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Ex Ilva, Mapelli (Polimi): “Il governo ricapitalizzi o proceda con l’amministrazione straordinaria”

La società è ormai da mesi in crisi di liquidità e il socio privato Arcelor Mittal ha ribadito ieri di non essere disposto a rifinanziarla secondo la quota che gli compete

Roma
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Dopo l’ennesimo rinvio, questa volta al 22 dicembre, dell’assemblea di Acciaierie d’Italia (Adi) chiamata a decidere sul futuro dell’ex Ilva, il governo si trova di fronte due opzioni: la liquidazione della società, per poi sottoporla ad amministrazione straordinaria e arrivare al coinvolgimento di un nuovo socio che riparta da zero, riconfigurando industrialmente l’impianto, oppure la ricapitalizzazione, mantenendo al proprio fianco Arcelor Mittal ma salendo in maggioranza e impostando una nuova gestione industriale. L’unica strada da evitare è proseguire in questa direzione, con un ulteriore finanziamento-ponte che, anziché risolvere il problema, lo sposterebbe in avanti, prolungando quella che è di fatto un’agonia per tutti: governo, fornitori, lavoratori. Ne è convinto Carlo Mapelli, docente del dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano ed ex membro del Cda di Acciaierie, che in un’intervista ad “Agenzia Nova” ha fatto un punto della situazione sull’impianto di Taranto all’indomani dell’ennesima fumata nera in sede di assemblea Adi. La società è ormai da mesi in crisi di liquidità e il socio privato Arcelor Mittal ha ribadito ieri di non essere disposto a rifinanziarla secondo la quota che gli compete (62 per cento) in quanto azionista di maggioranza, presentando anzi un memorandum in cui ricorda quanto già fatto per Acciaierie d’Italia e rilanciando così la palla nel campo dello Stato e di Invitalia (titolare del 38 per cento del capitale). Il fatto che il governo prenda la maggioranza è sicuramente un’opzione, ha spiegato Mapelli, ma bisognerebbe prima avere contezza dell’esposizione finanziaria della società verso i fornitori, perché, “se al rilancio industriale si sommano delle esposizioni molto consistenti, questo potrebbe tarpare le ali a una possibilità di rilancio”. Per prima cosa, quindi, serve chiarezza: “il problema profondo è che non vi è una cognizione esatta di quelle che sono e possono essere le prospettive industriali dell’impianto, altrimenti credo si potrebbe agire in modo più lineare e rapido”.


L’altra via d’uscita è quella di un’amministrazione straordinaria, che “peraltro era stata prevista dal governo nell’ultimo provvedimento legislativo che ha portato alla ricapitalizzazione di Adi per diversi milioni di euro”, ha chiarito Mapelli, anche se è presumibile che “qualsiasi nuovo partner privato richieda che vi sia una cesura netta con il passato, per non correre rischi legali e finanziari di alcun tipo”. Il problema resta però lo stesso, ossia capire sino a dove si è spinta l’esposizione finanziaria della società, perché “non aver preso provvedimenti prima e aver lasciato accumulare un’esposizione finanziaria di molte centinaia di milioni di euro crea degli oggettivi problemi anche all’instaurazione di una nuova amministrazione straordinaria, dato che vorrebbe dire trascinare nel baratro anche tutti i fornitori che hanno finanziato Acciaierie in questi anni”. Quello che lo Stato deve assolutamente evitare, secondo il docente del Polimi, è procedere con un altro finanziamento per continuare nella gestione della società alle stesse condizioni, dato che “questo non consentirebbe alcuna svolta al livello di andamento industriale e porterebbe tra qualche settimana a una nuova richiesta di risorse, accrescendo ulteriormente l’esposizione finanziaria”. “Bisogna prendere una decisione che consenta di cambiare la gestione industriale della società. L’obiettivo – ha rimarcato Mapelli – è questo, lo strumento dipende dallo stato attuale dalla società e da cosa può essere convenire fare”.

A prescindere dalla strada che si deciderà di imboccare, per Mapelli bisogna tuttavia entrare nell’ottica di un impianto totalmente riconfigurato, con produzioni più contenute rispetto al passato, “perché uno degli errori commessi in questi anni è stato quello di sentirsi rassicurati di fronte a piani che prospettavano un ritorno agli otto milioni di tonnellate di produzione” precedenti all’ingresso di Arcelor Mittal, che non rappresentano oggi una prospettiva realistica. “Parliamo di un impianto congegnato per quando l’Italia era un Paese in via di sviluppo: può ricoprire ancora un ruolo centrale e importante per l’economia italiana, ma riconfigurato in modo profondo su produzioni più contenute e tutte mirate a prodotti di qualità e a maggior valore aggiunto, che sono quelli che servono oggi all’attuale industria italiana, e non più al consumo di quelle che vengono chiamate ‘commodities’, come avveniva quando l’Italia usciva dalla guerra ed era un Paese che stava cercando la via di un nuovo sviluppo”. Per questo, ha evidenziato, la configurazione dell’impianto “va rivista completamente, non solo nelle parti della produzione a caldo dell’acciaio ma in tutto il complesso produttivo”. Difficilmente la soluzione potrà venire dal passaggio al Dri, il preridotto prodotto con gas naturale, che “poteva essere un’ipotesi plausibile nel 2014-15, quando fu proposta dall’allora commissario Enrico Bondi”, ma non oggi che “ci sono dei vincoli molto forti legati non alla disponibilità del gas naturale ma alla qualità del minerale che deve essere caricato nei preriduttori”. Solo il quattro per cento del minerale che viene estratto al livello mondiale è adatto per un’efficiente produzione nei preriduttori, ha spiegato Mapelli, e nei dieci anni che sono stati persi altri attori si sono affacciati sulla scena, puntando sulla stessa tecnologia e fidelizzando i produttori di minerale adatto per i preriduttori.

Per questo, “se si vuole pensare a un impianto alimentato con dei preriduttori, bisogna togliersi dalla testa che possa essere localizzato in Italia, a meno di non trovare una joint venture con un estrattore di minerale che sia in grado di garantire quelle forniture, altrimenti si rischia un altro disastro, non coerente con quelli che sono i contesti di fornitura di materie prime a cui si può fare riferimento”. Urge tuttavia trovare una soluzione, perché il Paese sta risentendo di questa crisi: “Se perderemo la capacità di fornirci in modo autonomo ed efficiente di prodotti piani, perderemo anche la grande dorsale industriale localizzata prevalentemente lungo l’autostrada A4 e in Emilia-Romagna, che è legata alla lavorazione dei prodotti piani e che si avvantaggiò dei prezzi competitivi realizzati da Ilva negli anni ’60-’80 fino all’inizio degli anni 2000, quando sono iniziati i problemi che hanno portato all’attuale situazione industriale”. “Questa miriade di centri di servizio e officine meccaniche vede diminuire i propri margini perché altri attori, con prezzi molto meno competitivi, sono riusciti a penetrare in questo mercato, che è uno dei più ricchi al mondo, e che però una volta aveva delle marginalità significative, realizzate grazie anche alle buone forniture da parte dell’impianto di Taranto. Oggi – ha concluso Mapelli – è ancora una realtà molto importante in termini di fatturato, ma soffre dal punto di vista delle marginalità economiche, perché non ci sono più forniture così convenienti”.

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