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Brasile: oggi le elezioni che potrebbero riconsegnare il Paese a Lula

Brasilia, 02 ott 2022 13:10 - (Agenzia Nova) - In Brasile si aprono oggi le urne per il rinnovo del Parlamento, scegliere i governatori dei 27 Stati e, soprattutto, eleggere il presidente della Repubblica per i prossimi quattro anni. Una sfida centrata su solo due dei sette aspiranti alla presidenza: il capo dello Stato uscente, il conservatore Jair Bolsonaro, e il leader del Partito dei lavoratori (Pt), Inacio Luis 'Lula' da Silva, l'uomo dato per vincente da tutti i sondaggi. L'incognita, ad oggi, pare solo essere legata alla possibilità che Lula possa ottenere il 50 per cento più uno dei voti già domenica, o se dovrà attendere - con qualche rischio in più - le quattro settimane necessarie prima dell'eventuale ballottaggio. Il risultato atteso da tutti i pronostici riporterebbe al palazzo presidenziale il leader che, tra il 2003 e il 2010, aveva reso il Brasile un punto di riferimento regionale. Fino a quando la famosa inchiesta "Lava Jato" della magistratura locale - aiutata da un accordo di collaborazione stretto tra la compagnia edile Odebrecht e il dipartimento di Giustizia Usa - non demoliva pezzo a pezzo un'intera famiglia politica per reati di corruzione.

Una pagina sempre presente nel corso dell'acceso dibattito di questi mesi, compresi gli unici due dibattiti televisivi in cui Lula e Bolsonaro si sono misurati. Il "leader operaio" è finito in carcere grazie soprattutto alle decisioni del giudice Sergio Moro, "star" della campagna anti corruzione e ministro della Sicurezza nei primi anni del governo Bolsonaro. Sentenze della magistratura che, pur per vizi formali, sono cadute nel tempo sotto i colpi dei ricorsi, finendo per restituire a Lula - che ha sempre denunciato una manovra politica ai suoi danni - la possibilità di tornare a candidarsi. E i sondaggi, a dispetto della lunga stagione di rigetto per il Partito dei lavoratori, proseguita con la destituzione per impeachment della presidente Dilma Rousseff, sembrano dargli ragione. L'ex presidente, 76 anni, è dato come vincente tanto al primo quanto al secondo turno. Il possibile terzo incomodo, l'ex governatore dello Stato di Cearà Ciro Gomes, ha via via perso contatto con i duellanti, arrivando anche a 25-30 punti di distacco da Bolsonaro.

Come dimostrato in tante elezioni recenti, l'esito finale del voto conserva un certo margine di imprevedibilità rispetto ai sondaggi. Ad ogni buon conto, tenendo conto delle inchieste degli ultimi sette giorni, il vantaggio di Lula al primo turno si aggira in media all'11 per cento, con punte massime del 17 per cento (sondaggio dell'Ibope per il gruppo editoriale "Globo") e minime del 2,6 per cento (Paranà Pesquisas). Numeri che farebbero pensare, a soli tre giorni dall'apertura delle urne, a una rimonta impossibile per Bolsonaro. Ed è per questo che molti osservatori indicano nella possibilità di andare al ballottaggio, altre quattro settimane di campagna elettorale aperte a ogni colpo di scena, l'ancora di salvezza per il presidente uscente. Ad oggi, comunque, anche in caso di secondo turno i sondaggi esprimono consenso unanime sulla vittoria di Lula, con un margine minimo di otto punti percentuali.

Per l'ultimo e più atteso sondaggio pubblicato, quello di "Datafolha", l'ex sindacalista gode del 50 per cento dei favori, quota che potrebbe anche portarlo alla conquista diretta della presidenza. Contando anche le intenzioni di annullare il voto, di astenersi o votare in bianco, il consenso di Lula scende al 48 per cento e quello di Bolsonaro al 34. Dati confortati anche delle ercentuali di chi non voterebbe mai i vari aspiranti alla presidenza: il 52 per cento del campione non vuole più Bolsonaro, il 39 per cento eviterebbe il ritorno di Lula e il 24 per cento non sarebbe contento con l'ascesa di Gomes. L'85 per cento degli elettori, quattro punti in più rispetto a una settimana fa, non ha intenzione di cambiare idea sul voto: il 91 per cento tra coloro che hanno detto di scegliere Lula, l'89 per cento tra i seguaci di Bolsonaro.

Il risultato delle elezioni può spingere il Paese in due direzioni potenzialmente opposte. Lula sembra poter tornare a saldare il suo futuro con quello degli altri leader di sinistra che, piano piano, stanno rioccupando la scena dominata a inizio secolo. È il caso di ricordare le recenti vittorie di Gabriel Boric in Cile, fino a poco tempo fa un leader studentesco spinto a La Moneda sull'onda delle vibranti proteste sociali del 2019 o di Gustavo Petro, primo leader di sinistra a conquistare la presidenza della Colombia. Un passaggio che ha ridato al Venezuela, dopo anni di isolamento, un ruolo cruciale nelle dinamiche commerciali regionali, come dimostra la riapertura di una delle più ampie frontiere dell'America del Sud. Bolsonaro, che non ha mai fatto mistero della sua scarsa empatia con il "socialismo del XXI secolo", spinge per rompere le briglie imposte dall'appartenenza al Mercato comune del sud (Mercosur, il blocco limita le possibilità di commercio a un'azione coordinata con Argentina, Uruguay e Paraguay). Nella sanità come nell'economia o nelle questioni ambientali, Bolsonaro ha sempre agito rivendicando indipendenza rispetto alle pressioni esterne e, nel corso del suo mandato, ha espresso reale apprezzamento forse per il solo ex presidente Usa, Donald Trump.

Versioni diverse anche in economia. C'è quella di Bolsonaro, che vuole continuare a spingere sul pedale delle privatizzazioni e sciogliere sempre più le briglie al mercato, senza mai perdere di vista l'equilibrio fiscale. E c'è quella di Lula, che riporta alle parole d'ordine dei suoi precedenti governi: investimenti pubblici su infrastrutture, spesa sociale, crescita inclusiva e frenata sulle privatizzazioni. Due modelli a loro modo paradigmatici, in uno scontro che ben sintetizza la dualità di pensiero che attraversa non solo il Brasile ma tutta l'America latina. Pur sferzato dalla crisi pandemica e dalle ripercussioni di quella nell'Est Europa, il Paese ha chiuso il secondo trimestre del 2022 con una crescita del pil del 2,5 per cento su anno e ad agosto, nel surriscaldamento globale dei prezzi, è uno dei pochi a poter vantare una pur debole deflazione. La solerte stretta operata dalla Banca centrale, per controllare un'inflazione comunque lontana dal tetto fissato, potrebbe però frenare la crescita, mentre distribuzione dei redditi e quote di povertà rimangono temi ancora caldi.

Bolsonaro ha assicurato che in caso di rielezione continuerà a dare al mercato il compito di consolidare la crescita e porterà avanti riforme strutturali con l'obiettivo di migliorare soprattutto l'efficienza nella spesa pubblica. "Semplificare la legislazione e ridurre il carico fiscale, continuare a riformare la legislazione del lavoro per incentivare le assunzioni, sburocratizzare le norme per favorire la nascita di imprese", in un "ambiente di concorrenza che ridurrà i prezzi e migliorerà l'offerta e la qualità di prodotti e servizi", si legge nel programma depositato al tribunale elettorale. Al tempo stesso, una spesa pubblica "più efficiente" permetterà l'erogazione di servizi in grado di soddisfare "le reali necessità" della popolazione, compreso il salario minimo. L'obiettivo di medio lungo periodo è quello di ridurre il rapporto debito pubblico su pil, arrivato a maggio al 78,2 per cento.

Il presidente uscente vuole digitalizzare la macchina statale, introdurre la tecnologia 5G nell'istruzione, nella sanità e anche nell'industria agroalimentare, per rendere ancora più competitivo un comparto in cui il Brasile, vista l'attuale crisi alimentare, può giocare un ruolo di primo piano. Cruciale in questo senso lil progetto di aumentare la produzione nazionale di fertilizzanti, anche per ridurre la forte dipendenza dalla Russia. Il presidente uscente pensa quindi di portare avanti le privatizzazioni, per "liberare lo Stato in modo che possa essere più efficiente" nei compiti di sua più stretta competenza. Il testo ufficiale del programma non cita apertamente- come fatto da alcuni ministri nelle ultime settimane - la compagnia petrolifera statale Petrobras, peraltro già sgravata di diversi asset e segmenti accessori. L'idea è quella di procedere comunque con cautela: la vendita di questo tipo di imprese "non è banale e richiede anni". Non irrilevante, infine, la promessa di accelerare le pratiche per far entrare il Brasile nell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Gran parte dell'architettura proposta da Lula parte dalla necessità di rimuovere il tetto alla spesa pubblica, divenuta norma costituzionale nel 2017. L'ex presidente si impegna a condurre una politica di spesa "responsabile", ma denuncia la rigidità della regola sul tetto come ostacolo agli investimenti, anche e soprattutto quelli sociali, educazione, sussidi di base, istruzione. "Non ho paura del debito", ha detto in alcuni comizi il candidato del Pt. Istanza che si sposa con una rinnovata scommessa sugli investimenti pubblici: Lula ha detto che chiederà ai 27 governatori statali di proporre tre o quattro progetti infrastrutturali che lo Stato potrebbe accompagnare con l'obiettivo di generare occupazione. La mano pubblica dovrà servire anche a "rafforzare l'impresa nazionale pubblica e privata" portandola sulla strada della modernità tecnologica e l'innovazione, soprattutto in ottica di transizione energetica.

In aperta antitesi con il suo avversario, Lula preme perché le aziende nazionali strategiche non vadano ai privati attaccando la vendita di Electrobras. Un'azienda che deve "recuperare il suo ruolo di patrimonio del popolo, a tutela della sovranità energetica" e facendosi artefice di programmi come "luce per tutti" o politiche tariffarie sostenibili. Per il resto, nessuno spazio possibile alle dismissioni di Petrobras, delle poste o delle Banche pubbliche. Di più, la Petrobras dovrebbe divenire protagonista di un piano strategico di investimenti che mirano alla sicurezza e all'autosufficienza energetica divenendo elemento centrale di una filiera integrata dall'esplorazione alla produzione, dalla raffinazione alla distribuzione delle benzine ma anche dei biocombustibili e delle rinnovabili. Il leader di sinistra promette di rimettere mano alla legislazione sul lavoro, per restituire diritti che il governo Bolsonaro avrebbe limitato, operare una riforma del sistema previdenziale (anche ricreando un ministero ad hoc) e ridisegnare la riforma tributaria con il tratto della tassazione progressiva. Il tutto rimettendo le spese per la povertà nella Legge di bilancio.

In Brasile si aprono oggi le urne per il rinnovo del Parlamento, scegliere i governatori dei 27 Stati e, soprattutto, eleggere il presidente della Repubblica per i prossimi quattro anni. Una sfida centrata su solo due dei sette aspiranti alla presidenza: il capo dello Stato uscente, il conservatore Jair Bolsonaro, e il leader del Partito dei lavoratori (Pt), Inacio Luis 'Lula' da Silva, l'uomo dato per vincente da tutti i sondaggi. L'incognita, ad oggi, pare solo essere legata alla possibilità che Lula possa ottenere il 50 per cento più uno dei voti già domenica, o se dovrà attendere - con qualche rischio in più - le quattro settimane necessarie prima dell'eventuale ballottaggio. Il risultato atteso da tutti i pronostici riporterebbe al palazzo presidenziale il leader che, tra il 2003 e il 2010, aveva reso il Brasile un punto di riferimento regionale. Fino a quando la famosa inchiesta "Lava Jato" della magistratura locale - aiutata da un accordo di collaborazione stretto tra la compagnia edile Odebrecht e il dipartimento di Giustizia Usa - non demoliva pezzo a pezzo un'intera famiglia politica per reati di corruzione.

Una pagina sempre presente nel corso dell'acceso dibattito di questi mesi, compresi gli unici due dibattiti televisivi in cui Lula e Bolsonaro si sono misurati. Il "leader operaio" è finito in carcere grazie soprattutto alle decisioni del giudice Sergio Moro, "star" della campagna anti corruzione e ministro della Sicurezza nei primi anni del governo Bolsonaro. Sentenze della magistratura che, pur per vizi formali, sono cadute nel tempo sotto i colpi dei ricorsi, finendo per restituire a Lula - che ha sempre denunciato una manovra politica ai suoi danni - la possibilità di tornare a candidarsi. E i sondaggi, a dispetto della lunga stagione di rigetto per il Partito dei lavoratori, proseguita con la destituzione per impeachment della presidente Dilma Rousseff, sembrano dargli ragione. L'ex presidente, 76 anni, è dato come vincente tanto al primo quanto al secondo turno. Il possibile terzo incomodo, l'ex governatore dello Stato di Cearà Ciro Gomes, ha via via perso contatto con i duellanti, arrivando anche a 25-30 punti di distacco da Bolsonaro.

Come dimostrato in tante elezioni recenti, l'esito finale del voto conserva un certo margine di imprevedibilità rispetto ai sondaggi. Ad ogni buon conto, tenendo conto delle inchieste degli ultimi sette giorni, il vantaggio di Lula al primo turno si aggira in media all'11 per cento, con punte massime del 17 per cento (sondaggio dell'Ibope per il gruppo editoriale "Globo") e minime del 2,6 per cento (Paranà Pesquisas). Numeri che farebbero pensare, a soli tre giorni dall'apertura delle urne, a una rimonta impossibile per Bolsonaro. Ed è per questo che molti osservatori indicano nella possibilità di andare al ballottaggio, altre quattro settimane di campagna elettorale aperte a ogni colpo di scena, l'ancora di salvezza per il presidente uscente. Ad oggi, comunque, anche in caso di secondo turno i sondaggi esprimono consenso unanime sulla vittoria di Lula, con un margine minimo di otto punti percentuali.

Per l'ultimo e più atteso sondaggio pubblicato, quello di "Datafolha", l'ex sindacalista gode del 50 per cento dei favori, quota che potrebbe anche portarlo alla conquista diretta della presidenza. Contando anche le intenzioni di annullare il voto, di astenersi o votare in bianco, il consenso di Lula scende al 48 per cento e quello di Bolsonaro al 34. Dati confortati anche delle ercentuali di chi non voterebbe mai i vari aspiranti alla presidenza: il 52 per cento del campione non vuole più Bolsonaro, il 39 per cento eviterebbe il ritorno di Lula e il 24 per cento non sarebbe contento con l'ascesa di Gomes. L'85 per cento degli elettori, quattro punti in più rispetto a una settimana fa, non ha intenzione di cambiare idea sul voto: il 91 per cento tra coloro che hanno detto di scegliere Lula, l'89 per cento tra i seguaci di Bolsonaro.

Il risultato delle elezioni può spingere il Paese in due direzioni potenzialmente opposte. Lula sembra poter tornare a saldare il suo futuro con quello degli altri leader di sinistra che, piano piano, stanno rioccupando la scena dominata a inizio secolo. È il caso di ricordare le recenti vittorie di Gabriel Boric in Cile, fino a poco tempo fa un leader studentesco spinto a La Moneda sull'onda delle vibranti proteste sociali del 2019 o di Gustavo Petro, primo leader di sinistra a conquistare la presidenza della Colombia. Un passaggio che ha ridato al Venezuela, dopo anni di isolamento, un ruolo cruciale nelle dinamiche commerciali regionali, come dimostra la riapertura di una delle più ampie frontiere dell'America del Sud. Bolsonaro, che non ha mai fatto mistero della sua scarsa empatia con il "socialismo del XXI secolo", spinge per rompere le briglie imposte dall'appartenenza al Mercato comune del sud (Mercosur, il blocco limita le possibilità di commercio a un'azione coordinata con Argentina, Uruguay e Paraguay). Nella sanità come nell'economia o nelle questioni ambientali, Bolsonaro ha sempre agito rivendicando indipendenza rispetto alle pressioni esterne e, nel corso del suo mandato, ha espresso reale apprezzamento forse per il solo ex presidente Usa, Donald Trump.

Versioni diverse anche in economia. C'è quella di Bolsonaro, che vuole continuare a spingere sul pedale delle privatizzazioni e sciogliere sempre più le briglie al mercato, senza mai perdere di vista l'equilibrio fiscale. E c'è quella di Lula, che riporta alle parole d'ordine dei suoi precedenti governi: investimenti pubblici su infrastrutture, spesa sociale, crescita inclusiva e frenata sulle privatizzazioni. Due modelli a loro modo paradigmatici, in uno scontro che ben sintetizza la dualità di pensiero che attraversa non solo il Brasile ma tutta l'America latina. Pur sferzato dalla crisi pandemica e dalle ripercussioni di quella nell'Est Europa, il Paese ha chiuso il secondo trimestre del 2022 con una crescita del pil del 2,5 per cento su anno e ad agosto, nel surriscaldamento globale dei prezzi, è uno dei pochi a poter vantare una pur debole deflazione. La solerte stretta operata dalla Banca centrale, per controllare un'inflazione comunque lontana dal tetto fissato, potrebbe però frenare la crescita, mentre distribuzione dei redditi e quote di povertà rimangono temi ancora caldi.

Bolsonaro ha assicurato che in caso di rielezione continuerà a dare al mercato il compito di consolidare la crescita e porterà avanti riforme strutturali con l'obiettivo di migliorare soprattutto l'efficienza nella spesa pubblica. "Semplificare la legislazione e ridurre il carico fiscale, continuare a riformare la legislazione del lavoro per incentivare le assunzioni, sburocratizzare le norme per favorire la nascita di imprese", in un "ambiente di concorrenza che ridurrà i prezzi e migliorerà l'offerta e la qualità di prodotti e servizi", si legge nel programma depositato al tribunale elettorale. Al tempo stesso, una spesa pubblica "più efficiente" permetterà l'erogazione di servizi in grado di soddisfare "le reali necessità" della popolazione, compreso il salario minimo. L'obiettivo di medio lungo periodo è quello di ridurre il rapporto debito pubblico su pil, arrivato a maggio al 78,2 per cento.

Il presidente uscente vuole digitalizzare la macchina statale, introdurre la tecnologia 5G nell'istruzione, nella sanità e anche nell'industria agroalimentare, per rendere ancora più competitivo un comparto in cui il Brasile, vista l'attuale crisi alimentare, può giocare un ruolo di primo piano. Cruciale in questo senso lil progetto di aumentare la produzione nazionale di fertilizzanti, anche per ridurre la forte dipendenza dalla Russia. Il presidente uscente pensa quindi di portare avanti le privatizzazioni, per "liberare lo Stato in modo che possa essere più efficiente" nei compiti di sua più stretta competenza. Il testo ufficiale del programma non cita apertamente- come fatto da alcuni ministri nelle ultime settimane - la compagnia petrolifera statale Petrobras, peraltro già sgravata di diversi asset e segmenti accessori. L'idea è quella di procedere comunque con cautela: la vendita di questo tipo di imprese "non è banale e richiede anni". Non irrilevante, infine, la promessa di accelerare le pratiche per far entrare il Brasile nell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Gran parte dell'architettura proposta da Lula parte dalla necessità di rimuovere il tetto alla spesa pubblica, divenuta norma costituzionale nel 2017. L'ex presidente si impegna a condurre una politica di spesa "responsabile", ma denuncia la rigidità della regola sul tetto come ostacolo agli investimenti, anche e soprattutto quelli sociali, educazione, sussidi di base, istruzione. "Non ho paura del debito", ha detto in alcuni comizi il candidato del Pt. Istanza che si sposa con una rinnovata scommessa sugli investimenti pubblici: Lula ha detto che chiederà ai 27 governatori statali di proporre tre o quattro progetti infrastrutturali che lo Stato potrebbe accompagnare con l'obiettivo di generare occupazione. La mano pubblica dovrà servire anche a "rafforzare l'impresa nazionale pubblica e privata" portandola sulla strada della modernità tecnologica e l'innovazione, soprattutto in ottica di transizione energetica.

In aperta antitesi con il suo avversario, Lula preme perché le aziende nazionali strategiche non vadano ai privati attaccando la vendita di Electrobras. Un'azienda che deve "recuperare il suo ruolo di patrimonio del popolo, a tutela della sovranità energetica" e facendosi artefice di programmi come "luce per tutti" o politiche tariffarie sostenibili. Per il resto, nessuno spazio possibile alle dismissioni di Petrobras, delle poste o delle Banche pubbliche. Di più, la Petrobras dovrebbe divenire protagonista di un piano strategico di investimenti che mirano alla sicurezza e all'autosufficienza energetica divenendo elemento centrale di una filiera integrata dall'esplorazione alla produzione, dalla raffinazione alla distribuzione delle benzine ma anche dei biocombustibili e delle rinnovabili. Il leader di sinistra promette di rimettere mano alla legislazione sul lavoro, per restituire diritti che il governo Bolsonaro avrebbe limitato, operare una riforma del sistema previdenziale (anche ricreando un ministero ad hoc) e ridisegnare la riforma tributaria con il tratto della tassazione progressiva. Il tutto rimettendo le spese per la povertà nella Legge di bilancio. (Brb)
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