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Covid: Tremonti a "Nova", debito rischia di esplodere con conseguenze politiche (3)

Roma, 30 ott 2020 11:35 - (Agenzia Nova) - La gestione della pandemia è stata fatta “con una drammatica estensione del debito pubblico - sottolinea il professore -. Non c'erano e non ci sono alternative ma il debito è in sé un dramma. Nel fare debito serve serietà. A prescindere dall'importo, fare debito come è stato fatto finora, aggiungendo al debito necessario debito voluttuario come per monopattini, biciclette, bonus vacanze e tate, dimostra un limite nella serietà e responsabilità dell'azione di governo”, continua. La legge di bilancio che il governo sta preparando si basa sull’assunto che il debito italiano sia sostenibile, perché l’Europa agisce da moltiplicatore del Pil grazie ai fondi europei. Tremonti ricorda che per effetto della pandemia l’Unione europea si è “di fatto autosospesa”, congelando l’applicazione del Patto di stabilità e delle regole in materia di aiuti di Stato. La Banca centrale europea è stata autorizzata a fare debito e l’Unione ha accolto l’idea italiana degli eurobond. Idea già presentata già nel 2003 durante il semestre italiano e poi ripetuta ancora dopo la crisi finanziaria nel 2010, allora bocciata e adesso finalmente applicata. “Con questo l'Europa si è messa dalla parte giusta della storia. Ma ci sono dei limiti. Lo stanziamento del Recovery fund non è dovuto alla capacità politica del governo italiano ma alla dimensione avversa dei nostri numeri”. Come conseguenza della pandemia, l’Italia ha ottenuto 209 miliardi, di questi circa 80 miliardi sono a fondo perduto e 120 a debito. “Per finanziarli, tanto a fondo perduto quanto a debito, devi emettere eurobond e per farlo l'Europa deve reperire nuove risorse proprie. Lo può fare in due modi: o introducendo nuove imposte europee su plastica, carbone e web, o aumentando la quota dei contributi nazionali al bilancio europeo”, spiega Tremonti. “Le nuove imposte europee possono essere introdotte solo con l'unanimità, e questa non è del tutto probabile. Più probabile è quindi l'aumento dei contributi nazionali. Gli 80 miliardi, al netto di questo, si riducono più o meno a 40 miliardi distribuiti sui prossimi anni. Considerando poi - ricorda il professore - che storicamente i fondi europei tradizionali sono usati solo per circa il 40 per cento, è piuttosto improbabile o serve un grande sforzo affinché siano investiti i nuovi fondi europei del Recovery. Ciò realisticamente riduce l'idea che il Recovery possa fungere da moltiplicatore del Pil e rendere sostenibile la crescita esponenziale del nostro debito pubblico. Sommando il debito preesistente, con il nuovo della Finanziaria dell'anno prossimo e col debito del Recovery, si va verso il 300 per cento del Pil, un numero che in sé è terrificante perché non sostenibile”. (segue) (Val)
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