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Golpe in Myanmar, migliaia di persone scendono in piazza a Tokyo

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Dopo il golpe in Myanmar migliaia di persone hanno preso parte ieri, 3 febbraio, a una manifestazione organizzata a Tokyo, in Giappone, per protestare contro l’arresto della leader birmana Aung san Suu Kyi. Alla manifestazione, co-organizzata dall’Unione dell’associazione dei cittadini di Myanmar, hanno preso parte circa 2mila persone, che si sono date appuntamento di fronte al ministero degli Esteri giapponese per chiedere al governo di “far sentire maggiormente la sua voce”. Kyaw Kyaw Soe, uno degli organizzatori della protesta, ha inviato una richiesta scritta al dipartimento per gli Affari del Sud-est asiatico del ministero degli Esteri, chiedendo a Tokyo di far valere il suo peso di “potenzia politica, diplomatica ed economica” per promuovere il ripristino della democrazia nel Myanmar. “Il golpe ha reso difficile per i cittadini birmani in Giappone fare rientro nel loro Paese. Siamo stati privati delle nostre libertà”, ha dichiarato l’attivista.


Il Giappone esprime preoccupazione per il golpe in Myanmar

Il governo del Giappone ha espresso preoccupazione per il golpe militare verificatosi questa mattina nel Myanmar, culminato nell’arresto dei vertici del governo civile di quel Paese e nella proclamazione da parte delle forze armate birmane dello stato di emergenza per un anno. “E’ importante che le parti interessate risolvano la situazione pacificamente tramite il dialogo, e in linea con i dettami del processo democratico”, ha dichiarato il segretario capo di gabinetto e portavoce del governo del Giappone, Katsunobu Kato, nel corso di una conferenza stampa. Kato ha aggiunto che il governo giapponese sta raccogliendo informazioni in merito alla situazione dalla propria ambasciata a Yangon, la più grande città e capitale economica del Myanmar.

La riunione d’emergenza convocata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite martedì, 2 febbraio, all’indomani del colpo di Stato delle forze armate del Myanmar, si è chiuso senza un accordo tra gli Stati membri in merito ad una eventuale risposta collettiva. Lo riferisce la stampa Usa, secondo cui Cina e Russia hanno chiesto più tempo per valutare gli sviluppi nel Paese dell’Asia Meridionale. Secondo una fonte citata dal quotidiano “Washington Times”, il Consiglio proseguirà i negoziati nel tentativo di stabilire un fronte unito, e giungere se possibile alla pubblicazione di una dichiarazione congiunta. Il Regno Unito, che presiede il Consiglio, puntava ad approvare un comunicato congiunto che condannasse il golpe a Myanmar, e chiedesse il rilascio immediato dei leader civili arrestati; tali dichiarazioni richiedono però il consenso unanime dei 15 Paesi membri del Consiglio. Durante l’incontro, l’inviato speciale dell’Onu per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, ha condannato le azioni dei vertici militari birmani, ed ha sollecitato una risposta comune della comunità internazionale.

La situazione è sotto il controllo dei militari

L’incontro del Consiglio di sicurezza è iniziato alle 10 del mattino ora locale, le 16 in Italia, e si è svolta a porte chiuse. In Myanmar al momento la situazione appare sotto il controllo dei militari, che hanno dichiarato lo stato d’emergenza per un periodo di un anno e annunciato la convocazione di nuove elezioni. Nelle strade della capitale Naypyidaw e delle maggiori città tra cui Yangon è aumentata la presenza di militari e di mezzi delle forze armate, inducendo l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, a sollevare il timore di una violenta repressione del dissenso, anche se per il momento non sono previste manifestazioni di protesta.

Il relatore speciale dell’Onu per la situazione dei diritti umani in Myanmar, Tom Andrews, ha invitato la comunità internazionale a mostrare “risolutezza” nel denunciare le azioni delle forze armate, assicurando che i responsabili di violazioni vengano portati davanti alla giustizia. “È imperativa un’azione decisiva, che potrebbe prevedere anche l’imposizione di dure sanzioni mirate e un embargo sulle armi fino a quando non verrà ripristinata la democrazia”, ha osservato l’esperto, secondo cui il colpo di Stato getta “un’ombra oscura” su un Paese nel quale “i generali hanno creato un clima di paura e ansia”.

Tensione alta prima del golpe

Il colpo di Stato non ha colto di sorpresa gli osservatori più attenti: a poche ore dalla sessione inaugurale del Parlamento emerso dalle elezioni legislative del novembre del 2020, la tensione nel Paese asiatico era stata infiammata dalle dichiarazioni di due generali che avevano aleggiato lo spettro del golpe e dell’abolizione della Costituzione in vigore dal 2008, così come dall’inquietante incremento della presenza di veicoli militari blindati per le strade di Yangon. Fatti che venerdì 29 gennaio avevano portato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a esprimere “grande preoccupazione” per gli sviluppi politici in Myanmar. I militari contestano i risultati del voto dello scorso novembre, a loro dire macchiato da brogli ai danni della forza politica da essi appoggiata, il Partito dell’unione per la solidarietà e lo sviluppo (Usdp), che a fronte della larga vittoria dell’Nld di Aung San Suu Kyi si era visto accordare solo il cinque per cento dei seggi della nuova assemblea legislativa. Accuse che tuttavia la Commissione elettorale dell’unione (Uec) ha bollato come pretestuose, confermando i risultati e dando luce verde alla prima riunione del Parlamento.

Il golpe di queste ore, dunque, appare legato al timore dei vertici militari di perdere influenza sulla vita politica del Paese. Eppure, si tratta di una chiave di lettura insufficiente a spiegare quanto avvenuto. L’Usdp è certamente uno strumento importante a disposizione dei militari per continuare a pesare sugli equilibri politici anche dopo lo scioglimento, nel 2011, della giunta militare al potere dal 1962: basti pensare che i dirigenti del partito sono quasi tutti militari in congedo con forti legami con i generali attualmente ai vertici delle forze armate. Tuttavia, non è l’unico. L’attuale Costituzione, approvata nel 2008 con il favore dei generali all’epoca al potere, consente alle forze armate di controllare tre ministeri (Difesa, Affari interni e Affari di frontiera) e di nominare il 25 per cento dei deputati del Parlamento. La Costituzione stabilisce inoltre che il presidente ha il potere di dichiarare lo Stato d’emergenza solo dopo aver consultato il Consiglio di sicurezza e difesa nazionale (Ndsc), controllato dai vertici militari.

Il colpo di Stato va dunque inquadrato anche, se non soprattutto, nella sua dimensione internazionale. Situato geograficamente tra due potenze regionali come Cina e India, il Myanmar è un Paese chiave per la definizione dei futuri assetti geopolitici in Asia. Soprattutto, è un Paese al quale negli ultimi anni ha guardato con attenzione il presidente cinese Xi Jinping, considerandolo un tassello chiave della maxi-iniziativa infrastrutturale della Nuova via della seta, o Belt and road initiative (Bri). Il Corridoio economico Cina-Myanmar (Cmec), in particolare, è per Pechino di fondamentale importanza per garantirsi uno sbocco nell’Oceano Indiano, per facilitare l’approvvigionamento di petrolio dal Golfo Persico (evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca) e per favorire lo sviluppo delle sue province meridionali. Centrale, in questo senso, è lo sviluppo del porto e della zona economica speciale di Kyaukphyu, città dello Stato di Rakhine destinata anche a ospitare il terminal di un oleodotto che, passando per la città di Mandalay, si allungherebbe fino a Muse, al confine con la Cina.

L’attuazione di tali progetti, tuttavia, è andata finora a rilento. Basti pensare che la Cina ha proposto un totale di 38 progetti nel quadro del Cmec e che il governo birmano, preoccupato dalla prospettiva di un eccessivo indebitamento nei confronti di Pechino, ne deve approvare ancora 29. La pandemia di Covid-19 ha rallentato ulteriormente le iniziative cinesi in Myanmar: il governo di Aung San Suu Kyi, che dovrebbe sborsare 7,5 miliardi di dollari per i progetti, è costretto in questa fase a dare priorità alla mitigazione dei danni economici provocati dalla seconda ondata di contagi e dalle conseguenti restrizioni alle attività. Tutto questo ha alimentato in questi anni forti tensioni tra Naypyidaw e Pechino, acuite dal sospetto che la Cina abbia un ruolo nel sostegno ai gruppi attivi in Myanmar.

La Repubblica popolare ha sempre negato ogni coinvolgimento negli scontri che in questi anni hanno visto l’Esercito di Arakan, gruppo armato indipendentista di base nello Stato di Kachin, al confine con la Cina, opporsi alle forze armate birmane. Tuttavia nel giugno del 2020 in Thailandia un blitz della polizia ha portato al rinvenimento di un grande quantitativo di armi di produzione cinese nella città di Mae Sot, proprio al confine con il Myanmar, che secondo fonti birmane sarebbe stato destinato all’Esercito di Arakan. Pochi giorni dopo il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate del Myanmar, ha dichiarato in un’intervista all’emittente televisiva russa “Zvezda” che “le organizzazioni terroristiche nel Paese sono sostenute da forti attori all’estero”. Meno di un anno prima, nel novembre del 2019, erano state le stesse forze birmane a sequestrare un carico di missili superficie-aria agli insorti dell’Esercito nazionale di liberazione Ta’ang, quest’ultimo attivo negli Stati di Kachin e Shan. All’epoca il portavoce dell’esercito, generale Tun Tun Nyi, aveva sottolineato che quelle rinvenute erano “armi cinesi”.

A guardare con preoccupazione al presunto sostegno cinese ai gruppi armati birmani non era solo Aung San Suu Kyi, ma anche la vicina India, che sta sfidando la crescente influenza di Pechino nell’Asia meridionale e che negli ultimi mesi ha visto crollare ai minimi storici le proprie relazioni con la Cina. Una fonte militare di Nuova Delhi citata dal quotidiano “Times of India” sostiene che “l’Esercito di Arakan è finanziato al 95 per cento dalla Cina” e che la strategia di Pechino è tesa a evitare che l’India incrementi la propria influenza in Myanmar. Non è un caso, fa notare la fonte, che il gruppo armato si sia sempre ben guardato dal danneggiare gli interessi cinesi e abbia invece colpito duramente quelli indiani: pochi mesi dopo la concessione di un contratto da 220 milioni di dollari all’indiana C&C Construction per la realizzazione del Progetto di trasporto multimodale Kaladan, nel gennaio del 2018 l’Esercito di Arakan entrò in azione e rapì cinque cittadini indiani e cinque birmani tra cui un membro del Parlamento, sabotando inoltre mezzi e materiali di costruzione.

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