IRAQ

 
 

Iraq: razzi su Baghdad ed Erbil, ancora tensioni alla vigilia della visita del Papa

Iraq: razzi su Baghdad ed Erbil, ancora tensioni alla vigilia della visita del Papa
Baghdad, 23 feb 17:15 - (Agenzia Nova) - Un nuovo lancio di razzi sulla cosiddetta Zona verde, l’area fortificata nel centro della capitale irachena Baghdad che ospita sedi diplomatiche e organizzazioni internazionali, suscita timori per la sicurezza e la stabilità del Paese in un momento delicato, fra una recrudescenza delle attività dello Stato islamico (Is) e alla vigilia della storica visita del Papa i primi di marzo. Il modus operandi dell’attacco lanciato ieri pomeriggio è pressoché identico a quello di vari attacchi precedenti: razzi di tipo Katyusha, in questo caso da 107 millimetri, sparati da altri quartieri della capitale (Al Salam, secondo un'inchiesta condotta dalle forze di sicurezza irachene). I razzi, in tutto tre, due dei quali caduti all’interno della Zona verde, sembrano aver colpito e danneggiato veicoli civili, senza causare feriti o vittime. L'attacco ha suscitato una dura reazione da parte del governo iracheno, che ha affermato la propria indisponibilità a "negoziare" la propria sovranità e a farsi intimidire dal lancio dei missili. L’attacco ricorda però quanto avvenuto lo scorso 20 dicembre 2020, quando almeno otto razzi dello stesso tipo sono stati lanciati sulla Zona verde causando danni leggeri all’ambasciata statunitense. Soltanto pochi giorni fa, lunedì 15 febbraio, un altro attacco con modalità praticamente identiche ha colpito l’aeroporto di Erbil, capoluogo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, causando la morte di due persone (fra cui un contractor civile) e il ferimento di almeno nove persone, tra cui un militare Usa.

Benché simili nel metodo e probabilmente perpetrati dagli stessi autori, i tre attacchi hanno avuto finalità diverse. La responsabilità – in base a modus operandi, verosimiglianza e rivendicazioni di episodi affini – è da attribuirsi in tutti i casi, molto probabilmente, a uno o più gruppi della galassia di milizie sciite o filo-iraniane, il cui ruolo dentro (e fuori dallo) Stato iracheno è diventato sempre più ingombrante dopo la guerra contro lo Stato islamico, combattuta fra il 2014 e il 2017. L’attacco di ieri sera giunge pochi giorni dopo l’annuncio di un cospicuo aumento della presenza Nato in Iraq, con un aumento previsto delle forze in campo da 500 a 4.000 unità. Non è un caso che nella Zona verde si trovi la base operativa nota come Union III, quartier generale della missione dell’Alleanza atlantica. La notizia dell’aumento delle forze Nato, che hanno in teoria un ruolo limitato al sostegno e all’addestramento delle forze irachene ma che potrebbero assumere compiti diversi sul campo, anche a fronte del progressivo ritiro delle forze Usa, ha suscitato reazioni di indignazione da parte di membri della classe politica irachena. E’ verosimile che il lancio di razzi giunga come un avvertimento da parte delle milizie filo-iraniane, più di tutte critiche rispetto alla presenza di forze militari straniere nel Paese. Nello stesso contesto, lo scorso 20 gennaio, anche la base irachena di Balad, a nord della capitale Baghdad, che ospita forze statunitensi e contractor, è stata colpita da quattro missili lanciati da ignoti.

L’attacco del 20 dicembre cadeva a pochi giorni dal 3 gennaio, anniversario dell’uccisione del generale Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione islamica dell’Iran, e del vice capo delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu) sciite irachene, Abu Mahdi al Muhandis. Il lancio era avvenuto in un clima di tensione, in un momento in cui la stessa ambasciata Usa aveva deciso di ridurre il proprio personale nel timore di attacchi più violenti. Nonostante gruppi sciiti fra i più agguerriti, come la milizia Asaib Ahl al Haq (Lega dei giusti), abbiano negato la loro responsabilità nell’attacco, è quasi certamente in quell’area che occorre cercare gli autori del gesto.

L’attacco della scorsa settimana a Erbil, invece, giunge in un contesto e in una congiuntura differenti. Il bersaglio primario non sembra essere stata la coalizione internazionale a guida Usa, ma lo stesso governo del Kurdistan iracheno, almeno secondo quanto hanno riferito “comandanti di gruppi armati sostenuti dall’Iran” al portale “Middle East Eye”. Questi hanno d’altronde negato la loro responsabilità dell’attacco, rivendicato invece a mezzo social network da un’oscura sigla, Saraya Awliya al Dam (compagnie delle Brigate di sangue), mentre il principale partito curdo – il Partito democratico del Kurdistan (Kdp) dell’ex presidente Mas’ud Barzani – ha puntato il dito senza mezzi termini contro le Unità di mobilitazione popolare (Pmu), coalizione di milizie a maggioranza sciita inquadrata nelle forze armate irachene. Tentando di calmare le acque, il governo di Baghdad ha scagionato in un primo momento le Pmu e accusato vagamente lo Stato islamico (Is), quando il portavoce delle forze armate Yehia Rasool ha definito i razzi di Erbil “dello stesso tipo” di quelli utilizzati dal gruppo jihadista.

Le ostilità fra milizie sciite e governo curdo sono dovute a più fattori, e affondano le loro radici nell’instabilità politica e di sicurezza del Paese, soprattutto nella situazione del conteso distretto di Sinjar. Quest’ultimo è una zona di grande importanza strategica, situata nel nord-ovest del Paese nelle vicinanze dei confini con Turchia e Siria. Tenere Sinjar permette di controllare le vie terrestri che collegano Teheran a Damasco, e le linee di rifornimento logistico fra il sud-est della Turchia e il nord della Siria. Per questo motivo il defunto presidente iracheno Saddam Hussein utilizzò l’area come sito di lancio per i missili che colpirono Israele nel 1991, e per questo motivo la zona è contesa fra le forze regionali e internazionali attive in Siria e infestata da gruppi armati: dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che vi ha stabilito una roccaforte, dalle Unità di protezione popolare (Ypg) curdo-siriane e dalle stesse Pmu.

Nonostante lo scorso ottobre il governo del Kurdistan e le autorità federali abbiano siglato un accordo per liberare l’area da tutti i gruppi paramilitari e garantire il ritorno di 400 mila sfollati, l’intesa non è stata ancora messa in atto completamente: negli ultimi tre giorni la Mobilitazione popolare ha anzi inviato nuovi rinforzi militari nell’area. La questione di Sinjar, come anche – secondo fonti sciite di “Middle East Eye” – l’opinione tenuta da Asaib Ahl al Haq, il maggiore indiziato per l’attacco, secondo cui esisterebbe “una cooperazione di sicurezza tra Baghdad, Erbil e la Turchia”, potrebbe spiegare la decisione della milizia sciita (o di un gruppo collegato) di mandare un messaggio intimidatorio al governo di Erbil. A complicare ulteriormente i rapporti fra gruppi sciiti e Kurdistan, a livello politico, il fatto che il progetto del bilancio 2021 dell’Iraq non sia stato ancora approvato dal parlamento di Baghdad a causa della continua opposizione dei deputati sciiti, che pretendono che la regione autonoma consegni una quantità maggiore di petrolio alle autorità centrali in cambio della sua – modesta – quota del bilancio federale.

Sullo sfondo di questi attacchi, non ha ancora subito variazioni o cambi di programma la storica visita di papa Francesco, la prima di un pontefice in Iraq, che si svolgerà tra il 5 e l’8 marzo prossimi. Il Papa si recherà in varie città del Paese e incontrerà la suprema autorità religiosa sciita irachena, l’ayatollah Ali al Sistani. Anche se la visita è stata preparata da varie delegazioni di sicurezza, il pontefice giungerà in un Paese attraversato da forti tensioni. Il peso delle forze paramilitari filo-iraniane, il terrorismo sunnita, il malcontento di una popolazione colpita da una grave crisi economica e la frattura con il Kurdistan continuano a minacciare la stabilità di un governo fragile, che non sembra essere ancora in grado di riparare i danni provocati da più di un decennio di guerre. (Res)
ARTICOLI CORRELATI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..
GRANDE MEDIO ORIENTE
EUROPA
AFRICA SUB-SAHARIANA
ASIA
AMERICHE