Cina: disordini tra manifestanti e polizia a Shanghai, la rivolta è in tutte le maggiori città

Le proteste hanno raggiunto anche Pechino, Wuhan, Nanchino, Canton. Nella capitale questa mattina si sono mobilitati gli studenti dell’Università Tsinghua, l’ateneo che da decenni forma la classe dirigente del Paese

Prosegue l’ondata di proteste in tutte le principali città della Cina contro le draconiane misure per il contenimento della pandemia di Covid-19 imposte dal governo. A Shanghai in serata si sono vissuti momenti di forte tensione, con la polizia chiamata a disperdere migliaia di persone radunatesi tra Anfu Road e Wuzhong Road, nel centro cittadino. I video che circolano sui social mostrano brevi colluttazioni, spintonamenti e sporadici momenti di violenza, con diversi dimostranti portati via dagli agenti. Molti manifestanti avevano con loro cartelli bianchi, senza scritte, in segno di protesta. Alcuni hanno anche chiesto in coro le dimissioni del presidente Xi Jinping, solo il mese scorso confermato alla guida del Partito comunista cinese.


Le proteste hanno raggiunto anche anche Pechino, Wuhan, Nanchino, Canton. Nella capitale questa mattina si sono mobilitati gli studenti dell’Università Tsinghua, l’ateneo che da decenni forma la classe dirigente del Paese. Ieri sera era stata la volta della vicina Università di Pechno. La scintilla è stato l’incendio (forse causato da un guasto elettrico) nel quale giovedì 24 novembre hanno perso la vita dieci persone costrette forzosamente all’isolamento all’interno di un complesso residenziale di Urumqi, capitale dello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, abitata da una maggioranza musulmana e turcofona e ben nota alle cronache internazionali per i presunti abusi dei diritti umani perpetrati dal regime nei confronti della comunità locale.

L’episodio, dai contorni ancora poco chiari, ha sollevato polemiche anche sui social media e poche ore dopo le autorità di Urumqi hanno diramato un raro comunicato di scuse, nel quale hanno promesso di punire chiunque non abbia fatto il proprio dovere. Questo, tuttavia, non è bastato a scoraggiare i residenti che venerdì sera sono scesi in strada, la maggior parte con il volto coperto da mascherine, intonando cori e rompendo una barriera protettiva eretta dalle forze di sicurezza. Le proteste di Urumqi hanno indotto le autorità dello Xinjiang ha dichiarare terminata l’emergenza Covid, un annuncio accolto con scetticismo e sarcasmo sui social network e che sembra aver incoraggiato nuove proteste in altre città del Paese. Non è facile, tuttavia, avere un quadro chiaro delle dimensioni della rivolta, in ragione della censura applicata dalle autorità cinesi ai media locali e delle restrizioni ai servizi Internet, che potrebbero essere irrigidite in queste ore.

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