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8 marzo, Mattarella celebra la Giornata delle donne: “Non rimanere estranei al loro grido di libertà”

"Dalla condizione generale della donna, in ogni parte del mondo, dipende la qualità della vita e il futuro stesso di ogni società”

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La condizione della donna come presupposto per il futuro della società, in Italia ed in particolare in quei Paesi dove regimi autoritari soffocano la giusta pretesa di libertà e parità di genere. Va oltre i confini nazionali lo sguardo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per la prima volta nella storia del nostro Paese ha celebrato la Giornata internazionale della donna alla presenza di una presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Una presenza importante che testimonia come la Repubblica Italiana abbia fatto “enormi progressi, sul piano legislativo e su quello della diffusione di una cultura della parità. Tra le istituzioni e nella società”. Ma, ha incalzato il presidente Mattarella, nonostante questo passo avanti la strada per “una parità di genere effettiva” è ancora “lunga e difficile” da percorre. Perché certe mentalità nei confronti delle donne e soprattutto “certe consuetudini errate e profondamente dannose, sono ancora presenti. Occorre un impegno ulteriore delle istituzioni, della comunità civile, delle donne e degli uomini, insieme, per rimuovere ostacoli, confutare pregiudizi, operando con azioni concrete”.


Un monito recepito dal presidente del Consiglio, che a margine delle celebrazioni ha parlato di “emozione e anche tanta responsabilità, soprattutto visti i temi di cui si è parlato oggi, e le parole che abbiamo sentito, che ci richiamano ad essere intransigenti nel nostro ruolo”. Infatti, non può esserci, secondo il capo dello Stato, vera libertà “se non è condivisa dalle donne e dagli uomini”. Per arrivare a questa condizione, bisogna innanzitutto partire dal rifiuto della misoginia, origine di “tutte le discriminazioni che, nei secoli fino a oggi, si sono manifestate, a ogni latitudine, contro le donne. Nessun Paese ne è stato immune; nessuna epoca storica”. Questo perché fin da alcuni miti antichi la donna “è stata sovente e incredibilmente vista come elemento di allarme, di ostacolo all’immobilismo di valori tramandati”.

Ma se nel nostro Paese di strada se ne è fatta sul fronte dei diritti, varcando i nostri confini sono tanti i luoghi in cui permane, nel migliore dei casi, una concezione medievale del ruolo della donna. Testimoni ne sono Pegah Tashakkori e Frozan Nawabi, la prima impegnata nelle proteste in Iran e la seconda voce delle donne in Afghanistan. Rivolgendosi a loro, ospiti d’onore questa mattina al Quirinale, il presidente ha assicurato che l’Italia “farà di tutto, nelle sedi internazionali, per sostenere le donne che esigono qualità di vita e libertà”. E’ nostro dovere, infatti, non rimanere estranei “al loro grido di libertà. Alla loro lotta per le libertà fondamentali”. Pur non sapendo come andranno queste rivolte, a Teheran come a Kabul, sappiamo già che “il seme della libertà, il seme gettato dalle giovani donne ha una forza irresistibile”. Ed è proprio per “la paura della libertà, che è paura delle donne, della loro determinazione, che la repressione di regimi autoritari” si abbatte “con ottuso furore” sulle legittime proteste.

“Va detto ‘no’ – ha chiarito il presidente. – alla sopraffazione, ai conflitti, all’odio, alla violenza”. Al contrario “occorre promuovere e lavorare per affermare il diritto internazionale, il multilateralismo, la collaborazione, il dialogo”. Anche in questo il ruolo femminile è decisivo perché, “le donne sono preziose e determinate costruttrici di pace, di tolleranza, di amicizia, di equilibrio e di libertà”. Parole condivise dal ministro per le Riforme istituzionali, Elisabetta Alberti Casellati: “Dobbiamo pensare ai diritti delle donne con lo sguardo rivolto oltre i confini del Paese” perché “la storia delle donne è ancora fatta di diritti negati e soprusi fisici e psicologici”.

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