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Gaza: liberati due ostaggi israeliani, ma crescono le preoccupazioni per un’offensiva su Rafah

Gerusalemme
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Continuano a crescere le preoccupazioni della comunità internazionale per l’eventualità di un’offensiva militare da parte di Israele nella città più meridionale della Striscia di Gaza, Rafah, dove la scorsa notte le Forze di difesa della Stato ebraico (Idf) hanno condotto un’operazione che ha tratto in salvo due ostaggi. Il 60enne Fernando Simon Marman e il 70enne Louis Har, catturati dal movimento islamista palestinese Hamas durante l’attacco sferrato contro Israele il 7 ottobre scorso, sono già stati trasferiti presso un centro medico israeliano in buone condizioni. Secondo quanto reso noto dalle Idf, l’operazione che ha portato alla liberazione dei due ostaggi è stata effettuata in collaborazione con l’Agenzia di sicurezza e con la Polizia di Israele. Il ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha commentato la liberazione dei due ostaggi con un messaggio su X (ex Twitter), definendo l’operato delle forze israeliane “impressionante”, e aggiungendo di aver assistito alle fasi dell’operazione da un centro di comando assieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e ai vertici delle Idf. Lo stesso premier si è congratulato per aver portato a termine l’operazione e ha ribadito che soltanto il proseguimento della pressione militare su Hamas, “fino alla vittoria completa”, potrà portare “alla liberazione di tutti i nostri rapiti”. “Non perderemo nessuna occasione per riportarli a casa”, ha scritto Netanyahu su X, riferendosi agli altri 134 ostaggi ancora trattenuti a Gaza.


La fermezza del primo ministro israeliano starebbe tuttavia portando l’attrito con l’amministrazione statunitense a un punto di rottura. Come scrive il quotidiano “The Washington Post”, la “crescente frustrazione nei confronti di Netanyahu ha spinto alcuni degli assistenti di Biden a esortarlo a essere pubblicamente più critico”. Per ora, ricorda il quotidiano, la Casa Bianca ha respinto le richieste di sospendere gli aiuti militari a Israele o di imporre condizioni, ma alcuni funzionari vicini al presidente Usa stanno consigliando di “prendere le distanze da un leader impopolare” ribadendo al contempo il sostegno di lunga data allo Stato ebraico. Il presidente statunitense, spiega “The Washington Post”, ha “un attaccamento viscerale” a Israele ed è restio a “criticare un primo ministro in carica, soprattutto in tempo di guerra”. Tuttavia la sua pazienza “si sta esaurendo”, anche perché Biden si avvia verso una combattuta campagna elettorale e dai sondaggi emerge che i giovani elettori, le persone di colore, i musulmani e gli arabi-statunitensi disapprovano fortemente la sua gestione della crisi.

A destare particolare preoccupazione è l’intenzione di Israele di condurre un’offensiva sulla città di Rafah, vicina al confine con l’Egitto, dove nel corso di questi mesi di conflitto si sono riversate più di un milione di persone in fuga da altre zone della Striscia. Paesi come Libano, Siria e Iran hanno espresso una ferma condanna nei confronti di questa eventualità, così come l’Autorità nazionale palestinese (Anp). Durante un incontro con l’emiro del Qatar, sceicco Tamim bin Hamad al Thani, a Doha, il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, ha pertanto esortato gli Stati Uniti a fermare l’operazione militare su Rafah, per evitare una catastrofe umanitaria e una nuova Nakba (la catastrofe, termine con cui i palestinesi ricordano il trasferimento forzato della popolazione nel 1948 e nel 1967). Abbas ha ricordato che, secondo fonti palestinesi, sono già morte oltre cento persone nell’operazione che ha portato al salvataggio dei due ostaggi.

Il Paese che più ha da temere da un’operazione militare a Rafah è l’Egitto, che gestisce il valico omonimo che collega alla Striscia di Gaza. Secondo indiscrezioni del quotidiano panarabo di proprietà saudita “Al Arabiya”, il Cairo avrebbe minacciato Israele di rivedere le relazioni diplomatiche se venisse lanciata un’operazione militare a Rafah. L’Egitto avrebbe infatti deciso di ridurre le comunicazioni con Tel Aviv, limitandole al settore della sicurezza, solo per quanto riguarda i colloqui per raggiungere la tregua a Gaza e consentire il rilascio degli ostaggi, mentre avrebbe congelato ogni comunicazione con il governo israeliano. Inoltre, la parte egiziana ha informato gli israeliani che qualsiasi discussione sullo status del corridoio Filadelfia, zona cuscinetto lunga 14 chilometri e larga 100 metri fra Gaza e l’Egitto, è completamente respinta. Dalla Slovenia, dove il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha incontrato l’omologa Tanja Fajon, è giunta la smentita e la garanzia che il Cairo continuerà a rispettare l’accordo di pace con Israele. Il capo della diplomazia egiziana ha ribadito che l’Egitto continuerà i suoi sforzi, sia con la parte palestinese che con quella israeliana, per raggiungere un accordo che porti al rilascio degli ostaggi e dei prigionieri, oltre a garantire l’ingresso degli aiuti nella Striscia di Gaza.

Il Cairo ha comunque schierato circa 40 carri armati e veicoli corazzati nel nord-est del Sinai nelle ultime due settimane, nel quadro di una serie di misure per rafforzare la sicurezza al confine con Gaza. Secondo quanto riferito dalla stampa internazionale, l’Egitto ha rafforzato il pattugliamento nell’area vicino ai valichi di Rafah e di Kerem Shalom. Il Paese nordafricano si è sempre opposto all’eventualità di uno spostamento forzato della popolazione palestinese e l’enorme massa di rifugiati che potrebbe arrivare dall’altro lato del confine costituirebbe un enorme problema per il Cairo. Solo nella giornata di oggi sono entrate in Egitto 557 persone attraverso il valico di Rafah: 139 egiziani, 40 feriti, 33 accompagnatori, 250 abitanti della Striscia con permesso di soggiorno in altri Paesi e 95 persone di nazionalità straniera. Inoltre, sono transitati da Rafah camion con aiuti umanitari diretti a Gaza, mentre all’aeroporto di Al Arish sono giunti un aereo proveniente dagli Emirati Arabi Uniti che trasportava 48 tonnellate di aiuti alimentari, medicinali, tende e materiali di soccorso per l’ospedale da campo a Gaza, e un velivolo proveniente dal Sultanato dell’Oman con a bordo 22 tonnellate delle scorte alimentari fornite da Mascate in beneficenza.

Mentre il rischio di una catastrofe umanitaria a Rafah si fa sempre più concreto, dal Regno Unito è arrivato il monito del ministro degli Esteri, David Cameron. “Vogliamo che Israele si fermi e rifletta molto seriamente prima di intraprendere qualsiasi ulteriore azione”, ha detto il capo della diplomazia britannica. “Ciò che vogliamo è una pausa immediata nei combattimenti, una pausa che dovrebbe poi portare a un cessate il fuoco”, ha quindi affermato Cameron, aggiungendo: “Dobbiamo portare via gli ostaggi israeliani e dobbiamo far arrivare a Gaza gli aiuti umanitari”. “Il modo migliore per farlo è fermare i combattimenti adesso e trasformare questa pausa in un cessate il fuoco permanente e sostenibile”, ha concluso il ministro. Nel frattempo, secondo quanto ha reso noto il ministero della Sanità di Gaza gestito da Hamas, il bilancio delle vittime palestinesi nelle operazioni delle forze israeliane nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023 è salito a 28.340 morti e 67.984 feriti.

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