Arabia Saudita: Mohammed bin Salman diventa premier e impone al mondo la sua leadership

La nomina potrebbe consentire all’erede al trono di superare una volta e per tutte l’affaire Khashoggi, ottenendo dagli Stati Uniti un’essenziale immunità regia

Sebbene possa sembrare una formalità, la nomina del principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, a primo ministro, esprime la volontà del monarca del Regno, re Salman, di confermare l’erede al trono come guida degli sforzi volti a modernizzare il Paese. Più di tutto, però, la nomina potrebbe consentire all’erede al trono di superare una volta e per tutte l’affaire Khashoggi, ottenendo dagli Stati Uniti un’essenziale immunità regia. Secondo quanto riferito da Cinzia Bianco, analista dell’European council on foreign relations (Ecfr), ad “Agenzia Nova”, dietro la nomina di Bin Salman alla guida dell’esecutivo saudita vi sarebbe una ragione pratica. La prossima settimana, il dipartimento di Stato degli Usa dovrebbe fornire un parere sull’eventuale applicazione dell’immunità sovrana all’erede al trono saudita, coinvolto in alcuni procedimenti legali negli Stati Uniti, primo fra tutti il processo sull’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita editorialista del quotidiano statunitense “The Washington Post” ucciso nell’ottobre del 2018 all’interno del consolato del Regno a Istanbul. Essendo stato nominato capo del governo, il dipartimento di Stato potrebbe decidere di conferire a Mohammed bin Salman l’immunità, il che lo escluderebbe da qualsiasi processo.

Con questa mossa, poi, l’erede al trono potrebbe finalmente prepararsi a compiere l’atteso viaggio negli Stati Uniti. Una “formalità” potrebbe quindi consentire al principe ereditario saudita di continuare un percorso di riavvicinamento con l’amministrazione statunitense di Joe Biden, che ha più volte criticato Mohammed bin Salman per il suo presunto coinvolgimento nell’omicidio dell’editorialista saudita, e di ritornare nella politica internazionale e regionale superando definitivamente l’affaire Khashoggi. L’eccezionalità della mossa di ieri è da ritrovarsi anche nella scelta di re Salman di conferire all’erede al trono un incarico tradizionalmente ricoperto dal monarca stesso, come sancito nell’articolo 56 dello statuto di governo. Tuttavia, “di fatto non cambia nulla”, ha commentato Cinzia Bianco. In effetti, il principe ereditario è stato spesso definito il “sovrano di fatto” del Regno del Golfo. Il principe, precisa Bianco, ha presieduto riunioni di governo e dato istruzioni ai membri dell’esecutivo negli ultimi anni. Con il decreto di ieri, quindi, il sovrano ha semplicemente formalizzato un ruolo che il principe svolgeva già. “Mohammed bin Salman ora diventa de jure quello che già era de facto”, evidenzia Bianco.

Ad ogni modo, “la formalità e il protocollo sono importanti in uno Stato” e lo sono ancora di più in una monarchia. Questo ha delle conseguenze sia a livello interno sia in contesti internazionali. Come ricorda l’analista dell’Ecfr, ci sono situazioni in cui è necessario rispettare il protocollo e quindi solo il capo del governo può essere invitato. Si pensi, ad esempio, al vertice del G20 ospitato dall’Italia lo scorso anno. Per l’Arabia Saudita l’unico ad aver ricevuto l’invito era stato re Salman, in qualità di capo di Stato e di governo, il quale, però, era impossibilitato a viaggiare e quindi costretto a partecipare ai lavori da remoto. “Non vuol dire che non si potesse fare diversamente, ma c’era un problema politico accanto a quello istituzionale, che ora è stato rimosso”, ha dichiarato Bianco, secondo cui, con la nomina di ieri, “la personalità politica di Mohammed bin Salman è rafforzata dal punto di vista del protocollo”, in quanto il principe ereditario potrà d’ora in poi “incontrare altri capi di governo come controparte formale”.

Il decreto di ieri non ha indicato le ragioni alla base della nomina, ma l’agenzia di stampa saudita “Spa” ha fatto sapere che il re, che rimane il capo dello Stato sebbene stia continuando con un lento trasferimento di potere, continuerà a presiedere le riunioni di governo. Diventato erede al trono nel 2017, Mohammed bin Salman è considerato colui che ha avviato cambiamenti profondi nel Regno saudita. Dall’ambito programma di riforme “Saudi Vision 2030” volto a diversificare l’economia e a renderla indipendente dal petrolio, fino all’iniziativa con cui Riad si è impegnata a piantare dieci miliardi di alberi nel Paese nel quadro della lotta ai cambiamenti climatici. Lo scorso anno, poi, è stato lo stesso Mohammed bin Salman ad annunciare l’obiettivo “emissioni zero” entro il 2060. Non da ultimo, l’erede al trono si è preso il merito di aver favorito una delle principali riforme a favore delle donne consentendo loro di guidare.

“Il principe ereditario saudita sta guidando gli sforzi del Regno per influenzare la politica globale”, si legge in un editoriale pubblicato oggi dal quotidiano panarabo “Asharq al Awsat”, secondo cui “l’Arabia Saudita è diventata influente nelle capitali dove vengono prese le decisioni globali”. Nello stesso editoriale viene ricordata una delle ultime mosse nello scacchiere internazionale attribuite all’erede al trono saudita: la mediazione tra Russia e Ucraina che ha favorito il rilascio di dieci prigionieri provenienti da Marocco, Stati Uniti, Regno Unito, Svezia e Croazia. Ad oggi, un altro conflitto che Riad è chiamata a guardare è quello in Yemen, dove, il 26 marzo 2015, a due mesi dalla nomina di Mohammed bin Salman come ministro della Difesa, il Regno decise di schierare circa 100 aerei da combattimento e 15 mila soldati, dando il via all’operazione Tempesta decisiva e ponendosi alla guida di una coalizione internazionale che continua a sostenere le forze yemenite filogovernative contro le milizie di ribelli sciiti Houthi.

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