El Salvador: militare ucciso da “terroristi”, Bukele ordina tre giorni di bandiere a mezz’asta

La lotta alla criminalità è da sempre in cima all'agenda del governo Bukele. A metà giugno il presidente ha annunciato la prossima apertura dei cantieri del "Centro di confino del terrorismo", struttura destinata ad accogliere le "decine di migliaia" di presunti membri di bande criminali

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Il presidente del Salvador, Nayib Bukele, ha decretato tre giorni di lutto nazionale per la morte di un militare vittima di un’imboscata attribuita a un gruppo “terroristico”. “Si dispone che tutte le bandiere nel nostro Paese siano issate a mezz’asta per tre giorni, in onore al nostro eroe, che ha dato oggi la vita per proteggere e dare sicurezza ai salvadoregni”, ha scritto Bukele in un messaggio pubblicato sul proprio profilo Twitter. Il presidente ha quindi riferito dell’arresto di uno dei dieci uomini coinvolti nello scontro a fuoco che si è prodotto a Nueva Concepcion. “Questi terroristi pagheranno cara la vita del nostro eroe. Non importa dove si nasconderanno, li troveremo”, ha aggiunto.

La lotta alla criminalità è da sempre in cima all’agenda del governo Bukele. A metà giugno il presidente ha annunciato la prossima apertura dei cantieri del “Centro di confino del terrorismo”, struttura destinata ad accogliere le “decine di migliaia” di presunti membri di bande criminali arrestati durante i tre mesi dello stato di eccezione. Una condizione che il Parlamento ha proogato – con 67 degli 84 deputati a favore – fino al 25 luglio del 2022. Uno dei fattori per poter “vincere la guerra” è la costruzione di un “gigantesco centro penitenziario”, che sorgerà “lontano dalle città, circondato da centinaia di isolati di terre di proprietà dello Stato, con centinaia di migliaia di metri di costruzione, vari livelli di muri e 37 torrette di vigilanza”. Lo stato di eccezione, disposto una prima volta il 27 marzo a fronte di una impennata del numero quotidiano di omicidi, ha sin qui portato all’arresto di 41.346 persone, con alcune centinaia rimesse in libertà dopo che la giustizia ha verificato la mancanza di legami con le organizzazioni criminali.

Lo stato di emergenza è stato usato per introdurre una corposa serie di modifiche all’ordinamento: le autorità hanno per 30 giorni maggiori strumenti per inviare polizia ed esercito nelle zone “calde”, di limitare i diritti di associazione e riunione, nonché intervenire nelle comunicazioni telefoniche, per posta elettronica o posta ordinaria senza l’autorizzazione della giustizia. Viene inoltre limitato il diritto degli imputati a conoscere le ragioni degli arresti e dell’obbligo alla presenza di un avvocato, consentendo alle ad inquirenti e agenti di prolungare il periodo di arresto amministrativo oltre le 72 ore previste per legge. Un pacchetto di misure che ha sollevato critiche delle opposizioni delle organizzazioni a difesa dei diritti umani. Una volta in carcere, poi, i detenuti possono essere sottoposti ad altre misure: imitazioni al tempo di libera uscita, al cibo, a un giaciglio congruo per la notte e alle comunicazioni con l’esterno.

Oltre allo stato di emergenza il parlamento di El Salvador ha approvato una riforma del codice penale che prevede pene detentive fino a 45 anni di carcere per i capi delle gang armate. Il pacchetto di riforme prevede anche un aumento delle pene detentive fino a 10 anni di carcere per i maggiori di 12 anni e fino a 20 anni per i minori dai 16 ai 18 anni. La riforma destina inoltre 80 milioni di dollari ai ministeri della Difesa e della Sicurezza per l’acquisto di armi ed equipaggiamenti. Il parlamento di El Salvador ha approvato anche una legge speciale per accelerare la costruzione di centri penitenziari e una riforma del codice penale locale che permetterà di condannare i mezzi di comunicazione che rilanciano o trasmettono messaggi attribuiti o attribuibili alle bande criminali. La riforma, approvata direttamente in Aula e senza discussione, prevede pene di reclusione da dieci a 15 anni per coloro che riproducono o rilanciano messaggi delle bande, ma anche nei confronti di chi “elabora, partecipa all’elaborazione, produce testi, dipinti, disegni, graffiti o qualsiasi qualsiasi forma di espressione visiva che alluda alle differenti organizzazioni criminali”.

Si tratta del passaggio più spinto di una strategia di contrasto alla criminalità che l’esecutivo porta avanti con determinazione. Il presidente Nayib Bukele ha assicurato che il governo – grazie al Piano di controllo territoriale del 2019 -, sta per vincere la guerra lanciata contro le potenti bande criminali del Paese. “Stiamo per vincere la guerra contro le bande. Fino a pochi mesi fa molti salvadoregni, compreso me, ci chiedevamo se un giorno ci saremmo riusciti”, ha detto Bukele in un recente discorso alla nazione tenuto in Parlamento. “Non è stato facile e non è successo dalla notte alla mattina”, ha sottolineato il presidente tra gli applausi dell’Aula ampiamente dominata dalla maggioranza. Bukele ha ricostruito la genesi del “Piano”, elaborato prima ancora che divenisse presidente, e messo in pratica in “meno di tre settimane” dopo l’insediamento. Una strategia in varie fasi, due delle quali – aumento del personale di polizia, maggior controllo penitenziario e opportunità di lavoro nelle comunità -ha “permesso di ridurre il numero di omicidi in modo drastico”.

Bukele ha quindi difeso la propria strategia soprattutto rispetto alle clamorose accuse legate a inchieste giornalistiche. Secondo quanto scritto dalla testata “El Faro”, venuta in possesso di audio di un alto funzionario di governo, il governo avrebbe ottenuto un brusco calo degli omicidi grazie a un patto con la più potente delle bande locali, la famigerata “Mara Salvatrucha”, nota come “M-13”. L’impennata di omicidi registrata a marzo, 87 in soli tre giorni, sarebbe nata proprio dalla rottura dell’accordo. Bukele ha rivendicato non solo cali bruschi nel numero di morti violente, parlando del 2021 come anno “ben più sicuro del precedente”, ma anche giudicando come legate a vecchi gruppi di potere le critiche di violazione dei diritti umani dirette alla politica di mano dura portata avanti dal governo.

Il presidente ha infatti accusato “partiti, gruppuscoli e ong satelliti” di aver tenuto in piedi per anni strategie “inefficaci” che solo servivano ad alimentare “la violenza come un affare”. I poliziotti erano “molto pochi”, privi delle risorse elementari per agire, le bande controllavano l’80 per cento del territorio nazionale e c’erano “giudici e procuratori” che “lasciavano liberi” i criminali, ha detto. Quanto all’ondata di omicidi di marzo, Bukele ha parlato di un attacco a “scala nazionale”, che ha messo a dura prova la tenuta del paese, ma contro cui il governo, come in altre occasioni, ha risposto “con tutta la forza di cui dispone”. “Pensavano che non avremmo fatto nulla, come all’epoca dei governi precedenti”, ha insistito il giovane capo dello Stato. Il parlamento ha di recente approvato un terzo rinnovo dello stato di emergenza, strumento che ha permesso l’arresto in poche settimane di decine di migliaia di persone.

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