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Etiopia: ad un anno dall’accordo di pace di Pretoria la sua attuazione rimane incerta

Una delle conseguenze più tangibili degli accordi è il nuovo raffreddamento delle relazioni fra Etiopia ed Eritrea. Convitato di pietra ai negoziati di pace, il governo Asmara ha giocato un ruolo importante nella risposta militare etiope, pagandone un caro prezzo interno

Addis Abeba
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Compie un anno l’accordo di pace siglato a Pretoria per sancire la fine del conflitto che per due anni, dal novembre del 2020, ha insanguinato la regione etiope del Tigrè e le regioni circostanti. Il conflitto ha contrapposto sul campo il governo federale del premier Abiy Ahmed ed i suoi alleati, da un lato, ed il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf), con un bilancio che secondo l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, mediatore dell’Unione africana che ha partecipato ai negoziati di pace, avrebbe provocato fino a 600 mila morti.


Stando a queste cifre, si tratterebbe di uno dei conflitti più sanguinosi mai avvenuti a livello globale, con una conseguente crisi umanitaria che ha spinto migliaia di persone a fuggire le violenze dentro e fuori dal Paese. Ad un anno dall’accordi, la situazione nella regione rimane fragile e gli equilibri fra alcuni partecipanti al conflitto si sono indeboliti. È il caso, in particolare, delle relazioni di Etiopia ed Eritrea, già nemici poi riconciliati con lo storico accordo di pace del 2018 ma che la guerra nel Tigrè ha finito per riallontanare, sollevando una reciproca diffidenza.

L’accordo di pace firmato a Pretoria il 2 novembre del 2022 prevedeva 11 punti, articolati in particolare intorno alla necessità di garantire un cessate il fuoco stabile nella regione colpita dal conflitto e facilitare la ricostruzione, anche economica, di un’area del Paese dove si concentravano importanti industrie nazionali. Le parti si sono dette pronte a ripristinare la presenza dell’autorità federale a Macallè (capoluogo del Tigrè), a garantire l’accesso di aiuti umanitari alla regione e a proteggere i civili.

Uno dei punti di maggior importanza era quello relativo all’unità delle Forze armate, ossia al progetto di disarmare l’esercito tigrino ed integrare le sue milizie nell’esercito federale, tema di delicata attuazione e in base al quale le parti si erano impegnate a riconoscere “che la Repubblica federale democratica dell’Etiopia ha una sola forza di difesa” e a progettare “un programma di disarmo completo per i combattenti del Tplf”, oltre che ad istituire “un canale di comunicazione aperto tra gli alti comandanti di entrambe le parti” e un sistema di coordinamento militare.

Se lo scioglimento dell’esercito tigrino è stato a tutti gli effetti attuato, l’accordo prevedeva anche l’interruzione delle operazioni militari contro i combattenti del Tplf e l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio, verifica e conformità per l’effettiva attuazione della cessazione permanente delle ostilità. Un comitato al quale non è stato dato seguito concreto, nonostante l’impegno del governo federale etiope di accompagnare la ricostruzione – anche militare – del Paese. Se sulla carta la volontà di assorbire nelle truppe federali le milizie tigrine rispondeva alla doppia necessità di disarmare il nemico e di integrare nuove forze, nel concreto il clima di diffidenza alimentato durante il conflitto ha reso ben più complicata questa fase dell’accordo. Società civile e organizzazioni internazionali avevano del resto più volte denunciato le campagne di ritorsioni avviate dal governo federale contro gli ufficiali tigrini, storicamente detentori di una migliore preparazione militare ma relegati a “traditori” nel quadro di un conflitto nel quale ha pesato non poco anche l’appartenenza a diversi gruppi etnici.

Una delle conseguenze più tangibili degli accordi di Pretoria è poi, senza dubbio, il nuovo raffreddamento delle relazioni fra Etiopia ed Eritrea. Convitato di pietra ai negoziati di pace – perché mai ufficialmente dichiaratosi coinvolto nel conflitto – il governo Asmara ha giocato un ruolo importante nella risposta militare etiope, pagandone un caro prezzo interno. Il presidente Isaias Afwerki ha lanciato diversi appelli alle armi e fatto ricorso all’arruolamento forzato per colmare il vuoto delle crescenti diserzioni, senza riuscire a rigenerare del tutto le sue fila. Alla stanchezza militare eritrea si è andata aggiungendo una più tesa relazione di Afwerki con il premier etiope, legata probabilmente anche ad un mancato riconoscimento del sostegno prestato durante la guerra nel Tigrè e, più di recente, alle rivendicazioni etiopi per un accesso al mar Rosso che l’Etiopia ha perso proprio dall’indipendenza eritrea, nel 1993.

Alle ultime richieste etiopi di imbandire un tavolo di discussione con i Paesi vicini in grado di concedere ad Addis Abeba un corridoio sul mare – Eritrea, Gibuti, Somalia – la risposta è stata negativa, con commenti da parte di Asmara sul carattere “eccessivo” di simili rivendicazioni.

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