SIRIA

 
 

Siria: rinforzi Usa dall’Iraq per la base di al Tanf e i giacimenti controllati dai curdi

Roma, 22 gen 19:22 - (Agenzia Nova) - Gli Stati Uniti starebbero rafforzando la propria presenza nelle aree del sud e dell’est della Siria controllate dalle milizie curdo-arabe delle Forze democratiche siriane (Fds) e dai ribelli anti-Assad, nei governatorati di Homs, Deir ez-Zor e al Hasaka, mentre a Washington è ormai pienamente operativa la nuova amministrazione guidata da Joe Biden. Finora a dare la notizia è stata solamente l’agenzia di stampa siriana “Sana” che, tuttavia, ha fornito immagini di un imponente trasferimento di mezzi e uomini attraverso il valico di al Waleed. Il punto di frontiera collega tramite l’autostrada M2 la provincia irachena dell’Anbar alla provincia siriana di Homs dove ha sede la base militare di al Tanf, controllata dagli Stati Uniti. Il convoglio sarebbe stato formato da almeno 40 mezzi scortati da elicotteri d’attacco giunti nella base, che è sotto controllo delle forze della coalizione internazionale contro lo Stato islamico dal 2016. La “Sana” riferisce però anche dell’invio di almeno 200 militari nella provincia di al Hasaka trasferiti sempre dall’Iraq a bordo di elicotteri da trasporto truppe. Queste ultime sarebbero destinate a presidiare i giacimenti petroliferi presenti nella Siria nordorientale controllata dai curdi, in particolare il giacimento di Omar, strappato al controllo dello Stato islamico nell’ottobre del 2017. Altri media siriani riferiscono che tali manovre non sono insolite, considerato che spesso gli Stati Uniti trasferiscono attrezzature dall’Iraq alle aree della Siria sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Fds), come spesso affermato anche dal governo di Damasco che di recente ha inviato in merito una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Da una prima analisi i movimenti di mezzi e truppe dall’Iraq registrati in questi giorni farebbero parte di due riposizionamenti differenti: uno volto a rinforzare le difese alla base di Al Tanf, l'altro mirante a presidiare i giacimenti di petrolio e gas controllati dalle forze curde. Il convoglio entrato dal valico di al Waleed andrebbe infatti a rafforzare il presidio della base di al Tanf, piccolo avamposto vicino alla regione dei tre confini nel sud-est della Siria a cavallo dell'autostrada Baghdad-Damasco. In questi ultimi anni gli Stati Uniti hanno mantenuto nell’avamposto una presenza militare simbolica insieme a una forza partner, il Maghawir al-Thawra (precedentemente chiamato New Syrian Army). In origine, l'area era detenuta dallo Stato islamico, ma è stata occupata da forze amiche all'inizio del 2016. In base a un accordo negoziato con i russi, c'era una zona di disimpegno di 55 chilometri circoscritta attorno alla guarnigione, che è pattugliata dagli Stati Uniti e dai loro partner. Nell’ultimo mese la zona è stata teatro di una serie di nuovi attacchi da parte delle rimanenti cellule dello Stato islamico, che ha colpito le forze governative nella regione della Badia, la vasta area desertica che si estende fino al confine con l’Iraq.

A fine dicembre lo Stato islamico ha sferrato una serie di attacchi contro l’esercito siriano riprendendo parzialmente il controllo delle aree di Shakoziya e al Rahjan nell'est della provincia di Hama, al confine con la provincia di Homs. Gli uomini inviati invece nella provincia di Al Hasaka andrebbero a rafforzare la presenza di militari Usa a presidio delle infrastrutture petrolifere sotto il contro delle Fds nel nord est della Siria. Negli ultimi mesi l’area ha assistito a una duplice minaccia. Da un lato, infatti, lo Stato islamico il 30 dicembre ha rivendicato una devastante imboscata contro un autobus dell’esercito siriano nella vicina provincia di Deir ez Zor, uccidendo almeno 37 soldati siriani. Allo stesso tempo sono aumentati gli scontri tra le forze curde appoggiate dagli Stati Uniti e la Turchia e le milizie sostenute da Ankara a nord di Raqqa, ex roccaforte dello Stato islamico.

Intanto la Russia sta rafforzando la propria presenza militare nell’est della Siria. Facendo seguito agli annunci di un imminente ritiro dalla Siria fatto nel corso del 2020 dall’amministrazione Trump, Mosca si è posta sempre di più come un possibile alleato dell’Amministrazione autonoma curdo-siriana nel quadro di tensioni registrate nel nord-est della Siria fra le Forze democratiche siriane (Fds) e le milizie sostenute dalle forze della Turchia. All’inizio di questa settimana, la Russia ha incontrato presso una base russa all’aeroporto di Qamishli, nel governatorato di Al Hasaka, i comandanti delle forze di Damasco e delle Fds. Scopo dell’incontro era calmare le tensioni in quattro regioni, su tutti Al Hasaka e Qamishli, la regione di Al Shabha a nord di Aleppo, e i quartieri orientali di Aleppo, con la Russia che avrebbe proposto un’iniziativa per ridurre le tensioni sulla base di un accordo fra le parti, siglato con Mosca e l’Iran in veste di garanti. In questo contesto le forze della Russia, cercando di imporre una nuova realtà a est dell’Eufrate, hanno rafforzato le loro basi inviando nuove unità militari nella campagna del governatorato di Al Hasaka (più di 300 persone), che hanno raggiunto la base russa a Qamishli tramite l’autostrada M4, e 40 elementi aggiuntivi, appartenenti alle forze della compagnia Wagner (giunti a bordo di un aereo dalla base di Hmaimim).

Il rischieramento statunitense odierno, se confermato, rappresenta un importante movimento di mezzi e giunge in concomitanza con il cambio di amministrazione negli Stati Uniti, dove il nuovo presidente Joe Biden ha prestato giuramento lo scorso 20 gennaio. Al momento la nuova amministrazione Usa non si è ancora espressa sulla sua strategia in Medio Oriente, in particolare in Siria. Tuttavia, il neo nominato segretario di Stato, Antony Blinken, aveva in più di un’occasione appoggiato la strategia di Trump in Siria, prima dell’annuncio del ritiro nel 2018, ammettendo il parziale fallimento delle politiche avviate dal predecessore Barack Obama, in particolare in un’intervista rilasciata lo scorso maggio 2020 alla “Cbs”. L’ordine di ritiro delle truppe Usa, emesso da Trump per la prima volta nel dicembre 2018, aveva portato alle dimissioni dell'ex segretario alla Difesa Jim Mattis, e dell’inviato speciale della presidenza Usa nella Coalizione internazionale contro lo Stato islamico Brett McGurk, in quella che era stata una mossa contestata da più parti.

Alla fine del 2020, Trump ha ribadito l’ordine di ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria dall'area per ridistribuirsi in Iraq, dopo aver aumentato il loro numero dal 2016 al 2018, da 500 militari a 2.000. Al momento non è chiaro quanti militari statunitensi siano realmente presenti in Siria, considerato che dal 2017 l’amministrazione Trump ha smesso di pubblicare tali informazioni. In base alle stime vi sarebbero dai 500 ai 900 militari che operano al fianco delle Forze democratiche siriane e nella base di Al Tanf. Nel settembre 2020, il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato il dispiegamento di nuove forze per garantire la sicurezza e la protezione delle forze della coalizione, a seguito di uno scontro di piccola entità, ma significativo delle tensioni nell’area, tra un convoglio delle Forze armate Usa e una pattuglia dell’esercito russo nel mese di agosto. (Res)
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