Continuano le proteste in Iran, per Khamenei i manifestanti “non sono normali iraniani”

Nella giornata di oggi si sono tenute diverse manifestazioni all’interno delle università, tra cui Teheran e Karaj, mentre il Consiglio di coordinamento dei sindacati degli insegnanti dell'Iran ha rilasciato una dichiarazione in cui ha annunciato uno sciopero a livello nazionale

Proseguono in Iran le proteste in corso dal 17 settembre contro la morte della 22enne curda Mahsa Amini, deceduta in un ospedale di Teheran dopo essere stata arrestata alcuni giorni prima dalla polizia morale iraniana per non aver indossato il velo in modo corretto. Le manifestazioni si sono svolte nonostante la dura repressione delle forze di sicurezza iraniane e i moniti lanciati, proprio oggi, dalla guida suprema dell’Iran, ayatollah Ali Khamenei, durante una cerimonia per la consegna dei diplomi dei cadetti militari presso Università per ufficiali Imam Hassan a Teheran, in quello che è stato il suo primo commento pubblico dall’inizio dell’ondata di rivolte. Secondo quanto riferisce il network con sede a Oslo legato all’opposizione “Iran International”, nella giornata di oggi si sono tenute diverse proteste all’interno delle università, tra cui Teheran e Karaj (città a circa 30 chilometri a ovest della capitale iraniana), mentre il Consiglio di coordinamento dei sindacati degli insegnanti dell’Iran ha rilasciato una dichiarazione in cui ha annunciato uno sciopero a livello nazionale. Nella capitale le manifestazioni degli studenti si sono in particolare tenute all’Università di Teheran, l’Università Allameh Tabatabai e l’Università Beheshti. Gli studenti hanno manifestato anche in altre città del Paese tra cui Isfahan, Kermanshah, Mashhad, Zanjan University, Sanandaj, Yazd e Shiraz.

Nel suo primo commento in pubblico dall’inizio dell’ondata di manifestazioni, Khamenei ha affermato che le proteste sono state pianificate dagli Stati Uniti e dal “regime sionista” (nome con cui gli iraniani definiscono lo Stato di Israele) piuttosto che dai “normali iraniani”. Citato dall’agenzia di stampa iraniana “Irna”, Khamenei ha dichiarato: “In questo incidente è morta una giovane ragazza. La sua morte ha spezzato i nostri cuori. Ma la reazione a questo incidente senza indagine – scendere in piazza, bruciare il velo e dare fuoco a moschee e auto – non è stata normale”. La guida suprema dell’Iran ha aggiunto: “Dico francamente che questi incidenti sono stati progettati dall’America, dal regime sionista e dai suoi seguaci. Il loro problema principale è un Iran forte e indipendente. La nazione iraniana è apparsa piuttosto forte in questi eventi ed entrerà coraggiosamente in campo ovunque sarà necessario in futuro”, ha dichiarato Khamenei. “Durante questi eventi, l’organizzazione delle forze dell’ordine del Paese, i Basij, e la nazione iraniana sono state offese più di ogni altra cosa”, ha affermato la guida suprema dell’Iran. “Se non fosse stato per questa ragazza (Stati Uniti e Israele) avrebbero creato un’altra scusa per creare insicurezza e rivolte nel Paese”, ha affermato il leader iraniano. L’ayatollah Khamenei ha sottolineato che “tutti coloro che sono scesi in piazza sono pochissimi rispetto al popolo iraniano e ai giovani fedeli e zelanti”. “Certamente, alcune di queste persone che scendono in piazza sono i superstiti di quei movimenti che hanno interesse a colpire la Repubblica islamica come separatisti, monarchici e famiglie di odiati savaki (la polizia segreta dello shah). La magistratura dovrebbe determinare la punizione e processarli in proporzione alla loro partecipazione alle distruzioni e ai danni alla sicurezza che hanno provocato”, ha affermato la guida suprema iraniana.

Per quanto riguarda il bilancio delle vittime, in base alle stime fornite ieri dall’organizzazione non governativa con sede a Oslo Iran Human Rights, dall’inizio delle proteste i morti sarebbero almeno 133, comprendendo anche le 41 persone (19 secondo le autorità iraniane) decedute negli scontri a fuoco avvenuti il 30 settembre nella città di Zahedan, nella provincia del Sistan Balochistan, al confine con Pakistan e Afghanistan. In base a quanto riferito dalla stessa ong, gli scontri tra forze di sicurezza e uomini armati di etnia baluci sarebbero scaturiti durante le proteste per il presunto stupro di una giovane di 15 anni da parte delle forze di sicurezza iraniane nella città di Chabahar. Vi è inoltre incertezza sul numero delle persone arrestate, che secondo l’ong sarebbero oltre 1.200. Tuttavia tale dato non viene aggiornato da diversi giorni. Anche l’Italia e altri otto Paesi europei (tra cui Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia) hanno avuto loro cittadini arrestati dalle autorità iraniane, come annunciato lo scorso 30 settembre dal ministero dell’Intelligence dell’Iran.

Per quanto riguarda l’Italia, le autorità iraniane avrebbero posto in stato di arresto, con accuse ancora da chiarire, la 30enne romana Alessia Piperno. Per la donna sono in corso “ulteriori verifiche” da parte del ministero degli Affari esteri. Il padre della giovane, Alberto Piperno, aveva riferito ieri in un messaggio sui social network che sua figlia era stata “arrestata dalla polizia insieme a dei suoi amici mentre si accingeva a festeggiare il suo compleanno”. Il messaggio era stato in seguito rimosso. L’uomo aveva riferito di non sapere neanche il motivo della reclusione in una non meglio precisata prigione di Teheran. “Erano quattro giorni che non avevamo sue notizie, dal giorno del suo 30esimo compleanno, il 28 settembre. Anche il suo ultimo accesso al cellulare riporta quella data. Stamattina arriva una chiamata. Era lei che piangendo ci avvisava che era in prigione. Sono state solo poche parole ma disperate. Chiedeva aiuto”, aveva aggiunto il padre della giovane. Alessia si trovava in Iran da circa due mesi. Infatti, in base ai messaggi da lei pubblicati sul social network Instagram, emerge che la giovane sarebbe entrata in Iran intorno al 15 luglio. La 30enne romana aveva infatti scritto sul proprio profilo lo scorso 22 luglio che era in Iran ormai da una settimana. Un lasso di tempo incompatibile con un normale visto turistico solitamente della durata di due settimane. Al momento restano sconosciute le motivazioni che hanno portato al suo arresto e il luogo della detenzione.

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