Crisi in Myanmar: il parlamento lavora alla creazione di un governo ombra

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Continua ad acuirsi la crisi in corso in Myanmar, dove il parlamento esautorato dal colpo di Stato dello scorso primo febbraio sfida apertamente la giunta militare al potere nominando quattro ministri ad interim per formare una sorta di governo ombra. A renderlo noto è un comunicato della Commissione di rappresentanza dell’Assemblea dell’Unione (Crph), che osserva come dopo l’arresto “illegittimo” del presidente Win Myint e della Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi il governo non è stato in grado di svolgere le proprie funzioni. Quattro personalità, tre delle quali provenienti dalle fila della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) di Aung San Suu Kyi, sono state dunque scelte per assumere i principali incarichi governativi. Daw Zin Mar Aung, che è membro del Crph e che è stato eletto alla camera bassa in occasione delle contestate elezioni generali dello scorso 8 novembre, è stato nominato ministro degli Esteri ad interim. La commissione ha anche scelto Lwin Ko Latt, anch’egli membro del Crph, come ministro incaricato dell’Ufficio di presidenza e dell’Ufficio di governo. Tin Tun Naing, parlamentare dell’Lnd, sarà incaricato di guidare tre fondamentali ministeri economici: Pianificazione, Finanze e Industria; Investimenti e Relazioni economiche con l’estero; Commercio. Infine, il Crph ha selezionato Zaw Wai Soe come ministro del Lavoro, dell’Immigrazione e della Popolazione; dell’Istruzione; della Salute e dello Sport. Nel comunicato, la Commissione di rappresentanza dell’Assemblea dell’Unione torna a condannare “con durezza” il golpe militare del primo febbraio e ad affermare il proprio sostegno al movimento di disobbedienza civile contro la giunta militare. Il Crph, formato dopo il colpo di Stato, è composto da 17 parlamentari eletti dell’Lnd.

Tutto questo mentre i ministri degli Esteri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) si sono riuniti oggi, 2 marzo, per un incontro straordinario teso a discutere la crisi in atto nel Myanmar. L’incontro punta ad arginare le violenze, culminate lo scorso fine settimana nella morte di decine di manifestanti, e ad aprire un canale di dialogo con la giunta militare per tentare di placare la crisi politica. Nella mattinata di oggi le strade di Yangon e delle maggior città del Myanmar sono parse generalmente tranquille, anche se i manifestanti anti-giunta hanno annunciato ulteriori proteste nei prossimi giorni. Ieri la polizia ha fatto uso di lacrimogeni e granate stordenti per disperdere centinaia di manifestanti, in concomitanza con la prima udienza del processo a carico del consigliere di Stato deposto, Aung San Suu Kyi. In un videomessaggio trasmesso dalle reti televisive nazionali, il capo della giunta, generale Min Aung Hlaing, ha imputato le proteste e le violenze a “istigatori”, ed ha avvertito che i dipendenti pubblici che rifiutano di tornare al lavoro verranno perseguiti.

Almeno 18 persone sono state uccise a Myanmar dalla polizia, nelle proteste di domenica 28 febbraio contro il golpe militare del primo febbraio scorso, nella giornata più sanguinosa dall’inizio delle manifestazioni. Secondo quanto riferito da diverse fonti stampa locali, la polizia ha sparato indiscriminatamente su manifestanti pacifici e disarmati a Yangon e nelle città di Dawei, Mandalay, Myeik, Bago e Pokokku. Altre decine di persone sono rimaste ferite e oltre 200 sono state arrestate nelle manifestazioni del fine settimana. Le violenze sono state condannate dalle Nazioni Unite. “Durante tutta la giornata, in diverse località del Paese, forze di polizia e militari hanno affrontato manifestazioni pacifiche utilizzando forza letale che – secondo informazioni credibili ricevute dall’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite – ha provocato almeno 18 morti e oltre 30 feriti”, si legge in un comunicato dell’ufficio regionale Onu per i diritti umani.

“Condanniamo fermamente l’escalation di violenza contro i manifestanti in Myanmar e chiediamo ai militari di interrompere immediatamente l’uso della forza contro manifestanti pacifici”. Il popolo del Myanmar “ha il diritto di riunirsi pacificamente e chiedere il ripristino della democrazia. Questi diritti fondamentali devono essere rispettati dai militari e dalla polizia, non affrontati con una repressione violenta e sanguinosa”. L’Onu denuncia nella sola giornata di ieri l’arresto di 85 tra medici e studenti e 7 giornalisti e di oltre mille persone nell’ultimo mese. Le violenze di ieri sono state condannate anche dagli Stati Uniti: “Abbiamo il cuore spezzato nel vedere la perdita di così tante vite in Myanmar. Le persone non dovrebbero affrontare la violenza per aver espresso dissenso contro il colpo di stato militare. Prendere di mira i civili è abominevole”, si legge in un commento pubblicato sull’account Twitter dell’ambasciata Usa in Myanmar.

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