COREA DEL SUD-GIAPPONE

 
 

Corea del Sud-Giappone: Moon, "indesiderabile" vendita forzosa asset giapponesi

Seul, 19 gen 05:58 - (Agenzia Nova) - Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, ha commentato ieri, 18 gennaio, le tensioni diplomatiche tra Giappone e Corea del Sud originate da una sentenza della magistratura sudcoreana che impone il risarcimento delle "comfort women" da parte di Tokyo. Il presidente ha dichiarato che la possibile vendita forzosa di asset giapponesi nel Paese, conseguenza del rifiuto di Tokyo di recepire la sentenza, costituirebbe uno sviluppo "indesiderabile" per le relazioni bilaterali. Tale possibilità è già sul tavolo per una precedente causa giudiziaria, che ha chiamato in causa alcune aziende giapponesi per le pratiche di lavoro forzato durante la Seconda guerra mondiale. Uno dei querelanti ha già presentato un ricorso per ottenere il risarcimento tramite il sequestro coatto di asset delle aziende in Corea del Sud. Durante la conferenza stampa di inizio anno, Moon si è detto "un po' perplesso" dalla sentenza sulle comfort women dello scorso 8 gennaio, evidenziando che il pronunciamento complica ulteriormente gli sforzi di ricomposizione della frattura diplomatica tra i due vicini asiatici. Moon ha anche preso atto che l'accordo firmato dai due paesi nel 2015 proprio per archiviare la disputa relativa alle comfort women ha il carattere di "atto ufficiale tra i due governi". Era stato però proprio Moon a mettere in discussione tali accordi, avviando dopo la sua elezione una procedura di revisione.

Il nuovo ambasciatore della Corea del Sud in Giappone, Kang Chang-il, ha esortato ha esplorare "soluzioni politiche" alle dispute che hanno fatto precipitare le relazioni diplomatiche al loro punto più basso da decenni a questa parte. Lo riferisce l'agenzia di stampa "Kyodo", che ha riportato le dichiarazioni rese dall'ambasciatore ai media dei due Paesi prima di imbarcarsi alla volta del Giappone. Kang ha dichiarato che lo stato attuale delle relazioni tra Giappone e Corea del Sud è il "peggiore" dal 1965, anno di istituzione delle relazioni post-belliche tra i due vicini asiatici. L'ex parlamentare ha affermato di voler fare tutto il possibile per contribuire a stabilire relazioni "orientate al futuro"; Kang ha anche espresso a nome del presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, la volontà di Seul di contribuire al successo delle Olimpiadi estive di Tokyo, rinviate lo scorso anno a causa della pandemia di coronavirus.

Il governo del Giappone sta contemplando "varie opzioni" in risposta alla recente sentenza di una corte giudiziaria sudcoreana che ha condannato Tokyo al risarcimento delle "comfort women", le donne vittima di schiavitù sessuale durante l'occupazione della Penisola coreana da parte del Giappone imperiale. Lo ha dichiarato il 13 gennaio il portavoce del ministero degli Esteri giapponese, Tomoyuki Yoshida, precisando che Tokyo intende agire "risolutamente": "Il Giappone sollecita la Corea del Sud ad assumere azioni appropriate per correggere la sua violazione del diritto internazionale", ha dichiarato Yoshida. Secondo l'agenzia di stampa giapponese "Kyodo", funzionari dei ministeri degli Esteri dei due Paesi terranno discussioni in videoconferenza già alla fine di questa settimana, nel tentativo di alimentare un confronto in merito alla sentenza emessa ai danni di Tokyo lo scorso venerdì, 8 gennaio. Alcuni parlamentari del Partito liberaldemocratico - la principale formazione politica conservatrice della maggioranza di governo giapponese - hanno sollecitato l'esecutivo ad assumere iniziative determinate nei confronti di Seul, inclusa una citazione presso la Corte internazionale di giustizia dell'Aia o il trattenimento a Tokyo del nuovo ambasciatore giapponese a Seul, Koichi Aiboshi.

La Corte distrettuale di Seul, che questo mese ha condannato il Giappone al risarcimento delle "comfort women", ha avvertito l'11 gennaio che confermerà la sentenza in via definitiva, in assenza di formali ricorsi da parte di Tokyo entro due settimane. Lo scorso 8 gennaio la corte ha emesso una sentenza di condanna nei confronti del Giappone in merito alla disputa storica sulle "comfort women", le donne costrette alla schiavitù sessuale durante l'occupazione militare della Penisola coreana da parte delle forze imperiali giapponesi, nei primi decenni del Novecento. La nuova sentenza contempla il pagamento di un risarcimento di 100 milioni di won (circa 91mila dollari) a ciascuna donna sudcoreana ancora vivente costretta alla schiavitù sessuale durante la Seconda guerra mondiale. La sentenza è parte di una causa intentata da un gruppo di 12 ex "comfort women", alcune delle quali sono frattanto decedute; il pronunciamento della corte aggrava ulteriormente la crisi diplomatica in atto tra la Corea del Sud e il Giappone, secondo cui le "comfort women" fornirono le loro prestazioni a pagamento e non sotto coercizione. Tokyo sostiene anche che le dispute relative al trascorso coloniale e bellico tra i due paesi siano state risolte dal trattato bilaterale del 1965, che prevedeva un risarcimento per i danni causati dal Giappone alla Corea del Sud a chiusura di ogni contenzioso tra i due paesi.

Il governo del Giappone ha reagito alla sentenza presentando una protesta formale all'indirizzo della Corea del Sud. La sentenza e la reazione del Giappone deteriorano ulteriormente le relazioni tra i due paesi asiatici, già minate da dispute relative al commercio e allo sfruttamento del lavoro durante la Seconda guerra mondiale. Takeo Akiba, alto funzionario del ministero degli Esteri giapponese ha convocato l'ambasciatore sudcoreano a Tokyo, Nam Gwan-pyo, per presentare la protesta, ed ha definito "del tutto inaccettabile" la sentenza della magistratura sudcoreana. Secondo Akita, che si è fatto portavoce ufficiale del governo giapponese, è "estremamente riprovevole" che la magistratura sudcoreana abbia emesso una sentenza in violazione del principio di immunità sovrana, un concetto del diritto internazionale che sottrae gli Stati alla giurisdizione delle corti di Paesi terzi. Il portavoce del governo giapponese, Katsunobu Kato, ha dichiarato oggi che il Giappone intende ignorare la sentenza e non presentare alcun ricorso, perché così facendo accetterebbe di porsi al di sotto della giurisdizione sudcoreana.

Le relazioni tra Tokyo e Seul sono bruscamente peggiorate nel 2019, dopo la decisione del governo sudcoreano di riaprire una serie di dispute di carattere storico, e dopo le sentenze della Corte Suprema sudcoreana che ha imposto risarcimenti ad aziende giapponesi per le pratiche di lavoro forzato durante la Seconda guerra mondiale. Il governo del Giappone ha ulteriormente intensificato la crisi alla fine di luglio 2019, varando dazi alle esportazioni tecnologiche verso il Paese vicino, e poi privando Seul dello status di partner commerciale privilegiato. Tale status, concesso alla Corea del Sud e a una “lista bianca” di altri paesi, consente loro di godere di restrizioni minime per l’acquisto dal Giappone di componenti elettroniche ed altre merci potenzialmente utilizzabili per applicazioni militari.

Le esportazioni di prodotti “dual use” verso Paesi che non figurano nella lista dei 26 partner commerciali privilegiati devono ricevere approvazione caso per caso dal ministero dell’Economia giapponese. “Questa è una decisione domestica tesa ad attuare gli appropriati controlli alle esportazioni. Non mira a influire sulle relazioni tra Giappone e Corea del Sud”, ha affermato il mese scorso il ministro dell’Economia, Hiroshige Seko. La Corea del Sud ha però risposto a tale misura intraprendendo misure ritorsive analoghe, e rescindendo l’accordo per la condivisione dell’intelligence militare con il Giappone.

A settembre 2019 il governo della Corea del Sud ha revocato a sua volta lo status di partner commerciale favorito concesso al Giappone, dopo aver spostato la crisi sul piano della sicurezza, con l’uscita dall’accordo di condivisione dell’intelligence militare (Gsomia). Una nota del ministero del Commercio, dell’industria e dell’energia sudcoreano sottolinea che a seguito della revoca dello status, il Giappone verrà sottoposto ad alcune limitazioni nell’importazione di materiali strategici dalla Corea del Sud. “Il governo si assicurerà che le aziende sudcoreane sperimentino un impatto minimo per effetto della revoca”, puntualizza la nota del ministero.

Il governo della Corea del Sud ha accettato alla fine del 2019 di sospendere la propria uscita dall’accordo per la condivisione dell’intelligence militare con il Giappone (Gsomia). L’annuncio è giunto al termine di ben 11 ore di negoziati a porte chiuse tra i governi di Giappone e Corea del Sud. “Il nostro governo ha deciso di sospendere la scadenza (dell’accordo), a condizione di poterlo terminare in qualunque momento. Il Giappone ha espresso la propria comprensione”, ha dichiarato il funzionario sudcoreano. Giappone e Stati Uniti avevano sollecitato Seul per settimane a rivedere la decisione e tenere in vita l’accordo, sottoscritto dai due vicini asiatici nel 2016, e giudicato essenziale da Washington per contenere la minaccia balistica e nucleare della Corea del Nord, e l’aumento della presenza militare cinese nella regione dell’Asia-Pacifico. (Git)
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