Giappone-Cina: alta tensione tra i due Paesi dopo la crisi di Taiwan

Le relazioni tra Tokyo e Pechino appaiono ai minimi storici dopo che giovedì 4 agosto cinque missili balistici cinesi sono caduti nella Zona economica esclusiva giapponese

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Le forti tensioni degli ultimi giorni intorno a Taiwan, iniziate con la visita della presidente della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi e culminate nelle intense esercitazioni a fuoco vivo delle forze armate cinesi, potrebbero lasciare lunghi strascichi nella regione dell’Indo-Pacifico. Certamente avranno effetti sulle relazioni tra Cina e Giappone, che appaiono ai minimi storici dopo che giovedì 4 agosto cinque missili balistici cinesi sono caduti nella Zona economica esclusiva di Tokyo. A maggior ragione dopo che questa mattina la stampa giapponese ha dato spazio a rivelazioni secondo cui sarebbe stato il presidente Xi Jinping in persona a dare il benestare al lancio dei proiettili. Secondo le indiscrezioni, il leader del Partito comunista cinese avrebbe voluto inviare così a Tokyo un messaggio di deterrenza, cercando di scoraggiare il Giappone da qualsiasi intervento nelle dinamiche relative allo Stretto di Taiwan. Xi, che nella veste di capo della Commissione militare centrale comanda le forze armate cinesi, avrebbe espressamente scartato un piano che prevedeva di condurre le esercitazioni della scorsa settimana senza coinvolgere la zona economica esclusiva giapponese, optando invece per un piano operativo maggiormente orientato a uno scenario bellico.

In particolare, il presidente cinese avrebbe optato per una simulazione di blocco aeronavale delle Isole Nansei, una catena di isole che da Kyushu si spinge sino a Taiwan, e che include la prefettura giapponese di Okinawa, dove è stanziata una parte consistente delle forze statunitensi nella regione. Le esercitazioni su larga scala, che si sono svolte all’interno di sei aree attorno a Taiwan, si sono tenute dal 4 a 9 agosto scorsi. Cinque degli 11 missili balistici lanciati dalle forze armate cinesi proprio il 4 agosto sono finiti all’interno della Zee del Giappone, innescando proteste formali da parte di Tokyo e del primo ministro giapponese in persona, Fumio Kishida. Lo scorso ottobre Xi e Kishida avevano concordato di promuovere relazioni “costruttive e stabili” tra i rispettivi Paesi in vista del cinquantesimo anniversario delle relazioni bilaterali, ma la situazione sembra ora essere radicalmente cambiata.

Un primo assaggio si è avuto proprio la scorsa settimana, quando il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha cancellato un incontro che avrebbe dovuto tenere con l’omologo giapponese Yoshimasa Hayashi a margine della riunione dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean). Ufficialmente, si è trattato di un segnale di protesta contro la dichiarazione congiunta che il giorno prima era stata diramata sul dossier Taiwan dal G7, di cui il Giappone fa parte, e che attribuiva a Pechino la deliberata volontà di alzare le tensioni nello Stretto.

A Tokyo, intanto, l’opinione pubblica si va irrigidendo e polarizzando. Tanto che l’aumento delle tensioni a Taiwan si è imposto in cima all’agenda in vista delle elezioni governatoriali nella prefettura giapponese meridionale di Okinawa, che si terranno tra un mese. L’annosa questione della massiccia presenza militare statunitense nella prefettura è tornata improvvisamente al centro del dibattito, e potrebbero indebolire il fronte pacifista sostenuto dall’opposizione progressista, che solo il mese scorso otteneva proprio a Okinawa una vittoria di misura alle elezioni per il rinnovo parziale della Camera alta della Dieta. L’elezione governatoriale in programma l’11 settembre vedrà il governatore progressista uscente, Denny Tamaki, fronteggiare l’ex sindaco di Ginowan, Atsushi Sakima, e l’ex deputato Mikio Shimoji.

La campagna elettorale avrà ufficialmente inizio il 25 agosto. Tamaki punta a ottenere un nuovo mandato col sostegno del suo movimento “All Okinawa”, che si oppone al piano del governo giapponese per trasferire la base militare Usa di Futenma da Ginowan a un sito meno affollato a Henoko. Tamaki chiede invece che la base venga trasferita all’esterno della prefettura. Il Partito liberaldemocratico giapponese e il suo partito alleato Komeito, al governo in Giappone, hanno annunciato questa settimana il loro sostegno alla candidatura di Sakima, in una riedizione dello scontro tra i due candidati nel 2018. La candidatura di Shimoji, a sua volta ex esponente del Partito liberaldemocratico, potrebbe dividere il voto conservatore.

Già con un occhio alla Cina il premier Fumio Kishida ha varato mercoledì 10 agosto un rimpasto dell’esecutivo con l’obiettivo di puntellare il governo a fronte delle turbolenze geopolitiche. Il leader giapponese ha scelto di affidarsi a personalità d’esperienza come quella di Yasukazu Hamada, 67 anni, che torna alla guida del ministero della Difesa dopo aver già ricoperto lo stesso incarico tra il 2008 e il 2009. Si tratta di una posizione cruciale per il Giappone, che nei prossimi mesi cercherà di puntellare le sue forze di autodifesa incrementando le spese militari fino al 2 per cento del prodotto interno lordo (Pil). Hamada prenderà il posto di Nobuo Kishi, finito in disgrazia dopo aver ammesso contatti con la Chiesa dell’unificazione. La setta religiosa è finita al centro del dibattito pubblico in Giappone dopo l’assassinio dell’ex primo ministro Shinzo Abe, per mano di un uomo, Tetsuya Yamagami, che ha riferito agli inquirenti di voler colpire proprio un politico che aveva favorito il radicamento della Chiesa dell’unificazione. Anche la morte di Shinzo Abe, peraltro, ha avuto riflessi sui rapporti tra Giappone e Cina: l’ex premier era inviso a Pechino per la sua politica muscolare nella regione e centinaia di utenti sui social cinesi hanno platealmente esultato per la sua uccisione.

Le ripercussioni della crisi di Taiwan, ad ogni modo, potrebbero andare ben oltre il Giappone. Alla prova ci sono anche i rapporti tra la Cina e la Corea del Sud, con lo scontro diplomatico in corso in merito ai sistemi di difesa missilistica statunitensi Terminal High Altitude Ara Defense (Thaad). Un portavoce dell’ufficio di presidenza sudcoreano ha dichiarato che il Thaad è un sistema di autodifesa, e che per tale ragione non può essere oggetto di negoziati con Paesi terzi. Il funzionario ha fatto riferimento alla Cina, che nelle ultime settimane ha più volte richiamato Seul al rispetto dell’impegno informale a non aumentare la presenza di sistemi antimissile Usa assunto dall’ex presidente Moon Jae-in nei confronti di Pechino. All’inizio di questa settimana il ministro degli Esteri sudcoreano, Park Jin, ha dichiarato all’omologo cinese Wang Yi che l’amministrazione del presidente Yoon non intende ottemperare alla politica dei “tre no” concordata dai due Paesi nel 2017: sulla base dell’accordo, Seul si impegnava a non schierare altre batterie antimissile sul proprio territorio, a non prendere parte a progetti di sviluppo di armi balistiche con gli Usa, e a non istituire una alleanza militare formale con la partecipazione del Giappone.

Anche le Filippine sembrano intenzionate ad assumere un atteggiamento meno accondiscendente nei confronti di Pechino. Oggi il dipartimento degli Affari esteri di Manila ha appoggiato un disegno di legge in discussione al Senato che prevede di rinominare le acque oggetto di un’annosa disputa territoriale con la Cina “Mar delle Filippine Occidentale”. Mercoledì 10 agosto il senatore filippino Francis Tolentino ha presentato al Senato il “Disegno di legge 405” che punta a “istituzionalizzare” la denominazione di “Mar delle Filippine Occidentale” per la porzione del Mar Cinese Meridionale contesa dalla Cina. Lo spazio marittimo, aereo e sottomarino sul lato occidentale dell’Arcipelago delle Filippine verrebbero rinominati per “rafforzare la rivendicazione delle Filippine” su quel territorio. Maria Teresita Daza, portavoce del dipartimento degli Affari esteri delle Filippine, ha dichiarato che la proposta presentata al Senato è in linea con il pronunciamento del tribunale arbitrale dell’Aia, che nel 2016 ha riconosciuto le ragioni di Manila.

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