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Afghanistan: la crisi preoccupa l’India, mentre Pakistan e Cina vedono nuove opportunità

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La crisi afgana rappresenta una minaccia per l’intera regione. È la preoccupazione che è stata espressa in modo esplicito dal Gruppo di contatto dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) sull’Afghanistan nella riunione svoltasi ieri a Dushanbe, la prima dopo l’offensiva talebana contestuale al ritiro delle forze Nato. Nella dichiarazione conclusiva i ministri degli Esteri degli otto Stati membri – Cina, India, Kazakhstan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan – hanno evidenziato la necessità di una soluzione rapida e si sono detti pronti a intensificare l’impegno a sostegno del dilaniato Paese, ipotizzando anche la sua ammissione nell’organizzazione con lo status di osservatore. Al tempo stesso, hanno rinnovato l’appello alla collaborazione di tutta la comunità internazionale, ribadendo l’appoggio a un processo il più possibile inclusivo. “Il raggiungimento della pace e della stabilità in quel Paese è un fattore importante per garantire la sicurezza nella regione Sco”, hanno premesso i ministri, chiedendo la cessazione delle violenze contro “i civili e i rappresentanti delle autorità statali” e l’astensione da “azioni che potrebbero portare alla destabilizzazione e a conseguenze imprevedibili nelle aree lungo i confini dell’Afghanistan con gli Stati membri Sco”.


In particolare, i rappresentanti degli otto governi si sono detti preoccupati per “la crescente tensione nelle province settentrionali dell’Afghanistan causata dall’aumento della concentrazione di vari gruppi terroristici, separatisti ed estremisti” e pronti a “intensificare gli sforzi congiunti degli Stati membri Sco per contrastare il terrorismo, il separatismo e l’estremismo”. Per l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai “non c’è alternativa alla risoluzione del conflitto in Afghanistan attraverso il dialogo politico e un processo di pace inclusivo a guida e proprietà afgana”, con “una maggiore cooperazione di tutti gli Stati interessati e le organizzazioni internazionali sotto il coordinamento delle Nazioni Unite”. A proposito di inclusione, i membri dell’organizzazione hanno precisato che “il processo negoziale intra-afgano deve tenere conto degli interessi di tutti i gruppi etnici rappresentati nel Paese”.

Del potenziale distruttivo della situazione afgana per l’intera area ha parlato con vero e proprio senso di allarme il ministro degli Esteri dell’India, Subrahmanyam Jaishankar, che ha evidenziato la necessità di “garantire che i vicini non siano minacciati dal terrorismo, dal separatismo e dall’estremismo”. Il rappresentante di Nuova Delhi ha invocato “negoziati davvero seri” per raggiungere l’obiettivo di “una nazione indipendente, neutrale, unificata, pacifica, democratica e prospera”, avvertendo che “ci sono forze all’opera con un programma molto diverso”. Pochi giorni fa, del resto, il governo indiano ha evacuato da Kandahar, teatro di scontri, una cinquantina di connazionali, tra diplomatici e altro personale. “Il consolato generale dell’India a Kandahar non è stato chiuso. Tuttavia, a causa degli intensi combattimenti vicino la città, il personale con sede in India è temporaneamente rientrato”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Arindam Bagchi, assicurando che la sede “continua a operare attraverso il personale locale”.

Il ministro degli Esteri della Cina, Wang Yi, ribadendo la critica agli Stati Uniti per l’instabilità dell’Afghanistan, ha aggiunto che il ritiro delle forze statunitensi e della Nato offre al popolo afgano nuove opportunità per il futuro e ha esortato i talebani a prendere le distanze dalle forze terroristiche e a reinserirsi a pieno titolo nell’arco costituzionale. “In quanto grande forza militare in Afghanistan, i talebani dovrebbero rendersi conto delle responsabilità che ricoprono”, ha detto. Pure per il Pakistan “il ritiro delle forze internazionali rappresenta anche un’opportunità, per le parti interessate afgane, di compiere passi decisivi”, come ha dichiarato il ministro degli Esteri, Shah Mahmood Qureshi. Al tempo stesso, il rappresentante di Islamabad ha previsto “una maggiore instabilità, un crollo economico, una nuova ondata di afflusso di rifugiati nei Paesi vicini e un aumento del terrorismo” in caso di prosecuzione del conflitto. “Non c’è Paese che desidera la pace in Afghanistan più del Pakistan, poiché non c’è Paese così profondamente colpito come il Pakistan dall’instabilità in Afghanistan”, ha detto Qureshi.

Vale la pena ricordare in tal senso che Islamabad, secondo indiscrezioni riportate da “Voice of America”, starebbe organizzando una conferenza – che potrebbe tenersi a giorni – con i principali leader politici dell’Afghanistan al fine di accelerare il processo di pace intra-afgano. Il Pakistan è il più stretto alleato della Cina e da decenni, a causa della questione del Kashmir, è in una situazione conflittuale con l’India, antagonista della Cina nell’Asia continentale e nell’Indo-Pacifico. Nuova Delhi si oppone alla grande iniziativa di connettività della Nuova via della seta o Belt and Road Initiative (Bri) proprio a causa di uno dei suoi progetti di punta, il Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), per il passaggio nel territorio kashmiro conteso. I tavoli sull’Afghanistan, dunque, si intrecciano anche con quelli riguardanti lo sviluppo infrastrutturale dell’area, ma la cui portata va oltre la regione. Proprio oggi e domani, infatti, si tiene a Tashkent (capitale dell’Uzbekistan) la conferenza internazionale “Asia centrale e meridionale: interconnessione regionale. Sfide e opportunità”, alla quale partecipano rappresentanti anche di altri importanti Paesi, compresa l’Italia, nonché di organizzazioni internazionali e istituzioni finanziarie.

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