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In Cina controlli a tappeto su web e smartphone: i manifestanti si organizzano sulle app di dating

Centinaia di utenti aggirano il Great Firewall cinese usando le app di appuntamenti online, Telegram e altre piattaforme non autorizzate - ma accessibili tramite le reti private virtuali (Vpn)

© Agenzia Nova - Riproduzione riservata

La protesta dei “fogli bianchi”, che da giorni scuote le fondamenta del potere comunista in Cina, si sta spostando in queste ore sempre più sul terreno virtuale per sfuggire al capillare dispositivo di sicurezza messo in campo dal governo per controllare le strade e le piazze delle grandi città. Centinaia di persone si stanno riversando sulle app di appuntamenti online, Telegram e altre piattaforme non autorizzate – ma accessibili tramite le reti private virtuali (Vpn) – per scambiarsi messaggi al riparo della pervasiva censura cinese e continuare a promuovere le istanze della protesta oltre il Great Firewall, l’enorme sistema di filtraggio dei contenuti che di fatto isola la rete nazionale da quella globale. Le comunicazioni continuano a tenere banco anche su WeChat – una piattaforma di messaggistica altamente controllata – dove però il flusso di informazioni viene ridotto al minimo: le coordinate dei luoghi dei raduni vengono fornite senza spiegazioni o trasmesse attraverso una mappa poco nitida che fa da sfondo a un post. Su Twitter, un account con quasi 700 mila follower chiamato “L’insegnante Li non è il tuo insegnante” continua a pubblicare filmati di protesta inviati da tutta la Cina e annuncia una “dozzina di segnalazioni al secondo”.


Proprio sulla piattaforma di Elon Musk diversi testimoni hanno riferito di avere ricevuto ripetute telefonate dalla polizia informatica cinese, che li ha messi in guardia dall’utilizzare app illegali per interagire con non meglio precisati “elementi esterni”. Avvertimenti simili hanno raggiunto anche i loro familiari. Durante il fine settimana alcune persone al di fuori della Cina hanno inoltre lamentato difficoltà nel visualizzare i tweet delle proteste. Secondo il quotidiano “Washington Post”, numerosi account in lingua cinese – inattivi per mesi o anni – sono infatti improvvisamente tornati online domenica iniziando a condividere compulsivamente messaggi promozionali a luci rosse allegati a vari nomi di città cinesi, nel tentativo di seppellire gli aggiornamenti dai luoghi delle contestazioni sotto pagine e pagine di tweet irrilevanti. L’hashtag “fogli bianchi”, emblema del contrasto alla censura e di queste proteste, è stato oscurato su WeChat, insieme ad alcuni account e altri contenuti chiave. Molti utenti hanno segnalato la censura dei contenuti in atto pubblicando pagine e pagine che ripetevano decine di volte i caratteri cinesi di “buono” e “va bene”, condannando implicitamente il capillare filtraggio delle informazioni.

La censura dei contenuti online ha preso piede anche nelle strade invase dai manifestanti durante il fine settimana, pattugliate ora da stuoli di agenti in divisa e in borghese che conducono controlli a campione sugli smartphone dei passanti, soprattutto alla ricerca di Vpn e app come Telegram. Una delle aree nelle quali si concentra l’attenzione delle autorità è quella del Ponte di Sutong, nella parte nord di Pechino, dove pure il mese scorso si era avuta la protesta solitaria di un individuo che aveva esposto uno striscione contro il presidente Xi Jinping. “Stiamo tutti cancellando disperatamente la cronologia delle chat”, ha dichiarato alla stampa un testimone delle proteste a Pechino, che conferma anche un controllo sulle carte d’identità e diversi arresti. Alcuni partecipanti alle contestazioni sono stati inoltre convocati nelle centrali di polizia e invitati a fornire un resoconto scritto dei loro movimenti domenica notte. Ad Hangzhou, capoluogo della provincia orientale del Zhejiang, la presenza dei poliziotti è talmente vasta da essere stata definita “spaventosa”. L’enorme dispiegamento di forze e la chiusura di alcune delle stazioni della metropolitana hanno impedito nuovi assembramenti anche a Shanghai, dove nel fine settimana un giornalista dell’emittente televisiva britannica “Bbc” è stato aggredito e arrestato dalla polizia.

“La Cina è un Paese governato dallo stato di diritto, che protegge tutti i diritti e le libertà dei cittadini cinesi. Allo stesso tempo, questi devono essere esercitati entro i limiti della legge”, ha detto oggi il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian in conferenza stampa, chiarendo che i giornalisti stranieri devono essere “pienamente coscienti” della legislazione nazionale. Il portavoce ha anche negato il resoconto della vicenda fornito dalla “Bbc”, affermando che il giornalista non si era identificato come tale. L’apparato di sicurezza è stato potenziato anche a Hong Kong, dove la polizia ha disperso ieri un gruppo di 20 giovani che si era radunato nell’area centrale del distretto finanziario con dei fogli bianchi in segno di solidarietà con le dieci vittime dell’incendio della scorsa settimana a Urumqi, nello Xinjiang. Tutti sono stati identificati e filmati. Negli scontri è rimasta coinvolta anche “nonna Wong”, il celebre volto delle proteste pro-democrazia del 2019.

Secondo alcuni osservatori, le manifestazioni di piazza che agitano la Cina ormai da quattro giorni pongono al presidente Xi Jinping la sfida più impegnativa dai movimenti pro-democrazia sfociati a Hong Kong nel 2019. Il presidente cinese ha rivendicato la responsabilità personale di aver guidato la “guerra” contro il virus anche durante il ventesimo Congresso tenuto dal Partito comunista lo scorso ottobre, annoverando la strategia “zero Covid” tra i successi del suo mandato. Anche se le proteste creano qualche imbarazzo al presidente cinese – soprattutto in un momento in cui l’agenda della Cina è fitta delle visite dei leader internazionali – in pochi ritengono che queste abbiano la significativa capacità di minare il suo controllo sull’apparato statale.

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