Gestione della pandemia: la procura generale apre indagine preliminare su Bolsonaro

brasile Bolsonaro

Il Procuratore generale della Repubblica (Pgr), Augusto Aras, ha stabilito l’apertura di una istruttoria preliminare per verificare la concretezza delle accuse mosse contro il presidente della Repubblica, Jair Bolsonaro, e gli altri parlamentari e ministri chiamati in causa nella relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia. Nel testo di oltre mille pagine approvato a maggioranza nella serata del 26 ottobre, si sostiene la richiesta di aprire indagini nei confronti di 79 persone e due aziende. Il documento attribuisce in particolare al presidente della Repubblica, Jair Bolsonaro, nove possibili capi di imputazione. Il parlamento non ha poteri incriminatori e molti i soggetti coinvolti godono di giurisdizioni speciali loro concesse dalla Costituzione in virtù dell’incarico istituzionale.

E su queste figure istituzionali si concentra ora l’attenzione della Pgr. Oltre il capo dello Stato, la lista della Cpi include i nomi di sei ministri o ex ministri del governo Bolsonaro: Eduardo Pazuello, Marcelo Queiroga, Onyx Lorenzoni, Ernesto Araújo, Wagner Rosário e Walter Braga Netto. Il relatore ha inoltre raccomandato l’incriminazione di vari parlamentari tra i quali il senatore Flávio Bolsonaro e il deputato Eduardo Bolsonaro (figli del presidente) oltre ai deputati di maggioranza Bia Kicis, Carla Zambelli, Carlos Jordy, Osmar Terra e Ricardo Barros. Oltre all’avvio delle indagini, Aras ha ordinato la condivisione delle informazioni con le procuratori federali (Mpf) responsabili delle indagini sui casi relativi alla pandemia di Covid-19.

Quando il presidente della Repubblica commette un crimine comune, tra cui figurano quelli elencati nel codice penale e nelle legislazioni penali del Brasile, in questo caso la competenza per investigare e giudicare il presidente è della Corte suprema federale (Stf). Perché il procedimento venga instaurato, è prerogativa del Procuratore generale della Repubblica (Pgr) inviare una richiesta di indagine a carico del presidente presso la Corte suprema”. Questo avviene dopo che in fase di istruttoria preliminare la Pgr ravvisi gli estremi della commissione dei reati. Le fasi successive sono stabilite dalla Costituzione “Il giudice supremo al quale viene affidato il caso instaura un’indagine preliminare valutando tutte le prove presentate dalla Pgr.

Qualora il magistrato giudicasse le prove consistenti per poter disporre l’apertura del processo vero e proprio a carico del presidente della Repubblica che – afferma Oliveira – sarà sempre svolto dal Stf, dovrà inviare una richiesta di autorizzazione a procedere presso la Camera dei deputati. La votazione da parte della Camera è obbligatoria. Nel caso è richiesta una maggioranza qualificata dei due terzi dell’aula, ovvero 342 voti su 513 deputati. Se la Camera autorizza la Corte suprema apre il processo e il presidente è automaticamente allontanato dall’incarico per 180 giorni, periodo in cui dovrà svolgersi il processo”, spiega Oliveira. Se il processo si conclude con una condanna, il presidente è definitivamente allontanato dall’incarico e il vicepresidente assume la presidenza.

Nella lunga e articolata relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta si parla del reato imputabile a chi causa una pandemia diffondendo i germi patogeni: fino a quattro anni di prigione se il reato viene riconosciuto come colposo, fino a 15 in caso di “comprovata intenzionalità” di commettere il reato, elevabili a 30 se ci sono morti. Nella lettura della commissione, il reato può essere imputato anche a chi non agisce in modo da evitare che l’epidemia abbia conseguenze peggiori del previsto: è il caso, si legge nel rapporto, della ricerca dell’immunità di gregge tramite i “ripetuti” appelli di governo e presidente ad esporsi al contagio. In questa fattispecie rientrerebbero anche le ripetute critiche alle misure di isolamento sociale disposte dagli enti locali, così come la decisione di riaprire esercizi commerciali e attività nei momenti peggiori della crisi.

C’è poi il reato ascrivibile a chi infrange le prescrizioni che le autorità adottano per impedire la diffusione delle malattie. La pena in questo caso è da un mese a un anno di reclusione, più una sanzione pecuniaria. Il rapporto della commissione raccoglie numerosi casi in cui il presidente ha infranto l’obbligo della mascherina in riunioni di lavoro e cerimonie ufficiali, oltre alle situazioni in cui ha creato assembramenti o invitato altri a disattendere le misure. Da tre mesi a un anno sono comminabili a comportamenti da “ciarlatano”: chiunque promuova o divulghi la possibilità di una guarigione con mezzi segreti o infallibili. Il capo dello Stato, denuncia la commissione, ha sempre sostenuto l’efficacia, nella cura della Covid-19, di farmaci i cui effetti non sono supportati da nessuna evidenza scientifica né da raccomandazione delle agenzie sanitarie internazionali. È il caso di prodotti come la clorochina e l’ivermectina, ripetutamente raccomandati alla popolazione e causa delle dimissioni di almeno due ministri della Sanità, contrari a inserirli nei protocolli sanitari ufficiali.

La Cpi parla anche di istigazione al reato, punibile con pena detentiva fino a sei anni e multa, evocando gli appelli a non rispettare le norme di prevenzione, come la già citata distanza sociale. A questa fattispecie viene ricondotto anche l’incoraggiamento del presidente a fare irruzione negli ospedali da campo per verificare che i posti letto fossero davvero occupati da pazienti Covid, augurandosi – nel parere dei parlamentari – che le registrazioni video potessero circolare sui social amplificando gli effetti del reato. Potrebbero scontare fino a tre mesi di reclusione, con annessa multa, i funzionari o agenti pubblici che utilizzano risorse pubbliche in modo diverso da quello disposto originariamente. Vengono in questo caso evocate le spese sostenute per fabbricare e acquisire il cosiddetto “kit Covid”, contenenti i farmaci non autorizzati dalle agenzie sanitarie. Su tutti, risalta l’incremento della produzione di clorochina, con spese mantenute anche una volta dimostrata la sua inefficacia nella cura della covid.

Chi ostacola o sospende l’esecuzione di un atto d’ufficio per perseguire propri interessi commette un reato di prevaricazione punibile fino a un anno di reclusione. È il caso, equiparabile all’omissione d’atti d’ufficio, sorto dopo che un deputato – Luis Miranda – sosteneva di aver avvertito il presidente su possibili atti illeciti nell’acquisto del vaccino indiano Covaxin. Una denuncia cui Bolsonaro no ha fatto seguire l’istruzione di avviare opportune verifiche. In presidente aveva confermato l’incontro con Miranda ma non di aver ricevuto la segnalazione. Successivamente rimandava all’allora ministro della Salute, Eduardo Pazuello la responsabilità della gestione del dossier.

Infrangendo il diritto alla vita o alla salute il presidente potrebbe anche essere riconosciuto come responsabile di atti che attentano alla Costituzione. La commissione parlamentare di inchiesta insiste nel segnalare la ripetuta difesa dell’obiettivo dell’immunità di gregge, senza peraltro promuovere la risposta vaccinale: una esortazione ad esporsi al contagio di un virus letale che porta con sé il rischio di aumentare esponenzialmente il numero di decessi. Ad alimentare la stessa ipotesi di reato gli altri comportamenti più volte denunciato: il ritardo nell’acquisto dei vaccini, gli assembramenti e la raccomandazione di farmaci non opportuni. L’attentato alla Costituzione potrebbe costare a Bolsonaro anche la perdita dell’incarico, tramite una procedura di impeachment che deve essere autorizzata dalla Camera e votata dal Senato. L’esito di questa denuncia è quindi più un tema politico che giudiziario.

I comportamenti del capo dell’esecutivo potrebbero per la commissione anche configurare crimini contro l’umanità, ai sensi dello Statuto di Roma, di cui il Brasile è firmatario. Nello specifico il riferimento è a chi utilizzando la propria posizione di potere propizia o tollera attacchi generalizzati o sistematici contro la popolazione civil, provocando la morte o causando intenzionalmente sofferenza, danni fisici o morali. I ripetuti appelli a non rispettare le distanze sociali decise dai governi statali o gli inviti trasmessi in dirette televisive a riprendere la vita quotidiana configurano per la Cpi “un attacco generalizzato e sistematico tramite il quale il governo ha, deliberatamente, cercato di mantenere attiva la malattia. Il presidente avrebbe inoltre mancato al dovere di proteggere determinati segmenti della popolazione, come gli indigeni. Il dossier passa in questo caso alla Corte penale internazionale (Cpi), che può comminare pene fino a 30 anni.

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