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Sudan: nuove proteste a Omdurman, morti tre manifestanti

Khartum, 10 gen 2019 09:29 - (Agenzia Nova) - È di almeno tre morti il bilancio degli scontri seguiti alle nuove proteste anti-governative avvenute nella città di Omdurman. È quanto rfiferisce l’agenzia di stampa sudanese “Suna”, secondo cui la polizia è intervenuta utilizzando gas lacrimogeni per disperdere le proteste non autorizzate dal governo. Secondo quanto riferiscono fonti citate dalla stessa agenzia, gli agenti di polizia hanno inseguito i manifestanti nelle strade secondarie della città, da dove questi ultimi si sono radunati per riprendere le proteste. Le proteste sono scoppiate contemporaneamente alla manifestazione convocata ieri a Khartum dai sostenitori del presidente Omar Bashir, il quale ha ribadito la sua intenzione di restare al potere. Lo stesso Bashir aveva già respinto nei giorni scorsi le richieste di dimissioni a fronte dell’ondata di proteste che ha interessato il paese nelle ultime settimane.

Rivolgendosi ieri ai militari di stanza in una base militare nei pressi della città di Atbara, a nord-est della capitale Khartum, Bashir ha puntato il dito contro “i traditori e gli agenti stranieri” che complottano contro il Sudan. “Non abbiamo alcun problema perché l'esercito non sosterrà i traditori, ma sostiene la patria e le sue conquiste”, ha detto Bashir, secondo quanto riferiscono i media locali. Inoltre, sempre nei giorni scorso il ministro dell’Interno, Ahmed Bilal, aveva dichiarato che le proteste in atto non porteranno alle dimissioni del presidente Bashir. “Il cambiamento del regime non avverrà senza elezioni, le proteste non sono sufficienti dal punto di vista costituzionale”, ha dichiarato il ministro in un intervento davanti al parlamento di Khartum. Le proteste, scoppiate lo scorso 19 dicembre in seguito al rincaro dei prezzi del pane e del carburante, hanno provocato finora la morte di diverse persone (22 secondo il governo, almeno 40 secondo Amnesty International) e l’arresto di almeno 816 dimostranti, come reso noto ieri dal ministero dell’Interno.

Nel tentativo di sedare le proteste, Bashir è corso ai ripari rimuovendo dall’incarico il ministro della Salute, Mohammed Abu Zayr Mustafa, dal momento che l’aumento dei prezzi dei medicinali è tra le cause scatenanti dell’ondata di manifestazioni in corso nel paese. Al suo posto è stato nominato Kheir al Nur. Il capo dello Stato, da parte sua, sembra tutt’altro che intenzionato a farsi da parte e ha di recente ribadito la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2020. In un’intervista rilasciata all’emittente televisiva in lingua araba con sede a Londra “al Mustaqilla”, Bashir ha spiegato che “esiste un appuntamento popolare per stabilire chi deve andare al potere, e sono le elezioni controllate dalla Commissione elettorale, riconosciuta da tutte le forze politiche. La Costituzione c’è attualmente e su di essa concordano tutti”. Nonostante questo, il presidente ha promesso al popolo di “continuare a lavorare per migliorare le condizioni di vita del popolo e la sicurezza al servizio del paese”.

In precedenza, in una conferenza stampa trasmessa in diretta televisiva la scorsa settimana, Bashir aveva puntato il dito contro agenti esterni per giustificare l’attuale situazione in cui versa il suo paese, denunciando come la crisi economica sia scaturita da oltre 20 anni di “guerra economica” dovuta alle sanzioni internazionali imposte al Sudan per essersi “rifiutato di vendere la sua indipendenza e dignità in cambio di dollari”. Il presidente sudanese ha quindi messo in chiaro che “non sarà possibile uscire dall'attuale crisi da un giorno all'altro, tuttavia conosciamo la strada”, aggiungendo che le proteste non giustificano atti di vandalismo, incendi e distruzioni. Il popolo sudanese “merita una vita dignitosa”, ha aggiunto il capo dello Stato, ammettendo tuttavia che gli attuali stipendi non sono soddisfacenti e annunciando che a partire da questo mese sarà avviato un programma per l’aumento dei salari minimi.

Bashir ha quindi ribadito l'impegno del suo governo ad aumentare le pensioni per i sudanesi “che hanno sacrificato le loro vite per il paese”, sottolineando che sono in corso dei piani per la costruzione di nuovi alloggi per i cittadini appartenenti alle classi sociali meno abbienti. “Continuiamo a prestare attenzione ai bisogni dei lavoratori e a ai loro problemi per risolverli”, ha aggiunto il presidente sudanese. Sempre la scorsa settimana, nel tentativo di placare le proteste, le autorità sudanesi hanno bloccato l'accesso alle principali piattaforme di social media utilizzate per organizzare e trasmettere le proteste anti-governative, come denunciato da diverse organizzazioni non governative, secondo cui gli utenti dei tre principali operatori di telecomunicazioni del paese – Zain, Mtn e Sudani – hanno affermato che l'accesso a Facebook, Twitter e WhatsApp è reso possibile solo attraverso l'uso di una rete privata virtuale (Vpn).

In questo contesto, la Coalizione dei partiti di opposizione in Sudan ha chiesto di recente di creare un Consiglio di transizione per uscire dall’attuale crisi politica. In un comunicato, che contiene una serie di rivendicazioni politiche, la Coalizione chiede che il Consiglio di transizione guidi il paese al posto del presidente Bashir, mentre il partito di al Islah ha annunciato di aver deciso di uscire dal governo. La coalizione, denominata Fronte nazionale per il cambiamento, è composta da 22 partiti guidata da Mubarak Fadil. In precedenza le organizzazioni della società civile avevano denunciato l’arresto di almeno nove leader e attivisti dell'opposizione nelle proteste: fra questi c’è anche Siddiq Youssef, alto dirigente del Partito comunista sudanese e leader dei partiti pan-arabi di Ba'ath e dei nasseristi.

Nel frattempo, il Partito del congresso nazionale (Ncp), al potere in Sudan, ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sull’uccisione dei manifestanti nelle proteste delle ultime settimane nel paese. Il partito del presidente Omar al Bashir ha inoltre condannato l’uccisione dei manifestanti e il modo violento con il quale sono state represse le manifestazioni e ha chiesto una punizione per i responsabili delle repressioni. In precedenza, il portavoce del governo sudanese, Bishara Jumaa, aveva accusato presunti “infiltrati” di aver fatto deragliare le proteste. “Le dimostrazioni pacifiche sono deragliate e sono state trasformate da infiltrati in attività sovversive contro le istituzioni e le proprietà pubbliche”, ha denunciato il portavoce, accusando inoltre alcuni partiti politici dell’opposizione di “sfruttare questa situazione per mettere a rischio la sicurezza e la stabilità del paese al fine di raggiungere il loro programma politico”.

Le dimostrazioni, ha aggiunto il portavoce, sono state disperse dalla polizia e dalle forze di sicurezza “in modo civile, senza repressione”. Le proteste, iniziate a Gadaref, nel Sudan orientale, si sono in seguito allargate alla capitale Khartum e ad altre città del paese, con i dimostranti che hanno dato alle fiamme diverse sedi locali del partito Ncp. Il Sudan è alle prese da anni con una forte crisi economica dovuta ad un'inflazione record, alla carenza di valuta forte e ai bassi livelli di liquidità presso le banche commerciali. La decisione del governo di ridurre i sussidi statali ha determinato il raddoppio dei prezzi del pane, scatenando diverse proteste dall’inizio dello scorso anno. La crisi ha provocato diverse proteste nel paese, spesso sfociate in violenze, come quelle che nel gennaio 2018 causarono la morte di un manifestante a Khartum.

In risposta alla crisi, il presidente Omar al Bashir ha già annunciato di recente una serie di misure radicali volte a superare la forte crisi economica in cui versa il paese e nel settembre scorso ha sciolto il governo nominando Motazz Moussa come nuovo ministro al posto di Bakri Hassan Saleh. Quest’ultimo, nominato primo ministro nel 2017, è stato invece confermato nell’incarico di primo vicepresidente, mentre Osman Yusuf Kubur è stato nominato secondo vicepresidente. A gravare sulla già disastrata economia sudanese, inoltre, ci sono le sanzioni statunitensi imposte al Sudan nel 1997 e rimosse – in maniera parziale – soltanto nell’ottobre 2017, quando Washington ha annunciato la rimozione dell’embargo ventennale nei confronti di Khartum riconoscendo “i provvedimenti positivi adottati dal governo sudanese per il mantenimento del cessate il fuoco e il ritorno dei profughi nelle zone di conflitto”. (Res)
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