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Cina-Italia, il rapporto della Camera di commercio: fiducia in calo per la crescita inferiore alle attese

Pechino
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Le aspettative delle aziende italiane in Cina sembrano essersi deteriorate rispetto al primo trimestre 2023, con il 41 per cento delle imprese che dichiara di nutrire una minore fiducia nel mercato del Paese asiatico. È quanto emerge dal quinto rapporto sullo stato di salute delle aziende pubblicato dalla Camera di commercio italiana in Cina (Ccic). All’indagine, condotta lo scorso ottobre, ha partecipato oltre il 65 per cento della base associativa della Ccic, che si è pronunciata sui risultati attesi per il 2023 rispetto alle previsioni messe a bilancio, sull’andamento del fatturato e i profitti previsti per l’anno corrente nonché sui vantaggi e le sfide per gli operatori del mercato cinese. Il sondaggio condotto lo scorso aprile aveva fotografato una comunità imprenditoriale italiana moderatamente “ottimista ma prudente” sulle prospettive di sviluppo in Cina, dopo il calo del fatturato e il generale aumento dei costi registrati nel 2022, complici le restrizioni per contenere il Covid-19. Sebbene il bilancio finanziario delle aziende italiane nel 2023 sia più positivo rispetto all’anno precedente, “non soddisfa le attese di crescita e di ripresa previste a inizio anno”. Stando al rapporto, “l’ottimismo del primo trimestre si scontra infatti con una ripresa più lenta del previsto: se ad aprile il 70 per cento prevedeva un aumento del fatturato di più del 20 per cento, la percentuale ora scende al 47 per cento”, con un calo dei ricavi dichiarato dal 35 per cento dei partecipanti.


Anche la crescita dei profitti risulta “moderata” rispetto al 2022, “con il 43 per cento che dichiara di chiudere l’anno con una crescita del dieci per cento o più del profitto. Di contro, il 35 per cento dichiara un calo del profitto rispetto allo scorso anno”. Più stabile risulta invece la strategia relativa alle catene d’approvvigionamento, parzialmente o completamente localizzata rispettivamente nel 45 e nel 25 per cento dei casi. Mentre il dieci per cento degli intervistati propende per un cambiamento nella struttura della propria catena di fornitura, l’otto per cento “ha invece già deciso di diversificare, delocalizzando e spostando parte della filiera altrove”. Una tendenza, questa, che risulta in leggero aumento rispetto al sei per cento emerso dall’indagine condotta dalla Camera di commercio italiana lo scorso aprile. Nonostante la minore fiducia nel mercato cinese, espressa dal 41 per cento delle aziende e dal 39 per cento delle case madri italiane, non è stata segnalata l’intenzione di voler lasciare il Paese, pur mantenendo elevata l’attenzione sugli investimenti futuri. Le ragioni principali dell’incertezza in seno alla comunità imprenditoriale derivano da molteplici fattori, evidenzia il rapporto, che cita a tal proposito “un’aggressiva concorrenza interna, l’aspettativa di una crescita economica più lenta in Cina, l’aumento dei costi operativi e la graduale necessità di ridurre l’esposizione al rischio Paese”. Il 26 per cento dei partecipanti che ha deciso di aumentare gli investimenti in Cina, in particolare, mira soprattutto all’apertura di nuovi impianti manifatturieri (38 per cento), trasformazione digitale e commercio elettronico (35 per cento) e ricerca e sviluppo (25 per cento).

Guardando al 2024, la preoccupazione comune alle imprese italiane è il rallentamento dell’economia cinese, “con la conseguente riduzione della domanda interna, l’aumento dei costi, l’aggressiva concorrenza degli operatori locali e le crescenti difficoltà nel mercato del lavoro”. Solo il 16 per cento sta infatti cercando di riportare manager italiani a presidiare i propri investimenti in Cina, mentre un altro 32 per cento si prepara a lanciare un programma per attirare talenti cinesi, “una scelta che potrebbe portare delle conseguenze relativamente a una progressiva perdita dell’identità e cultura aziendale nel medio termine”, avverte il rapporto. Nonostante le difficoltà, il 54 per cento delle imprese ha tuttavia espresso fiducia nella crescita del proprio settore di attività nel medio e lungo termine, mentre solo il 20 per cento prevede una diminuzione. Per il 52 per cento delle imprese italiane, la Cina rimane dunque un mercato importante in cui operare e continuare a mantenere la propria attività, seppur con una maggiore cautela e selezione negli investimenti. Solo il 16 per cento ha definito la Cina una destinazione “non più prioritaria” e sta pianificando una riduzione del rischio nei propri investimenti guardando ad altri mercati, soprattutto in quelli dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean).

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