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Usa: la resa di Trump e le nomine di Biden indicano forse un tentativo di pacificazione?

Usa: la resa di Trump e le nomine di Biden indicano forse un tentativo di pacificazione?
New York, 27 nov 2020 17:36 - (Agenzia Nova) - In occasione delle celebrazioni per il Giorno del ringraziamento, ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha preso per la prima volta in considerazione la possibilità di lasciare la Casa Bianca il prossimo 20 gennaio. Lo farà, ha precisato ai giornalisti invitati al tradizionale discorso alle forze armate, se la sua sconfitta alle elezioni dello scorso 3 novembre verrà certificata dal Collegio elettorale, chiamato a riunirsi il prossimo 14 dicembre. I grandi elettori “commetteranno un errore” se voteranno in maggioranza per il democratico Joe Biden, ha aggiunto Trump, ma la loro decisione chiuderà un contenzioso che rischia di provocare una paralisi istituzionale con pochi precedenti a Washington. Le parole del presidente statunitense hanno sorpreso numerosi osservatori. In precedenza, Trump si era sempre rifiutato categoricamente di ammettere la sconfitta e aveva denunciato diffusi brogli e irregolarità che avrebbero macchiato il voto del 3 novembre, promuovendo azioni legali in diversi Stati chiave nei quali i media avevano proclamato la vittoria di Biden. Erano giorni, tuttavia, che l’attuale inquilino della Casa Bianca aveva attenuato i toni dello scontro, arrivando all’inizio di questa settimana a concedere l’autorizzazione per lo sblocco dei fondi destinati alla squadra di transizione di Biden.

È notizia di lunedì scorso che, dopo settimane di resistenza, il capo dell’Amministrazione dei servizi generali (Gsa), la fedelissima trumpiana Emily Murphy, ha firmato il documento ufficiale che decreta l’avvio di un graduale trasferimento di poteri tra le due amministrazioni e che permetterà all’ex vice di Barack Obama, tra le altre cose, di avere accesso ai briefing quotidiani d’intelligence destinati al presidente degli Stati Uniti. Biden ha evitato a sua volta di esacerbare le tensioni, nominando nella futura amministrazione figure moderate e ritenute accettabili dal Partito repubblicano e dall’establishment trumpiano. Al momento, infatti, rimangono fuori della Casa Bianca esponenti democratici invisi ai conservatori come i leader progressisti Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, come l’ex consigliera alla Sicurezza nazionale Susan Rice e come l’attivista per i diritti elettorali degli afroamericani Stacey Abrams. Le nomine annunciate finora da Biden sembrano invece riflettere la volontà del futuro presidente di non compiere una totale inversione di tendenza rispetto alle principali linee di politica estera ed economica perseguite dall’amministrazione Trump.

Il prossimo segretario di Stato, Tony Blinken, ha profondi legami con la comunità ebraica – al pari della futura vice presidente Kamala Harris, il cui marito Doug Emhoff è di religione ebraica – e difficilmente accantonerà le politiche particolarmente favorevoli a Israele promosse dagli Stati Uniti negli ultimi quattro anni. Il prossimo consigliere alla Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, è un convinto assertore della necessità di contenere strategicamente la Cina, alla quale attribuisce “inequivocabili” ambizioni di leadership globale. E la prossima segretaria al Tesoro, Janet Yellen, appare una nomina pensata proprio per favorire un consenso tra Repubblicani e Democratici in vista di un nuovo, imponente piano di salvataggio (sostenuto dalla Federal Reserve, di cui la Yellen è stata presidente tra il 2014 e il 2018) volto a tirare gli Stati Uniti fuori dalla crisi provocata dalla pandemia di coronavirus. Un consenso che lo stesso Trump ha cercato invano di promuovere nelle settimane immediatamente antecedenti le elezioni.

Le ultime dichiarazioni di Trump, insomma, sembrano rientrare nel quadro di un più ampio processo di distensione e potrebbero essere dettate da un’intesa ad alti livelli volta a impedire che gli Stati Uniti finiscano in una crisi istituzionale dagli esiti imprevedibili e dalle inevitabili conseguenze negative sul piano geopolitico ed economico. Per questo obiettivo si sono mossi da settimana circoli di potere che hanno influenza sulle élite liberal e conservatrici e che hanno interesse a evitare che Washington abdichi al proprio ruolo di superpotenza globale. È forse in virtù di queste pressioni che i leader del Partito repubblicano, pur attenti a scongiurare strappi con Trump che rischiavano di essere dolorosi dal punto di vista del consenso (le elezioni di questo mese hanno chiarito che la popolarità del presidente in carica tra gli elettori conservatori non è calata, ma è anzi aumentata rispetto a quattro anni fa), hanno gradualmente preso le distanze dalla battaglia legale condotta dal capo della Casa Bianca e dal suo team di legali, capitanato dall’ex procuratore e sindaco di New York Rudy Giuliani, per rimettere in discussione i risultati del voto.

Tutto questo è apparso evidente in particolare in Georgia, Stato nel quale il Partito repubblicano è al potere e ha certificato la vittoria elettorale di Biden anche dopo il riconteggio manuale delle schede. È in Georgia che il Partito repubblicano si giocherà le sue chance di confermarsi forza di maggioranza in Senato per i prossimi due anni: il 5 gennaio prossimo, infatti, i repubblicani Kelly Loeffler e David Perdue saranno protagonisti dei ballottaggi per gli ultimi due seggi rimasti vacanti in Senato. Negli ultimi giorni, attivisti radicali trumpiani hanno avviato una campagna social per invitare gli elettori a non recarsi alle urne a gennaio e a boicottare il ballottaggio, accusando il Partito repubblicano (e con esso i due candidati Loeffler e Perdue) di essere parte della frode che avrebbe sottratto illegalmente a Trump la vittoria alle elezioni di novembre.

In questo frangente è diventato chiaro come le bordate di Trump e Giuliani contro il sistema elettorale rischino di ripercuotersi anche contro gli interessi dei Repubblicani, che qualora vincessero i ballottaggi del mese prossimo potrebbero mettersi nella posizione di influenzare o limitare pesantemente l’agenda di governo dell’amministrazione Biden. Tanto da spingere a intervenire finanche Donald Trump Junior, il figlio maggiore del presidente statunitense. “Vedo molte chiacchiere da parte di gente che dovrebbe essere dalla nostra parte e che invita gli elettori del Partito repubblicano a non votare per Loeffler e Perdue. Tutto questo non ha senso. Ignorate questa gente”, ha scritto su Twitter Trump Jr, considerato una figura con un forte ascendente nella base dei sostenitori del capo della Casa Bianca. Il mutato atteggiamento dei Trump non indica necessariamente che la contestazione dei risultati delle elezioni verrà sospesa o interrotta, ma lascia la sensazione che essa non si spingerà fino a minacciare le fondamenta del sistema democratico nazionale e, in ultima istanza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. (Nys)
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