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Cina: il lancio dei future sul petrolio greggio è il primo passo per l’affermazione globale dello yuan

Pechino, 04 apr 2018 12:47 - (Agenzia Nova) - La Cina ha superato il 26 marzo scorso la delicata prova del lancio di nuovi future petroliferi denominati in yuan: un’impresa che Pechino aveva già tentato nei primi anni Novanta, dimostrandosi in quell’occasione ancora immatura sul piano finanziario e regolatorio. Questa volta, almeno a giudicare dall’esordio nei nuovi prodotti finanziari e dal loro successo tra gli investitori, le cose sono andate diversamente. Con l’apertura del suo mercato domestico ai future sul greggio, Pechino può contare su un indicatore di prezzo affidabile delle varietà di greggio più utilizzate dalle sue raffinerie, diverse da quelle dei contratti occidentali, e aspirare in un futuro non troppo lontano ad un ruolo cruciale nella definizione delle dinamiche dei prezzi regionali per quella materia prima. Le ambizioni di Pechino, però, non si limitano a questo obiettivo: la Cina, che ha superato gli Usa come primo importatore mondiale di petrolio greggio, punta a denominare i contratti internazionali in yuan, affiancando il dollaro e promuovendo così la propria valuta come mezzo di scambio del commercio globale. L’attacco cinese al petroldollaro, pilastro della potenza economica statunitense, potrebbe essere meno lontano di quanto sembri: stando a fonti governative cinesi, infatti, Pechino sta lavorando ad un programma pilota per pagare le proprie forniture di petrolio in yuan sin dalla seconda metà di quest’anno.

I nuovi future petroliferi cinesi denominati in yuan, lanciati la scorsa settimana, hanno colto gli scettici alla sprovvista, e paiono davvero in grado di imporsi come parametro di riferimento regionale, laddove i precedenti tentativi di Pechino hanno fallito. La storia di future e opzioni è costellata di nuovi contratti lanciati tra squilli di fanfare, ma dimostratisi poi incapaci di attrarre sufficiente liquidità sino a scomparire o divenire ininfluenti. E’ il caso ad esempio del primo tentativo cinese di future petroliferi denominati in yuan, all’inizio degli anni Novanta. I nuovi contratti future lanciati dalla Shanghai International Energy Exchange (Ine), però, giungono al culmine di anni di meticolosi preparativi, e paiono disporre di diversi elementi necessari a garantire loro il successo, sostengono esperti citati in questi giorni dalla stampa economica statunitense e cinese.

La Cina sembra aver fatto tesoro delle sue esperienze passate, e nei mesi scorsi ha invitato in anticipo i principali attori globali, incluse le major internazionali, a prendere parte al nuovo mercato. Dalla fine del mese scorso lo Shanghai International Energy Exchange gestisce future su sette varietà di petrolio greggio mediorientale, inclusi il petrolio leggero Basrah prodotto in Iraq, il greggio di Dubai e quello dell’Oman. China Petroleum & Chemical (Sinopec) e altri colossi di Stato cinesi che importano ingenti quantità di petrolio greggio dal Medio Oriente hanno già fatto il loro ingresso nel nuovo mercato, e lo stesso vale per un gran numero di raffinerie di piccole e medie dimensioni. Pechino ha avviato la liberalizzazione del settore e nel 2015 ha assegnato quote di importazioni petrolifere alle cosiddette “teiere”, ovvero i piccoli raffinatori indipendenti. Questi ultimi guardano all’Ine come la soluzione ideale per l’hedging del rischio legato alla fluttuazione dei prezzi delle importazioni dalla regione mediorientale.

I nuovi future rispondono dunque ad una domanda commerciale esistente e reale di hedging, e questo è il primo e fondamentale requisito per il loro successo. La Cina ha giù superato gli Usa come primi importatori di petrolio al mondo, e dunque ha un innegabile bisogno di strumenti per l’hedging contro i rischi legati alle oscillazioni di prezzo. A questa considerazione va aggiunto che le raffinerie cinesi importano soprattutto greggio medio e pesante con elevate concentrazioni di solforati, differenti dal Brent e dal Wti cui fanno riferimento i future Usa. I nuovi contratti possono contare anche sulla vasta platea domestica cinese di trader e broker che negli ultimi anni hanno acquisito familiarità con i mercati delle commodity. Pechino ha già lanciato contratti di successo su acciaio, ferro e rame, tutti caratterizzati da una liquidità elevata. Permane, è vero, una certa insicurezza legata all’ambiente regolatorio, e in particolare all’attitudine del governo cinese nei confronti delle oscillazioni di prezzo e il suo possibile interventismo sul trading. Per quanto riguarda i future petroliferi, però, tale tipo di interventismo ha storicamente caratterizzato altri centri di scambio, e dunque gli attori di mercato lo danno almeno in parte per scontato.

I future petroliferi di Shanghai hanno fatto il loro debutto lo scorso 26 marzo, con un volume di acquisti da parte di investitori ordinari e istituzionali assai superiore al previsto. Il trader globale di idrocarburi e materie prime Glencore ha effettuato il primo acquisto, a riprova dell’interesse internazionale per i nuovi future cinesi, che Pechino punta a far divenire parametro di riferimento nel mercato petrolifero asiatico. Il lancio dei nuovi future sul petrolio greggio denominati in yuan aperti agli investitori stranieri segna l’apice di un processo iniziato un decennio fa dalla Shanghai Futures Exchange (Shfe) per dare al primo consumatore di energia al mondo maggiore influenza nella determinazione dei prezzi del petrolio greggio venduto nella regione asiatica.

Sul piano geostrategico, il lancio di nuovi contratti future sul petrolio grezzo denominati in yuan costituisce il primo passo dell’ambizioso tentativo cinese di estendere la propria influenza economica globale, erodendo quella degli Usa basata sul petroldollaro. Pechino, sottolineano gli analisti, avrà bisogno di anni per divenire riferimento globale del mercato petrolifero, anche nel caso gli investitori intraprendano uno scambio massiccio dei nuovi future. “Probabilmente assisteremo al trading attivo (dei future in yuan), perché gli investitori hanno espresso forte interesse per il contratto”, ha commentato nei giorni scorsi Liu Yang, analista presso Citic Futures. “Il petrolio greggio ha un impatto significativo su una vasta gamma di industrie e molte aziende aspettano da tempo l’avvio del trading”, ha aggiunto l’analista finanziario.

Jiang Yang, vicepresidente della China Securtities Rugylatory Commission – l’ente cinese regolatore del mercato finanziario – aveva anticipato già il 15 gennaio scorso che la Cina avrebbe aperto il mercato dei future petreoliferi agli investitori domestici e internazionali. L’obiettivo di lungo termine di Pechino è di rendere i future petroliferi dell’Ine un benchmark globale, spezzando così il monopolio del dollaro statunitense, e imponendo a lungo termine lo yuan come valuta del commercio globale. Per conseguire questo ambizioso obiettivo, il primo passo è ovviamente quello di coinvolgere il maggior numero di investitori possibile. Più il mercato dei future petroliferi cinese saprà attrarre partecipanti, maggiore sarà la sua liquidità e la fiducia che potrà ispirare. In un certo senso, le ambizioni della Cina sono favorite proprio dalle mosse degli Usa, che con Donald Trump hanno deciso di sfruttare appieno le loro risorse petrolifere per trasformarsi da importatori a esportatori netti di petrolio.

La Cina, di contro, si è già affermata come primo importatore di petrolio al mondo,e dunque come attore primario di un mercato da 14mila miliardi di dollari, una cifra grossomodo equivalente al pil cinese dello scorso anno. Qualunque contratto di fornitura saldato in yuan non verrebbe saldato in dollari, e la Cina dispone dunque, almeno in termini di “peso specifico”, dei fondamentali necessari a ridurre significativamente la domanda di dollari globale. Grandi esportatori di petrolio come l’Arabia Saudita sono vincolati agli Usa da interessi enormi, sul piano commerciale e della difesa. Al contempo, però, i loro interessi in Cina stanno aumentando, come dimostrato nei mesi scorsi dalle indiscrezioni riguardo la possibile vendita diretta di una quota di Saudi Aramco alla Cina: lo stesso ad di Aramco, Amin Nasser, ha dichiarato al “Nikkei” lo scorso gennaio che il colosso saudita prepara importanti investimenti in Cina, e più in generale nella regione asiatica. Se soggetti come Riad accettassero di saldare le forniture di petrolio alla Cina in yuan, l’effetto sulle dinamiche valutarie globali potrebbe rivelarsi drammatico. La Cina, del resto, ha già stretto accordi con la Russia per il pagamento delle forniture di petrolio e gas nelle valute locali.

L’assalto di Pechino al petroldollaro potrebbe non essere dunque uno scenario così remoto, specie se trovassero conferma le indiscrezioni diffuse pochi giorni fa da fonti citate da “Reuters”: Pechino avrebbe intrapreso i primi passi per il pagamento delle proprie forniture di petrolio in yuan, e un programma pilota potrebbe essere lanciato dal governo cinese già nella seconda metà del 2018. Stando alle fonti, i regolatori cinesi hanno già contattato informalmente le istituzioni finanziarie per prepararle a prezzare i contratti di fornitura cinesi in yuan. “Essendo il maggiore acquirente mondiale di petrolio, è naturale che la Cina prema per l’adozione degli yuan per il saldo dei pagamenti. Questo migliorerebbe anche la liquidità dello yuan sui mercati globali”, ha spiegato una delle fonti, che si sarebbe confrontata direttamente in materia con le autorità cinesi. Stando alle indiscrezioni, il piano allo studio di Pechino riguarderebbe inizialmente le forniture di petrolio da Russia e Angola, entrambi paesi che condividono l’obiettivo cinese di spezzare il dominio del dollaro come principale valuta degli scambi internazionali. (Cip)
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