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Etiopia: il Paese scivola in default, è il terzo del continente in tre anni

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L’Etiopia è andata formalmente in default, diventando nel giro di tre anni il terzo Paese del continente, dopo Zambia e Ghana, a essere insolvente sul suo debito estero. Le autorità di Addis Abeba non hanno saldato una cedola da 33 milioni di dollari richiesta per il suo unico titolo di Stato internazionale, un Eurobond da un miliardo di dollari. Al secondo Paese più popoloso e sesta economia dell’Africa era stata anche concessa una proroga di due settimane sull’originaria deadline dell’11 dicembre, ma già a inizio mese le autorità etiopi avevano annunciato l’intenzione di dichiarare default come conseguenza della crisi generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla dispendiosa guerra di due anni condotta nel Tigré, fino al novembre dello scorso anno. Con effetto domino, la dichiarazione di insolvenza ha determinato il declassamento dell’Etiope da parte delle agenzie di rating del credito, a partire da Fitch, che lo scorso 14 dicembre – prima della conclusione del periodo di grazia concesso per il saldo – ha fatto sapere che in caso di insolvenza avrebbe fatto retrocedere Addis Abeba a rischio default, tagliando quindi il suo giudizio da “CC” a “C”. A seguire, anche S&P Global Ratings ha declassato il Paese nella categoria “Default” perché inadempiente sui suoi obblighi di pagamento, provocando il crollo in borsa dell’Eurobond etiope. “Consideriamo il mancato pagamento degli interessi e la dichiarazione secondo cui il governo non avrebbe onorato i suoi obblighi di servizio del debito entro il periodo di grazia stipulato come un default sul suo debito commerciale estero”, ha dichiarato S&P Global.


L’Etiopia sta affrontando da mesi un’elevata inflazione ed una carenza di valuta forte, fattori che si sono andati aggravando anche a fronte dei numerosi conflitti – molti di natura interetnica – che il governo del premier Abiy Ahmed deve gestire sul suo territorio. E’ questo il caso degli scontri che regolarmente scoppiano in Oromia, nell’Amhara o nel Benishangul-Gumuz, ma anche dei dispendiosi investimenti militari necessari ad assicurare il controllo di territori frontalieri come quello di al Fashaga, conteso con il Sudan. Il governo etiope cerca di riformulare i termini del suo debito estero dal 2021, quando ne aveva chiesto una riduzione nell’ambito dell’iniziativa del G20 dedicata ai Paesi fortemente indebitati, il Common Framework for Debt Treatment. A gennaio la Cina ha cancellato 4,5 milioni di dollari di debito dovuto dall’Etiopia, mentre a novembre i creditori internazionali – guidati da Francia e Cina, a capo del comitato che supervisiona gli obblighi etiopi – hanno concesso al Paese una sospensione del pagamento del debito per un totale di 1,5 miliardi di dollari fino al prossimo anno, in un periodo di particolare difficoltà e nonostante i ritardi nell’attuazione delle riforme richieste. L’8 dicembre, tuttavia, il governo etiope ha annunciato il fallimento dei negoziati avviati in parallelo con i fondi pensione e con altri creditori del settore privato che detengono i suoi titoli di Stato, contribuendo a far scivolare il Paese in una situazione critica.

Il default è un duro colpo per l’Etiopia, che ha urgenza di risollevare la sua condizione finanziaria per non rimanere indietro su importanti sfide internazionali, prima fra tutte quella di un più concreto inserimento nella Nuova via della Seta promossa da Pechino. Su questo fronte Addis Abeba è penalizzata dall’assenza di un accesso diretto al mare dal 1993, ovvero da quando l’Eritrea ha dichiarato l’indipendenza. Il premier Ahmed ha tentato in ogni modo di convincere i Paesi limitrofi (Eritrea, Somalia, Gibuti, perfino il Kenya) a garantirgli un accesso diretto al mare, arrivando anche a “barattare” in cambio quote della Grande diga della Rinascita etiope (Gerd), il maxi progetto voluto da Addis Abeba e contestato da Sudan ed Egitto, preoccupati delle possibili conseguenze sui Paesi a valle. Il capo del governo di Addis Abeba ha tuttavia ottenuto solo rifiuti, facendo alzare i toni delle richieste e le inquietudini regionali per un potenziale, ulteriore conflitto che il premier oromo – premio Nobel per la pace nel 2019 – potrebbe far partire per ottenere un accesso diretto al mar Rosso, su quella che è di fatto una delle rotte commerciali più trafficate al mondo. Da gennaio l’Etiopia entra peraltro a far parte del blocco dei Paesi emergenti Brics – ormai allargato a 11 membri, tre dei quali africani (Sudafrica, Egitto, Etiopia) -, un’adesione sulla quale Addis Abeba riponeva grandi speranze ma sul cui successo potrebbe ora pesare non poco la situazione debitoria del Paese.

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