LIBIA

 
 

Libia: Haftar prosegue l’offensiva a Tripoli, fermati i voli civili, bilancio di 32 morti

Tripoli, 08 apr 2019 18:24 - (Agenzia Nova) - Sale la tensione a Tripoli a cinque giorni dal lancio dell’offensiva militare del generale Khalifa Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) e uomo forte della Cirenaica. Mentre proseguono gli scontri a bassa intensità a sud della capitale, un cacciabombardiere MiG-21 in dotazione alle forze di Haftar ha colpito con due missili la pista per aerei militari dell'aeroporto internazionale di Mitiga, l'unico scalo aereo che serve la capitale Tripoli. In precedenza, altri raid avevano colpito l'aeroporto in disuso situato nella parte meridionale della capitale. Secondo quanto appreso finora, il bombardamento non ha causato vittime civili, ma lo calo aereo è stato chiuso, di fatto isolando ancora di più la capitale. Il capo del Consiglio di presidenza libico, Fayez al Sarraj, ha ricevuto questa mattina a Tripoli l’ambasciatore d’Italia in Libia, Giuseppe Buccino Grimaldi, al quale ha assicurato “che le forze militari libiche in grado di sconfiggere l'aggressore e tutti coloro che cercano di destabilizzare e terrorizzare i civili”. Il diplomatico italiano, secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del governo di Tripoli, “ha espresso il rifiuto da parte di Roma dell'aggressione che minaccia la vita dei civili”, sottolineando la necessità che le forze del generale Khalifa Haftar “tornino da dove sono venute”.

Sui social media, intanto, sono stati diffusi filmati e immagini del velivolo in azione e del fumo nero sollevatosi vicino agli aerei civili. L’aviazione dell’Lna ha dichiarato sabato 6 aprile la Libia occidentale “area di operazione militare”, dove nessun velivolo da guerra o aereo può volare. “Ogni velivolo sarà considerato un bersaglio ostile e l’aeroporto da cui è decollato sarà immediatamente colpito”, si legge nella dichiarazione, in cui veniva annunciata la no-fly zone. Abdel Salam al Hasi, capo delle operazioni nella Libia occidentale presso l’Lna, aveva detto all’emittente “Al Hadath” che le operazioni militari avrebbero colpito anche “le basi aeree” del governo di accordo nazionale, ovvero Mitiga ma anche Misurata, dove peraltro l’Italia è presente con un ospedale da campo situato proprio nella base area della città-Stato della Libia occidentale. Secondo il generale Al Manfour, comandante dell’aviazione militare dell’Lna, i caccia fedeli al generale Haftar “sono stati costretti” a colpire l’aeroporto di Mitiga “perché questo è l’unico linguaggio che comprendono le milizie criminali”. L’alto ufficiale ha spiegato che gli aerei da guerra hanno sempre evitato di bombardare le postazioni militari a Mitiga, “ma i crimini delle milizie ci hanno costretto ad usare l’unico linguaggio che sono in grado di comprendere”. Secondo Al Manfour, l’aviazione di Haftar è perfettamente in grado di “mettere completamente fuori servizio la Base aerea di Mitiga o qualsiasi altra base, ma non lo sta facendo su ordine stesso del comandante supremo per tutelare l'interesse dei civili, dopo che le milizie hanno distrutto l’Aeroporto internazionale di Tripoli nel 2014”.

Sono ripresi questa mattina gli scontri nella zona della strada Wadi Rabia, nella parte sud della capitale libica, tra le brigate di Difesa di Tripoli e le forze del generale Haftar. Secondo quanto riferisce il sito informativo “Libya Panorama”, dopo uno stop registrato in nottata sono ripresi questa mattina i combattimenti in quella che sembra essere la direttrice principale seguita dalle forze dell’uomo forte della Cirenaica per arrivare nel centro della capitale. Secondo quanto riferiscono testimoni ad “Agenzia Nova”, sono ripresi gli scontri nella tarda mattina nella zona di Wadi al Rabia, mentre le forze fedeli al premier Sarraj hanno mantenuto la loro posizione nelle zone di Qasr Bin Ghashir e Khala al Farjan dove si è combattuto ieri. Il bilancio ufficiale delle vittime da giovedì ad oggi dato al ministero della Sanità del governo di Accordo nazionale libico resta di 32 morti. Da parte delle truppe di Haftar invece si parla 14 dei propri uomini uccisi in battaglia. Non è chiaro se il conteggio fornito dalle autorità di Tripoli contenga o meno le perdite dell’autoproclamato dell'Lna. Entrambe le parti infatti, le brigate di Difesa di Tripoli e le forze di Khalifa Haftar, non hanno risposto all’appello della missione Onu che il 7 aprile chiedeva una tregua di due ore per evacuare i civili. In qualsiasi momento quindi potrebbero riprendere con intensità gli scontri, come nei giorni sorsi.

Intanto sono almeno 2.800 le persone sfollate a causa degli scontri armati in corso nella capitale libica Tripoli. Secondo il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Libia, Maria Ribeiro, i combattimenti hanno bloccato l’erogazione dei servizi di energia elettrica e acqua potabile. Inoltre per la Ribeiro, la situazione sta aumentare “ulteriormente la situazione di miseria in cui versano i rifugiati e i migranti arbitrariamente detenuti nei centri presenti nelle aeree di conflitto”. La coordinatrice umanitaria ha ricordato a tutte le parti i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario per garantire la sicurezza di tutti i civili e le infrastrutture, comprese scuole, ospedali e servizi pubblici, e per consentire aiuti umanitari senza ostacoli e sostenuti accesso a tutte le aree interessate. “Le Nazioni Unite continuano a chiedere una tregua umanitaria temporanea per consentire la fornitura di servizi di emergenza e il passaggio volontario di civili, compresi quelli feriti, da aree di conflitto”, si legge nella nota.

Sul fronte politico interno vanno registrate le dimissioni del membro del Consiglio presidenziale libico di Tripoli, Ali al Qatrani, personalità da sempre considerata vicina alle istanze della Cirenaica. In un comunicato, il politico ha accusato il premier libico Sarraj di prendere le decisioni da solo senza coinvolgere gli altri membri del Consiglio. “Il comportamento di Sarraj che dà spazio alle milizie non porterà che altra sofferenza alla Libia e divisione”. Nello stesso tempo al Qatrani ha lodato l’offensiva condotta dalle forze di Haftar su Tripoli. Sostegno all’operazione dell’Lna è arrivata anche da presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh. “Le operazioni a Tripoli rispettano la Costituzione e colpiscono le milizie”, ha detto il presidente del parlamento libico dal Cairo, dove oggi ha incontrato il segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul-Gheit. Il presidente del parlamento di Tobruk non ha escluso la via del dialogo. “Sono aperte le porte alla riconciliazione nei confronti delle milizie”, ha concluso. Ieri, invece, l’ex capo delle Guardie petrolifere della Mezzaluna petrolifera libica, Ibrahim al Jadhran, su cui pesa un mandato di cattura della procura di Tripoli, aveva annunciato il suo sostegno alle forze del governo di accordo nazionale. In un comunicato Al Jadhran ha definito le forze di Haftar “ciò che resta del passato regime insieme a trafficanti di droga e ribelli sudanesi e ciadiani il cui obiettivo è combattere il popolo libico e far abortire la rivoluzione”.

Quanto alle reazioni internazionali, l'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini, ha invitato l’Europa ad essere unita nel chiedere una tregua umanitaria in Libia e il ritorno ai negoziati politici. "Inizieremo da un punto che non è formalmente in agenda, ma penso che non possiamo evitare di discutere con i ministri della situazione in Libia", ha detto oggi Mogherini, entrando ai lavori del Consiglio Affari esteri a Lussemburg. Mogherini. L’Alto rappresentante ha inoltre spiegato di aver parlato questa mattina con l'inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé. "Penso che il primo messaggio che dobbiamo far passare in maniera unitaria è la piena realizzazione di una tregua umanitaria per permettere alla popolazione civile e ai feriti di essere evacuati dalla città, evitare ogni altra azione ed escalation militare e ritornare alle negoziazioni politiche e al percorso politico. Penso che gli europei debbano essere uniti in questo messaggio oggi, così come lo siamo stati nei lavori del G7, nel Consiglio di sicurezza dell'Onu e, nei giorni precedenti, nel nostro lavoro con la Lega araba, con l'Unione africana e con l'Onu", ha aggiunto Mogherini.

La Russia è tornata a ribadire che in Libia bisogna evitare a tutti i costi uno spargimento di sangue. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, nel corso di un briefing con la stampa. A Peskov è stato chiesto durante il briefing se Mosca è in contatto con il generale Haftar, e se è pronta a svolgere il ruolo di mediatore per risolvere la crisi libica. “Sfrutteremo, ovviamente, tutte le opportunità che ci si presenteranno per spingere tutte le parti ad abbandonare qualsiasi azione che possa provocare sanguinose battaglie e morti civili", ha detto Peskov. Il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, ha detto da parte sua che Mosca è in costante contatto con tutte le parti coinvolte nel conflitto in Libia, e anche con le Nazioni Unite. “Stiamo lavorando a stretto contatto con il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé. Abbiamo anche un collegamento diretto con tutte le parti coinvolte nel conflitto, a cui abbiamo ribadito più volte la necessità di una risoluzione di tipo politico”, ha detto Bogdanov, aggiungendo di aver parlato al telefono con il vicepremier del governo di accordo nazionale libico, Ahmed Maiteeq, lo scorso 6 aprile. “Mi ha chiamato l’altro ieri, prima di arrivare ad Amman”, ha detto il viceministro.

Per comprendere meglio l’intricata situazione libica, “Agenzia Nova” ha contattato Michela Mercuri, docente di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata, e Umberto Profazio, analista presso il Nato Defence College Foundation e l’International Institute for Strategic Studies. Secondo la Mercuri, la presenza di un ospedale da campo con militari e medici dell'Italia nella città-Stato libica di Misurata può essere “di grande utilità” nell’attuale contesto degli scontri armati in Tripolitania. “L’Italia è a Misurata già da qualche anno. E’ una città abbastanza controllata e in questo momento non vedo ancora un’emergenza per poter far ritirare il nostro contingente militare in loco”, ha spiegato l’analista. Fonti vicine alla Difesa hanno “negato categoricamente” le notizie sul presunto avvio del ritiro dei militari italiani da Misurata, diffuse su alcuni profili Twitter e sulla stampa locale. “I nostri militari continuano a operare”, riferiscono le fonti ad “Agenzia Nova”. “Il nostro ospedale da campo - ha detto ancora la Mercuri - in questa occasione è di grande utilità per le milizie di Misurata. Ricordiamo che la missione era partita per curare i miliziani di Misurata nella lotta contro lo Stato islamico a Sirte. In questo caso avrebbe un’utilità di maggiore supporto anche in termini di condizioni attuali”.

Profazio, invece, ritiene che l’Italia debba riconsiderare la sua presenza a Misurata, in particolare dopo il ritiro degli Stati Uniti. “Già nei mesi scorsi, tra dicembre e gennaio, alcune fazioni dell’Lna stavano cercando si sfondare a Sirte. Già allora si pensava che l’ospedale da campo di Misurata con la presenza di militari italiani fosse a rischio. Oggi lo è a maggior ragione a seguito dell’evacuazione delle forze speciali statunitensi: se lo hanno fatto loro, credo che gli italiani debbano tenere in considerazione questa mossa che è stata decisa da Washington”, ha spiegato l’analista. Ieri, 7 aprile, il comando statunitense in Africa (Africom) ha annunciato il temporaneo trasferimento dei suoi uomini per ragioni di sicurezza. L’Italia è presente in Libia con la missione di assistenza e supporto (Miasit), “tesa a fornire assistenza e supporto al governo di accordo nazionale libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dall’Operazione Ippocrate e di alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro”, secondo quanto si legge sul sito internet del ministero della Difesa. “La missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018, ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite”.

Secondo la Mercuri, inoltre, gli Stati Uniti hanno perso fiducia nel ruolo dell’Italia nella risoluzione della crisi libica. “Durante e prima della Conferenza di Palermo (per la Libia, tenuta nel novembre 2018), gli Usa avevano dato un endorsement importante all’Italia. Durante l’incontro del 28 luglio alla Casa Bianca, (il presidente Donald) Trump aveva detto al premier (Giuseppe) Conte che l’Italia avrebbe avuto mano libera, offrendo una grande fiducia che però poi abbiamo perso sia per gli accordi con la Cina sulla Via della Seta, sia per la nostra posizione ambigua con (il presidente della Federazione russa, Vladimir) Putin e nei confronti di (Nicolas) Maduro (il capo dello Stato venezuelano)”. Gli Stati Uniti, secondo la docente, si stanno distaccando da questa convergenza “che potrebbe anche non esserci più anche per un altro motivo: Washington è alleata di Riad, con cui ha dei rapporti economici strettissimi. Ora i sauditi sostengono Haftar. Se Trump dovesse mettere sull’ago della bilancia gli interessi italiani e quelli sauditi, la bilancia penderebbe più verso i sauditi e verso Haftar”, ha spiegato la Mercuri. A detta di Profazio, gli Stati Uniti hanno inviato dei segnali che non sono stati colti appieno. “L’incidente di febbraio, con l’attacco aereo a Ubari (nel sud della Libia) rivendicato dal Consiglio presidenziale come un’azione congiunta con gli Stati Uniti, ma poi smentita dall’Africom (il Comando Usa per l’Africa, che proprio ieri ha annunciato il ritiro dei suoi uomini dal teatro libico), ha fatto capire come ci sia stato un tentativo di spostare gli equilibri verso Haftar, che in quel periodo stavo prendendo possesso della Libia meridionale”, ha spiegato l'analista.

Secondo quanto riferito dalla stampa internazionale, la Francia ha fatto sapere di non essere a conoscenza delle intenzioni di Haftar di lanciare un’offensiva militare verso Tripoli e di non avere "alcuna agenda nascosta" sull'argomento. “La Francia sicuramente era al corrente delle intenzioni di Haftar di allargarsi anche verso Tripoli. Presumibilmente era convinta che Haftar avrebbe condotto un modus agendi politico e non militare, accordandosi con tribù e milizie lungo la strada verso Tripoli. Probabilmente la situazione è sfuggita di mano anche alla Francia”, ha detto la Mercuri. “Haftar aveva detto di volere la pacificazione della Libia e per questo era stato accolto con favore da alcune milizie di una parte dell’area di Tripoli. Se Haftar continuerà a spargere sangue - ha detto l’analista - perderebbe il consenso degli attori locali e la Francia rischia di perdere un alleato”. Secondo Profazio, inoltre, i legami tra la Francia e il generale Khalifa Haftar “sono conclamati”. “Tutti sono concordi nell'affermare che la Francia ha avuto le sue responsabilità nell'attuale offensiva, con un’azione di appoggio nei confronti di Haftar che dura sin dall’inizio della presidenza di Emmanuel Macron, ma probabilmente anche da prima, quando l’attuale ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian era a capo del ministero della Difesa”, ha detto Profazio. Tre membri delle forze speciali francesi sono rimasti uccisi nel luglio 2016 nell’abbattimento di un elicottero in dotazione all’Esercito nazionale libico (Lna) vicino Agedabia, azione rivendicata dalla milizia islamista denominata Brigata per la difesa di Bengasi. “I legami tra Francia e Haftar sono conclamati, a questo punto bisogna vedere la reazione delle altre potenze”, ha detto Profazio.

Secondo la Mercuri, “altri attori regionali, ossia Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, hanno finanziato e stanno finanziando Haftar, pur avendo siglato dichiarazione di condanna, e stanno continuano ad offrire sostegno. Solo con l’intercessione dei sauditi e degli emiratini, cosa che al momento non vedo all’orizzonte, Haftar potrebbe rivedere questa sua avanzata per fermarsi e cercare un accordo”. L’intervento delle potenze del Golfo, secondo Profazio, è stato “determinante” per l’offensiva lanciata a Tripoli. L’incontro di Abu Dhabi tenuto il 27 febbraio tra il premier del governo di accordo nazionale Sarraj e Haftar “è abbastanza rivelatore - ha detto ancora Profazio - dell’opacità degli accordi che sarebbero stati fatti, in quanto non vi è stato alcun comunicato stampa, né risultato, neanche una foto”. Questo, secondo l’analista, “fa capire come l’intervento di alcune potenze del Golfo, in realtà, più che favorire la trasparenza e quindi la democratizzazione del paese, abbia portato a risultati del tutto opposti”. Anche l’incontro avvenuto il 27 marzo a Riad tra Haftar con il re saudita Salman e con il principe Mohamed bin Salman, secondo Profazio, “rientra in questa azione delle potenze del Golfo, che probabilmente hanno avuto come effetto l’offensiva di questi giorni a Tripoli”.

A questo punto, la conferenza nazionale libica in programma il 14 e 16 aprile nella località di Ghadames, nella Libia occidentale, sembra in forte dubbio. Secondo Mercuri, l’offensiva militare su Tripoli potrebbe far saltare il tavolo. “Molto dipenderà da quello che accadrà nei giorni che precederanno la conferenza fino al 12 aprile. Se si riuscirà a trovar una minima mediazione tra gli attori forti, tra Misurata guidata da Ahmed Maiteeq e il generale Haftar, Gahdames potrebbe essere un momento di pacificazione ufficiale”, ha detto la docente italiana. “Se nei giorni antecedenti alla conferenza non si riuscirà a trovare un accordo anche minimo, la conferenza non avrà alcun valore e non credo che si svolgerà. Le parti rischiano di entrare in una guerra civile con una guerra a bassa intensità destinata a durare continuare a lungo”, ha aggiunto la Mercuri. Secondo Profazio, infine, la conferenza “non ha alcun senso” in questo momento. L’intenzione dell’inviato Onu in Libia, Ghassam Salamé è replicare la riunione delle tribù libiche che nel 1951 portò all’indipendenza della Libia sotto Re Idris I. “In questo preciso momento non ha alcun senso tenere una conferenza di questo tipo. Questo aumenta i dubbi sull’azione dell’inviato Onu Salamé. Con i combattimenti ancora in corso, tenere una conferenza di riconciliazione nazionale come quella preparata nel corso degli ultimi mesi sinceramene non ha particolarmente senso. A meno che non vi sia qualcosa di già stabilito in anticipo, come speculato da fonti libiche nei mesi scorsi, di cui nessuno al momento però nessuno è al corrente, nemmeno i partecipanti invitati alla conferenza”, ha detto Profazio.

La situazione in Libia è ora “imprevedibile” anche perché le posizioni di due attori chiave come le città-Stato di Zintan e Misurata sono difficilmente inquadrabili. “Sappiamo - ha proseguito ancora Profazio - che ci sono alcune forze dentro Zintan che appoggiamo fortemente il Governo di accordo nazionale, tra queste sicuramente le Forze delle operazioni speciali di Emad Trabelsi. D’altra parte il Consiglio militare rivoluzionario di Zintan è considerato vicino ad Haftar. Lo stesso Trabelsi era considerato vicino ad Haftar, fino a quando la battaglia di Tripoli di agosto-settembre ha favorito la sua entrata nella capitale. Stiamo parlando di milizie che cambiano bandiera continuamente e in base agli sviluppi sul terreno”, ha aggiunto l’analista, sottolineando che lo stesso discorso di Zintan vale anche per Misurata. “Alcune fazioni vogliono appoggiare il governo di accordo nazionale, mentre altre vogliono invece sostenere (l’ex premier Khalifa) Ghweil. Il ministro dell’Interno (Fathi) Bahsaga (originario proprio di Misurata) qualche settimana fa aveva fatto un’importante apertura verso Haftar, dando il benvenuto alle operazioni nel sud della Libia come necessarie dal punto di vista nazionale nel rimuovere le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici. Questo fa capire come anche dentro Misurata ci siano divisioni”, ha concluso Profazio. (Lit)
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