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Del Re a Nova: “La Wagner penetra dove c’è instabilità, ma la sua presenza non è mai produttiva”

“Dove ci sono instabilità, problemi di sicurezza, problemi umanitari, il gruppo Wagner prolifera inserendosi come un cuneo in una fessura che si crea nella società, soprattutto sul piano politico”

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La destabilizzazione in Africa favorisce la penetrazione del gruppo russo Wagner ma è ormai chiaro che gli effetti di questa infiltrazione non sono praticamente mai positivi per i Paesi che l’accettano. Lo ha detto la rappresentante speciale dell’Unione europea per il Sahel, Emanuela Del Re, in un’intervista ad “Agenzia Nova” a margine dello Stato dell’Unione in corso alla Badia Fiesolana. “Dove ci sono instabilità, problemi di sicurezza, problemi umanitari, il gruppo Wagner prolifera” inserendosi “come un cuneo in una fessura che si crea nella società, soprattutto sul piano politico”, ha spiegato Del Re facendo l’esempio del Mali, Paese nel quale “un secondo colpo di Stato ha certamente comportato ancor più difficoltà nella popolazione maliana di trovare un equilibrio e soprattutto una coesione sociale”. Alla luce degli eventi recenti in Sudan, “c’è il rischio che possa inserirsi nuovamente questo tipo di proposta da parte dei russi”. Tuttavia, ha precisato Del Re, essa “si rivela di solito non produttiva”, proprio come in Mali, dove “non riesce a risolvere i problemi di sicurezza”. “Semmai, come sappiamo sempre dal Mali e dalla Repubblica Centrafricana, provocano soprattutto problemi per quanto riguarda la violazione dei diritti umani, dalle denunce che vengono continuamente da questi Paesi”, ha spiegato.


Per questo motivo, l’Unione europea cerca di trasmettere una “narrazione di razionalità”, ovvero di contribuire a che i Paesi dell’area coinvolta si rendano conto “di quali sono gli effetti di questa presenza”. Ormai, del gruppo Wagner “abbiamo un’esperienza storica”. “Sono stati in Libia, in Siria, sono presenti nella Repubblica Centrafricana con una serie di conseguenze negative. A questo punto, chi accetta la presenza di Wagner dovrebbe essere consapevole di quali sono le conseguenze”. Di certo, ha continuato la rappresentante speciale, ci sono “molte variabili e motivazioni per cui un Paese come il Mali abbia accettato di avere Wagner sul proprio territorio”, dalla protezione della giunta creata a seguito del colpo di Stato, al contrasto al terrorismo. “Però, ormai a distanza di un anno e mezzo, hanno potuto rendersi conto che non ci sono stati risultati e si trovano in un tunnel senza uscita”, ha affermato. “Questo è stato per l’Ue uno degli elementi che ci ha fatto prendere delle decisioni storiche molto gravi come la sospensione delle nostre missioni sul territorio”, ha detto Del Re.

“Noi abbiamo strumenti molto legati al negoziato, al dialogo e alla razionalizzazione degli eventi. Certamente, per quanto riguarda la nostra presenza, continuiamo assolutamente a rimanere coerenti con i nostri principi, a portare avanti le nostre politiche di sviluppo e di sicurezza e di aiuto umanitario in partnership con i Paesi del Sahel”, ha aggiunto. Wagner rappresenta un “elemento di disturbo”, ma “non ci impedisce di continuare nell’assoluta coerenza e volontà di portare avanti i nostri principi, in partnership con questi Paesi”. Con il Mali “siamo arrivati a un punto di grande difficoltà ma continuiamo ad applicare una formula che in francese è ‘fermeté sans fermeture’, ossia rimanere fermi sui nostri principi ma mantenere la porta del dialogo aperta, perché sappiamo che forse potrebbe veramente concludersi la transizione, potrebbe esserci un ritorno all’ordine costituzionale”, ha avvertito la rappresentante speciale. “Noi siamo comunque un partner fondamentale per tutti i Paesi della regione e quindi dovremo essere attenti a quello che proporremo anche nel futuro e come svilupperemo le nostre partnership”, ha spiegato.

Per quanto riguarda il conflitto civile scoppiato in Sudan, c’è molta speranza perché si trovi una soluzione. “Ci sono già 300 mila sfollati interni nel Paese. Centomila hanno passato il confine con il Ciad, Paese già molto sofferente negli anni per altre ondate di rifugiati dal Sudan. Tutto questo movimento di persone causerà dei problemi politici di gestione, come sempre, e anche di nuova riorganizzazione degli aiuti umanitari”, ha avvertito Del Re. Non solo, ma “la coperta è quella” e “se la tiriamo da una parte poi si scopre un po’ dall’altra, quindi bisogna rivedere i nostri schemi di intervento”. “Si sa che la situazione è talmente sanguinosa che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) sta negoziando per riuscire a fare arrivare gli aiuti ai bisognosi in questo momento così grave. È evidente che siamo nel caos totale. I negoziati stanno andando avanti ma stiamo a osservare e sosteniamo l’invito a trovare una soluzione pacifica perché questo genere di effetti, considerando che il problema non è solo umanitario, possono diventare anche molto pericolosi per la destabilizzazione dell’area”, ha precisato.

Sul fronte dell’impatto che l’instabilità può avere sui flussi migratori, Del Re è cauta per quanto riguarda il Sahel. “La verità è che è un po’ particolare come regione, perché in realtà i movimenti attraversano il Niger, più che altro, per andare verso la Libia e la maggior parte dei movimenti di persone avviene sud-sud, sono soprattutto rifugiati e sfollati che si muovono da un Paese all’altro”. “In Burkina Faso ora ce ne sono circa due milioni, in Niger circa 600 mila. Sono cifre non indifferenti. Noi abbiamo già messo in atto dei modelli molto intelligenti di cooperazione. Con il Niger ci sono i corridoi umanitari che sono uno degli esempi più fulgidi di come si possono mettere insieme le parti sociali, le autorità locali, un Paese straniero come l’Italia con le sue istituzioni, la società civile, le organizzazioni internazionali come l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Unhcr, quindi ci sono modelli virtuosi”, ha spiegato Del Re. Inoltre, “sappiamo che il Niger collabora con noi per cercare di trovare degli schemi di crescita che favoriscano la possibilità per le nuove generazioni di trovare impiego nel Paese stesso. Non a caso stiamo facendo grandi investimenti per il Niger e con il Niger”.

Per quanto riguarda i movimenti migratori, “c’è un gran parlare di opportunità per creare vie legali, per insistere sulla migrazione circolare, sugli stagionali, c’è tanto dibattito sulla necessità di fare corsi professionali per poter dare opportunità d’impiego, di trovare delle formule che vadano a beneficio sia dei Paesi di origine, sia di quelli di destinazione”. “Ovviamente, la narrazione, secondo me, a volte cade un po’ nella retorica e in un’interpretazione eccessivamente ideologica, lontana dalla razionalità. Per me questo è il momento di essere veramente razionali”, ha messo in guardia la rappresentante speciale dell’Ue. “È vero che ci sono questi flussi in questo momento che preoccupano tutti e c’è un grande movimento di pensiero in merito anche a livello europeo ma noi dobbiamo prepararci per il futuro. La pressione demografica africana è enorme”, ha detto. “Nel Sahel l’età media è di circa 18 anni e mezzo. Ci possiamo immaginare che la popolazione cresca e dobbiamo trovare una formula per dare un futuro a queste nuove generazioni e anche, devo dire la verità, avere noi l’opportunità di trarre vantaggio da questo enorme capitale umano”, ha continuato Del Re. Per quanto riguarda il Sahel il movimento è diverso rispetto a quello che vale per altri Paesi, “molti di quelli che si muovono rimangono nel Maghreb”. In realtà, occorre “pensare a come fare a creare con un partner come il Niger degli schemi che possano essere più risolutivi”, ha concluso Del Re.

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