LIBANO

 
 

Libano: le proteste mettono a rischio la tenuta del governo Hariri

Beirut , 18 ott 2019 16:00 - (Agenzia Nova) - Le proteste anti-governative esplose ieri in Libano rischiano di mettere in discussione il già fragile governo guidato da Saad Hariri, alle prese con una forte crisi economica, una sempre più forte polarizzazione tra partiti politici e con le tensioni geopolitiche regionali. Alla base delle proteste vi sarebbero le gravi condizioni economiche che affliggono la popolazione: tasso di disoccupazione al 25 per cento, che aumenta al 37 per cento tra i giovani che hanno meno di 25 anni, debito pubblico di 86 miliardi di dollari circa, pari al 150 per cento del Pil, carenza di valuta estera, fornitura di elettricità non garantita 24 ore al giorno e lo spettro di misure di rigore per la popolazione per ridare slancio al paese. Il principale accusato per questa situazione è l’esecutivo guidato da Saad Hariri. La miccia che ha fatto scendere la popolazione per le strade di Beirut e delle principali città del Libano sarebbe stata la proposta dell’esecutivo di introdurre una tassa di 0,20 dollari sull’uso delle applicazioni di messaggistica per smartphone che utilizzano il protocollo Voip e sul tabacco. Ieri, dopo le prime notizie diffuse sulla proposta di nuove tasse, la popolazione, già esasperata per una situazione economica che colpisce soprattutto le classi meno abbienti, è scesa in piazza in tutto il paese per manifestare il proprio malcontento nei confronti del governo. A nulla, per il momento, sembra essere servita la decisione di annullare la nuova tassa, come annunciato nella serata di ieri dal ministro delle Telecomunicazioni, Mohammed Choucair.

Finora le manifestazioni hanno avuto un carattere relativamente pacifico e trasversale, senza nessuna caratterizzazione confessionale. Tuttavia non è da escludere il tentativo da parte di alcuni movimenti politici e confessionali di cavalcare o dirigere una parte dei manifestanti, in particolare se dovessero profilarsi casi di violenza anche alla luce delle dinamiche geopolitiche regionali. Il paese è stato particolarmente colpito dalla guerra nella vicina Siria, che ha provocato l’ingresso di più di un milione di rifugiati e ha visto i miliziani del partito sciita filo-iraniano Hezbollah, che vanta esponenti all’interno del governo, combattere al fianco delle forze del presidente Bashar al Assad.

Questa mattina davanti al Grand Serail, la sede del governo, i manifestanti hanno intonato slogan come “Rivoluzione, rivoluzione”, “La popolazione vuole la caduta del regime”. Sempre oggi un centinaio di manifestanti ha bloccato la strada che collega la capitale al sud del paese. Uno dei manifestanti, Omar, 19 anni, citato dal quotidiano “L’Orient le jour” spiega: “Da cinque anni non lavoro. Partecipo a ogni manifestazione. Viviamo senza cibo, senza acqua, dovremmo buttare tutti i responsabili nella spazzatura. Non siamo affiliati a nessun partito politico”. Un altro manifestante sostiene che “la soluzione sia la caduta del governo”.

Il leader delle Forze libanesi, Samir Geagea, ha invitato oggi il primo ministro a dimettersi. "Faccio un invito amichevole al primo ministro Saad Hariri affinché si dimetta, dato il misero fallimento nel tentativo di fermare il deterioramento della situazione economica del paese, che ci ha portato alla situazione attuale", ha fatto sapere Geagea. Il leader cristiano ha aggiunto: "Conosco la portata degli sforzi del primo ministro per cercare di ripristinare la situazione, ma la maggioranza del governo purtroppo era altrove. Il meglio che Hariri possa fare in questo periodo cruciale e complicato è presentare le dimissioni per formare un altro esecutivo, totalmente diverso, in grado di guidare il rilancio della crescita economica". Intanto, il Consiglio dei ministri previsto nel pomeriggio non si terrà. Il premier, a quanto pare, potrebbe rivolgersi direttamente ai libanesi. Ieri sera, anche il leader druso Walid Jumblatt ha chiesto ad Hariri di dimettersi.

Invito alle dimissioni anche dall'altro partito cristiano, Kataeb. Il leader del partito cristiano maronita Sami Gemayel, ha giustificato le manifestazioni, affermando che l'attuale governo deve "dimettersi" e che un governo di "tecnici" deve sostituirlo. Gemayel ha anche chiesto elezioni parlamentari anticipate. “Ti abbiamo detto che il popolo libanese è in preda all’ira e ti abbiamo esortato ad andartene di tua volontà, ma hai scelto di essere espulso. Invito tutti i libanesi, compresi i membri e gli amici di Kataeb, a portare avanti le loro proteste", ha dichiarato Gemayel. Da parte sua, Ali Daamoush, vice capo del consiglio esecutivo del movimento sciita Hezbollah, ha dichiarato: "Abbiamo continuamente avvertito che le politiche economiche sbagliate e l'imposizione di maggiori tasse e oneri sui cittadini avrebbero portato a un'esplosione popolare. Le persone esprimono la loro sofferenza e il loro dolore e il loro grido deve essere ascoltato, ma le proteste devono rimanere pacifiche e le proprietà pubbliche e private non devono essere attaccate".

In realtà, le dimissioni del giovanissimo governo Hariri, nato dopo nove mesi di gestazione il 31 gennaio scorso, non porterebbero nell’immediato a una soluzione. Il paese è ormai paralizzato da anni proprio a causa dell’impasse politica che ha richiesto oltre due anni per eleggere il presidente della Repubblica, mesi per cambiare la legge elettorale e ben nove mesi per formare il governo. Già a fine settembre la popolazione aveva manifestato spingendo la Banca centrale del Libano a creare un nuovo meccanismo "di garanzia" per le importazioni, istituendo un tasso di cambio "ad hoc" tra il dollaro statunitense e la lira libanese per consentire l'acquisto dall'estero di carburante, medicine e grano. Il tasso di cambio tra la valuta locale e il dollaro è fissato dal 1997 a 1.507,5 lire libanesi. Sebbene la Banca centrale continui a rifiutare lo scenario di una crisi del dollaro, nelle ultime settimane il ritiro di valuta statunitense ai distributori automatici e agli sportelli è diminuito e i cambiavalute sono arrivati a chiedere 1.600 lire per un dollaro.

Il paese, segnato da uno dei debiti pubblici più alti al mondo, si trova al centro di una crisi economica che sta cercando di arginare su diversi fronti. Da un lato, sta cercando di bilanciare la bilancia delle esportazioni attraverso l’introduzione di tasse, dall’altro sta pianificando misure di rigore per ricevere gli aiuti promessi dai donatori internazionali durante la conferenza di Parigi Cedre del 2018, destinata al rilancio dell’economia e all’ammodernamento delle infrastrutture. In occasione della conferenza Cedre, la comunità internazionale ha promesso aiuti finanziari pari a 11 miliardi di dollari al Libano, a condizione che Beirut attui una riforma dell'economia, delle finanze e innovi le infrastrutture.

Secondo i dati della Banca mondiale, nel 2018 il prodotto interno lordo ha raggiunto i 56,64 miliardi di dollari, con una crescita annuale del Pil dello 0,2 per cento e un’inflazione al 5,9 per cento. Gli ultimi dati della Banca mondiale rivelano che le esportazioni rappresentano il 23 per cento del Pil, mentre le importazioni il 40 per cento del Pil. La popolazione stimata, compresi i profughi palestinesi e siriani, è di circa 6,85 milioni, secondo la Banca mondiale. L’andamento negativo dell’economia del paese dei cedri emerge anche dall’ultimo World Economic Outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi). L’economia libanese crescerà appena dello 0,2 per cento nel 2019, lo stesso risultato conseguito l’anno scorso, per poi raggiungere lo 0,9 per cento nel 2020. L’indice annuale dei prezzi al consumo nel paese dei cedri dovrebbe scendere dal 6,1 per cento del 2018 al 3,1 per cento del 2019 fino al 2,6 per cento del 2020. Sensibilmente alto il deficit delle partite correnti, che dovrebbe continuare ad aumentare nei prossimi due anni rispettivamente del -26,4 per cento del Pil e del -26,3 per cento del Pil.

Nelle settimane scorse, il ministero delle Finanze di Beirut ha fatto sapere che l’agenzia di rating Moody’s ha mantenuto a “Caa1” il rating sul debito sovrano del Libano. Lo riferisce oggi un comunicato stampa del ministero delle Finanze di Beirut. Moody’s valuterà nei prossimi tre mesi “l’azione del governo e il suo impegno a votare la legge finanziaria 2020”, si legge nella dichiarazione. Lo scorso agosto, Fitch ha declassato il rating sovrano del Libano a “Ccc”, mentre Standard and Poor’s aveva concesso una sospensione di alcuni mesi nella pubblicazione del rating, invitando il governo ad avviare le riforme per le quali si è impegnato in occasione della conferenza Cedre di Parigi del 2018 per rilanciare l’economia del paese. (Res)
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