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Iraq: risultato elezioni apre a un governo di larghe intese, ma le divisioni restano

Baghdad , 18 mag 2018 17:40 - (Agenzia Nova) - A quasi una settimana dalle elezioni politiche tenute in Iraq il 12 maggio, è ancora incerto l’esito del voto. I risultati ufficiali devono essere ancora pubblicati dalla Commissione elettorale irachene: probabilmente, i dati potrebbero essere annunciati nella serata di oggi. In base ai risultati preliminari, resi noti nella serata del 13 maggio, è sorprendentemente in testa la coalizione antisistema al Sairoon (“In marcia insieme”), guidata dal leader politico e religioso sciita Moqtada al Sadr. Eterogeneo connubio tra l’organizzazione di Al Sadr, il Partito comunista iracheno e alcune formazioni liberaldemocratiche, al Sairoon si è affermata a sorpresa come primo partito con un programma fondato sulla lotta alla corruzione e al settarismo. Tuttavia, avendo ottenuto 1,3 milioni di voti e 54 seggi sui 328 che compongono il parlamento iracheno, al Sairoon dovrà necessariamente formare una coalizione con altri partiti al fine di ottenere la maggioranza che esprimerà il nuovo governo di Baghdad. Tale sviluppo era stato ampiamente previsto, diversamente dall’affermazione di Al Sadr.

Il leader politico-religioso sciita si è immediatamente detto disponibile a formare un governo di larghe intese, avviando i colloqui con le altre forze politiche irachene. Tuttavia, proprio le tradizionali divisioni etniche e religiose, che tutti i partiti iracheni hanno dichiarato di voler combattere alla vigilia del voto, potrebbero ostacolare notevolmente la formazione del nuovo governo. A tali difficoltà, si uniscono i contrasti, a volte anche personali, all’interno delle diverse coalizioni che si sono candidate alle elezioni del 12 maggio. Appare, dunque, particolarmente arduo il cammino di Al Sadr verso la composizione del nuovo esecutivo di Baghdad, tanto da poter affermare che “non c’è nessun vincitore alle elezioni” per il rinnovo del parlamento iracheno, che esprimerà poi il governo: è quanto afferma Ali Rahim al Lami, analista dell’emittente televisiva irachena “Aletejah Tv”, interpellato da “Agenzia Nova”. Dopo il voto del 12 maggio, sarà necessario formare una grande coalizione, sottolinea l’analista di “Aletejah Tv”.

Tra le ipotesi, vi è l’alleanza le due principali coalizioni sciite: Nasr (“Vittoria”), guidata dal primo ministro uscente Haider al Abadi, e Fatah (“Conquista”) di Hadi al Amiri. Già parte della Nasr di Abadi, Fatah ne è uscita a gennaio scorso per contrasti tra Amiri e il premier iracheno sulla composizione della coalizione. Più che nella rivendicazione della sua indipendenza, la rilevanza di Fatah risiede nel fatto che questa raggruppa la gran parte dei combattenti delle Unità della Mobilitazione popolare (Pmu), milizie irachene a maggioranza sciita appoggiate dall'Iran. Oltre che dai precedenti contrasti, un’alleanza tra Nasr e Fatah appare ostacolata da questioni di politica estera. Mentre Abadi ha impostato il suo mandato, iniziato nel 2014, su un’abile “equivicinanza” a Stati Uniti e Iran, Amiri è noto per le sue posizioni marcatamente filoiraniane, cui corrisponde un deciso appoggio da parte della Repubblica islamica.

Una sintesi tra Nasr e Fatah potrebbe essere trovata nella candidatura a primo ministro di Tariq Najm al Abdullah, esponente di al Dawa o Partito islamico dell’appello, formazione di ispirazione religiosa e conservatrice, storicamente vicina all’Iran, attualmente guidata da Abadi. Abdullah permetterebbe, infatti, di soddisfare le aspettative di cambiamento espresse dal popolo iracheno alla vigilia del voto del 12 maggio e con la vittoria di Al Sadr. Difficilmente, verrebbe accettato un nuovo mandato di Abadi o il suo avvicendamento con Amiri, considerato espressione della classe dirigente tradizionale.

Per quanto riguarda Al Sadr, questi potrebbe essere proposto come primo ministro da Al Sairoon, ma gli altri partiti e coalizioni si opporrebbero alla candidatura del leader politico e religioso sciita, riferisce Al Lami a “Nova”. Non sorprende, quindi, che lo stesso Al Sadr si sia immediatamente pronunciato a favore di un governo di larghe intese e abbia avviato i colloqui con i suoi avversari politici. Il portavoce dell’organizzazione di Al Sadr, Salah al Obeidi, ha fatto sapere che il leader sciita intende formare un governo “privo di corrotti”, inclusivo e non settario, con la partecipazione anche dei curdi. Il candidato di al Sairoon a primo ministro potrebbe essere Ali Dawai, attuale governatore di Maysan, in Iraq sud-orientale. In questa provincia, Al Sairoon è risultata nettamente in testa 133.959 preferenze. Al Sadr si è detto anche disponibile ad allearsi con la coalizione sciita Hikma (“Saggezza”) di Ammar al Hakim, che ha incontrato ieri, 17 maggio a Baghdad.

Al termine di un lungo colloquio, Al Hakim ha dichiarato che un'alleanza tra al Sairoon e Hikma è possibile. "Vogliamo superare le barriere settarie e dare vita ad un governo nazionale, le nostre porte sono aperte a tutte le forze politiche", ha aggiunto il leader di Hikma. A sua volta, in una conferenza stampa al termine dell’incontro con Al Hakim, Al Sadr si è proclamato vincitore delle elezioni del 12 maggio e ha definito il suo successo “una grande rivoluzione”. Al Sairoon, ha ribadito il leader sciita iracheno, formerà un governo tecnico con altre coalizioni e partiti dell’Iraq, “andrà avanti con le riforme e non si fermerà”. Infine, il leader di al Sairoon ha dichiarato che “la salvezza dell’Iraq” è il suo dovere.

Tra i possibili alleati di governo di al Sairoon vi sarebbe anche la coalizione sunnita al Wataniya o Coalizione nazionale, guidata dal laico Ayad Allawi, presidente del governo provvisorio iracheno nel 2003, primo ministro dal 2004 al 2006 e vicepresidente della Repubblica dal 2014. Oltre ai sostenitori di Allawi, al Wataniya comprende i seguaci di Salim al Jubouri, attualmente presidente della Camera dei rappresentanti di Baghdad, e il Fronte iracheno per il dialogo nazionale di Saleh al Mutlaq. Al Sadr esclude, invece, ogni intesa con la coalizione sciita Dawlat al Qanun (“Stato di diritto”) del vicepresidente della Repubblica irachena, Nuri al Maliki, già primo ministro dal 2006 al 2014. Questi è uno storico avversario di Abadi, da cui è stato sostituito alla guida di al Dawa nel 2014. Il contrasto tra Maliki e Abadi è un esempio delle divisioni intra-partitiche che caratterizzano il sistema politico iracheno e che si sommano alle tradizionali fratture religiose ed etniche. In particolare, Maliki, che è di confessione sciita, è stato accusato di settarismo e criticato per la sua vicinanza all’Iran, che secondo i critici costituirebbe una minaccia all’indipendenza dell’Iraq.

La vittoria di Sairoon è destinata a riflettersi anche sulle relazioni internazionali dell’Iraq e su equilibri regionali critici a causa del confronto sempre più teso tra Stati Uniti e Iran, i principali alleati di Baghdad. A differenza di Abadi, che ha tentato con successo di mantenere relazioni positive sia con Washington sia con Teheran, Al Sadr ha osteggiato tanto gli Usa quanto la Repubblica islamica. Il leader religioso sciita iracheno ha spesso criticato l’Iran, accusandolo di ingerenza negli affari dell’Iraq. In tale contesto, assume particolare significato la visita compiuta nell’agosto del 2017 da Al Sadr in Arabia Saudita, storico alleato degli Stati Uniti e principale antagonista dell’Iran in Medio Oriente. Altrettanto significativo appare l’incontro tra il generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Qods delle Guardie della Rivoluzione islamica iraniane, e Al Sadr avvenuto a Baghdad il 16 maggio scorso. A Teheran vi è infatti preoccupazione per le possibili conseguenze delle elezioni irachene, in particolare perché Al Sadr, che ha affermato di non voler ricoprire alcun incarico di governo, ha escluso da un’ipotetica alleanza con al Sairoon le coalizioni sciite più vicine all’Iran, Fatah e Dawlat al Qanun.

L’incertezza legata all’esito del voto del 12 maggio non soltanto preoccupa l’Iran, ma è anche causa di tensione all’interno dell’Iraq. A Kirkuk, la minoranza turcomanna sta protestando dal 14 maggio proteste contro i risultati preliminari delle elezioni, che danno il partito curdo Unione patriottica del Kurdistan (Puk) in testa con 184.300 voti. I risultati, affermano i turcomanni, sarebbero stati contraffatti al fine di assegnare la vittoria al Puk, manipolando il sistema di voto elettronico utilizzato per la prima volta in Iraq. Pertanto, la minoranza turcomanna di Kirkuk ha chiesto un riconteggio manuale dei voti. Nella serata del 14 maggio, la mobilitazione dei turcomanni è degenerata in violenze e i reparti antiterrorismo delle forze di sicurezza irachene hanno aperto il fuoco sui dimostranti. Tre turcomanni sono rimasti feriti. Oggi, una cinquantina di abitanti di Kirkuk di etnia turcomanna hanno avviato uno sciopero della fame a oltranza per protestare contro i risultati preliminari delle elezioni legislative. Da parte sua, la Commissione elettorale di Baghdad ha negato ogni sospetto di brogli, facendo appello alle forze di sicurezza irachene affinché mantengano l’ordine a Kirkuk, dove la situazione è ancora tesa. A fronte delle aspettative di rinnovamento e unità nazionale espresse dai partiti e dall’elettorato dell’Iraq prima del voto del 12 maggio, la situazione nel paese appare mantenere la sua storica complessità in attesa dei risultati definitivi delle elezioni e dei prossimi sviluppi interni e internazionali. (Irb)
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