Unione (Crph), della quale fanno parte molti dei deputati della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) esautorati dal golpe, hanno lanciato un appello per la raccolta fondi a sostegno della resistenza. Finora l’organizzazione ha fatto sapere di aver raccolto 9,2 milioni di dollari. Sviluppi che alimentano il rischio che il Paese possa scivolare verso un conflitto civile, con la comunità internazionale che finora si è mostrata incapace di mediare tra l’opposizione e la giunta militare, che sembra continuare a godere del fermo sostegno della Cina. Sul bagno di sangue in corso in Myanmar è intervenuto nuovamente il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. “Il mio messaggio alla giunta militare è semplice: fermate le uccisioni; fermate la repressione delle manifestazioni; rilasciate i prigionieri politici; restituite il potere a chi ha il legittimo diritto a esercitarlo”, ha dichiarato in conferenza stampa il numero uno del Palazzo di vetro.

Ieri gli Stati Uniti hanno annunciato l’interruzione di tutte le relazioni commerciali con il Myanmar, regolate da un accordo su commercio e investimenti risalente al 2013 e adottato mentre a Naypyidaw era in corso una difficile transizione verso la democrazia. L’ufficio della Rappresentante per il commercio Usa, Katherine Tai, ha fatto sapere che tutti gli impegni assunti da Washington resteranno sospesi “fino al ritorno di un governo democraticamente eletto” in Myanmar. Già in precedenza gli Stati Uniti – così come l’Unione europea – avevano varato pesanti sanzioni nei confronti degli ufficiali responsabili del colpo di Stato, fra i quali in particolare il capo della giunta militare Ming Aung Hlaing.

 

Leggi altre notizie su Nova News
Seguici su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram