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Iraq: alta tensione nella Zona verde di Baghdad dopo raid Usa nella notte

Iraq: alta tensione nella Zona verde di Baghdad dopo raid Usa nella notte
Baghdad, 13 mar 2020 08:38 - (Agenzia Nova) - E’ sempre più alta la tensione tra Stati Uniti e Iran in territorio iracheno. Le autorità dell’Iraq hanno dispiegato forze di sicurezza aggiuntive vicino all’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad, nella Zona verde della capitale, e nelle aree interessate dai bombardamenti statunitensi compiuti nella notte. Lo ha rivelato ad “Agenzia Nova” una fonte irachena vicina al dossier. All’una e quindici ora locale (le 11:30 italiane) gli Stati Uniti hanno lanciato una serie di attacchi aerei in Iraq contro le milizie appoggiate dall'Iran, in risposta al lancio di razzi Katyusha che ha ucciso almeno tre membri della Coalizione anti-Stato islamico di stanza nella base militare di Taji, a nord della capitale Baghdad. Secondo l’ufficio stampa delle forze di sicurezza irachene, l'azione Usa ha coinvolto in particolare le aree di Jurf al Sakhr, Musayyib, Najaf, Alexandria. Sono stati colpiti altresì il quartier generale delle Unità per la mobilitazione popolare (Pmu, la coalizione di milizie sciite filo-iraniane), i reggimenti di emergenza e i commandos della Diciannovesima divisione dell’Esercito iracheno.

La rappresaglia degli Usa segue l’uccisione di due militari statunitensi e un membro dell’esercito britannico. Il segretario alla Difesa Mark T. Esper aveva detto che gli autori del bombardamento di Taji non "se la caveranno". Naim al-Aboudi, deputato del blocco parlamentare Sadqoun, affiliato al movimento radicale sciita Asa'ib Ahl al-Haq, ha condannato da parte sua “l'attentato americano” contro i gruppi armati iracheni. "L'America può uccidere persone innocenti, ma non sarà in grado di rimanere su questa terra a lungo e si coprirà di vergogna", ha scritto il parlamentare su Twitter. Secondo fonti locali di Karbala, la città sacra per gli sciiti iracheni 112 chilometri a sud di Baghdad, un operaio che stava lavorando al progetto dell'aeroporto di Karbala, in via di costruzione, è morto nei raid statunitensi. Un funzionario dell’aeroporto ha confermato ad “Agenzia Nova” che almeno “tre missili hanno preso di mira il sito in costruzione, uccidendo uno dei lavoratori”. Il bilancio ufficiale delle vittime non è ancora stato reso noto.

L’emergenza globale legata alla diffusione del coronavirus non ha dunque sopito le tensioni tra Stati Uniti e Iran. Esse, anzi, sembrano essersi riaccese all’improvviso mercoledì sera, 11 marzo, quando una pioggia di razzi Katyusha è finita nella base militare irachena di Camp Taji, a nord di Baghdad, che ospita forze della Coalizione internazionale contro lo Stato islamico: sono rimasti uccisi due militari statunitensi e un britannico, altri 12 sono stati feriti. Poco dopo l’episodio, le forze statunitensi di stanza nell’area hanno rintracciato un veicolo che montava un sistema lanciarazzi di produzione sovietica e dal quale sarebbero partiti non meno di 36 razzi da 107 millimetri. Di questi, come precisato da una fonte militare statunitense citata dal “New York Times" in forma di anonimato, 18 sarebbero precipitati all’interno della base. L’attacco non è stato rivendicato, ma le ipotesi degli osservatori internazionali sono confluite subito sulla galassia di milizie sciite irachene allineate all’Iran.

Lo scorso 14 gennaio, la stessa base di Camp Taji era stata attaccata con razzi che tuttavia, in quella circostanza, non avevano provocato vittime. Meno di una settimana prima, l’8 gennaio, l’Iran aveva risposto con un attacco missilistico all’uccisione del suo generale Qasem Soleimani, capo della Forza Qods dei Guardiani della rivoluzione islamica, e del leader delle Brigate Hezbollah irachene, Abu Mahdi al Muhandis, numero due delle Unità di protezione popolare (Pmu): nell’occasione erano state prese di mira altre due basi, Ain al Asad nella provincia orientale dell’Anbar e Camp Harir nel Kurdistan iracheno. Oltre cento militari statunitensi avevano riportato lesioni celebrali traumatiche (Traumatic brain injury) e le autorità dell’Iran avevano dichiarato esaurita la loro rappresaglia per la morte di Soleimani e Al Muhandis. Nei giorni successivi, tuttavia, si erano verificati nuovi, sporadici attacchi mai rivendicati contro le forze statunitensi di stanza in Iraq, tra cui quello del 14 gennaio a Camp Taji.

E’ ragionevole credere che l’attacco di Camp Taji possa aver dato il via a una nuova escalation tra Stati Uniti e Iran in territorio iracheno, la terza da quando il presidente Donald Trump ha annunciato il ritiro unilaterale di Washington dall’accordo sul nucleare iraniano e l’imposizione di nuove, dure sanzioni sulla Repubblica islamica. La prima risale al settembre del 2018, quando un ampio movimento di proteste nella provincia meridionale di Bassora è stato cavalcato dalle forze filo-iraniane costringendo l’allora premier Haider al Abadi, candidato favorito dagli Stati Uniti, a rinunciare a un nuovo mandato alla guida del governo.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran è infatti strettamente intrecciato all’evoluzione dello scenario politico in Iraq. Washington ha appoggiato apertamente le proteste scoppiate nell’ottobre del 2018 in tutte le province sciite del paese e che hanno portato a novembre alle dimissioni di Adel Abdul Mahdi, premier sostenuto da Teheran sulla base di un accordo stretto a Beirut – alla presenza di Soleimani e del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah - tra i due maggiori leader politici sciiti dell’Iraq, Moqtada al Sadr e Hadi al Ameri. Al momento nessuna delle due parti sembra voler mollare la presa e le forze politiche irachene non riescono ancora a trovare un accordo sul nome del successore di Abdul Mahdi (Mohammed Tawfiq Allawi, nome sul quale erano nuovamente convenuti Sadr e Ameri, ha rinunciato all’incarico conferitogli dal presidente Barham Salih prima ancora di sottoporre il suo esecutivo al voto di fiducia della Camera dei rappresentanti).

Dall’altra parte, a ritenere che una nuova escalation sia alle porte sono quanti trovano improbabile che la risposta iraniana all’uccisione di Soleimani si sia esaurita con il raid missilistico dell’8 gennaio. Nella Repubblica islamica, dopo un periodo di turbolenza legato anche all’abbattimento del volo ucraino su Teheran e alle successive proteste anti-governative, le forze conservatrici hanno ritrovato vigore grazie all’esito favorevole delle ultime elezioni legislative. Inoltre, l’Iran non è riuscito a gennaio a ottenere l’obiettivo strategico che si era prefissato, quello di espellere le forze armate statunitensi dall’Iraq. Nonostante l’impegno in tal senso del premier dimissionario Abdul Mahdi e un voto non vincolante della Camera dei rappresentanti, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di non avere alcuna intenzione di ritirarsi e hanno fatto leva sulle forti divisioni tra le forze politiche a Baghdad, con le comunità sunnite e curde che ritengono la presenza degli Usa ancora necessaria per evitare che il paese finisca totalmente sotto il controllo dell’Iran e delle milizie alleate. Da qui la necessità, per Teheran, di rendere sempre più costosa e impopolare la permanenza dei militari statunitensi in Iraq. Va ricordato, in tal senso, che in settimana gli Stati Uniti hanno già perso due uomini a Makhmur, nel nord dell’Iraq, nel corso di un’operazione contro lo Stato islamico. Per Trump mantenere le forze Usa in Medio Oriente ai tempi dell’emergenza coronavirus, proprio ieri dichiarata ufficialmente pandemia dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), rischia di essere controproducente a pochi mesi dalle elezioni. È anche per questo che l’Iran potrebbe colpire nuovamente nei prossimi tempi. (Irb)
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