GIAPPONE-COREA DEL SUD

 
 

Giappone-Corea del Sud: Tokyo non parteciperà al prossimo summit trilaterale

Tokyo, 13 ott 2020 04:48 - (Agenzia Nova) - Il governo del Giappone ha comunicato alla Corea del Sud che il primo ministro, Yoshihide Suga, non prenderà parte al prossimo summit trilaterale con la Cina, in programma a Seul, in considerazione della disputa diplomatica e commerciale relativa allo sfruttamento del lavoro sudcoreano in tempo di guerra. Lo ha riferito ieri, 12 ottobre, una fonte governativa giapponese citata dal quotidiano “Yomiuri”. Il summit trilaterale si tiene quasi ogni anno dal 2008, e il prossimo incontro doveva essere ospitato dalla Corea del Sud. Le relazioni tra Tokyo e Seul si sono progressivamente deteriorate per effetto di una sentenza giudiziaria dell’Alta corte sudcoreana, che ha condannato una azienda giapponese, Nippon Steel, a risarcire cittadini sudcoreani sottoposti a lavoro forzato prima e durante la Seconda guerra mondiale; di fronte al rifiuto di Tokyo di prendere atto della sentenza, la magistratura sudcoreana ha successivamente decretato il sequestro degli asset sudcoreani della compagnia.

Già alla fine del mese scorso, fonti governative giapponesi avevano avvertito che Suga non avrebbe visitato la Corea del Sud in assenza di garanzie credibili riguardo gli asset sequestrati alle aziende giapponesi accusate da Seul di sfruttamento del lavoro in tempo dio guerra. Il funzionario aveva dichiarato che senza la rassicurazione che gli asset delle aziende giapponesi non verranno liquidati, per Suga sarà “impossibile” partecipare al summit trilaterale con Cina e Corea del Sud in programma quest’anno a Seul. Le relazioni tra Giappone e Corea del Sud sono in piena crisi da ottobre 2018, quando l’Alta corte di Seul ha ordinato a Nippon Steel di compensare alcuni sudcoreani di cui avrebbe sfruttato il lavoro tra il 1910 e il 1945, durante l’occupazione coloniale giapponese della Penisola Coreana. Il Giappone afferma che qualunque contenzioso in proposito sia stato risolto dall’accordo bilaterale del 1965, che ha sancito la normalizzazione delle relazioni bilaterali in cambio di aiuti finanziari giapponesi tesi a chiudere “completamente e definitivamente” tutte le controversie relative ai trascorsi storici tra i due paesi.

Il neoeletto Suga ha tenuto la sua prima conversazione telefonica con il presidente sudcoreano Moon Jae-in giovedì, 24 settembre. Durante il colloquio, il premier giapponese ha dichiarato che i due paesi “non possono permettersi di mantenere l’attuale difficile stato delle relazioni bilaterali”. Suga ha aggiunto che Giappone e Corea del Sud dovrebbero cooperare per scongiurare qualunque minaccia da parte della Corea del Nord. Le relazioni tra i due Paesi asiatici, entrambi alleati degli Stati Uniti, si sono deteriorate nell’arco dell’ultimo anno, a causa della riemersione delle storiche dispute connesse al trascorso coloniale e bellico dei due paesi, e alla conseguente imposizione di reciproche restrizioni commerciali. “La cooperazione tra Giappone e Corea del Sud, così come quella tra i due paesi e gli Stati Uniti, è cruciale per far fronte alla Corea del Nord e ad altre questioni”, ha affermato il primo ministro giapponese. Suga ha precisato però che il Giappone “continuerà a perseguire con determinazione azioni adeguate da parte della Corea del Sud”: un apparente riferimento alle azioni intraprese dalla Giustizia della Corea del Sud contro le aziende giapponesi che operano in quel paese e i loro asset, in relazione a cause giudiziarie per lo sfruttamento del lavoro nordcoreano in tempo di guerra.

L’elezione di Yoshihide Suga a primo ministro del Giappone, avvenuta mercoledì 16 settembre, al culmine di un voto parlamentare straordinario, segna l’inizio di una nuova stagione politica in quel paese, con una serie di incognite legate soprattutto al futuro indirizzo di politica estera della terza potenza globale. Le modifiche apportate dal premier neoeletto alla squadra di governo del dimissionario Shinzo Abe, in vista delle elezioni anticipate che potrebbero tenersi già entro la fine del mese prossimo, fornisce una serie di preziose indicazioni in merito al futuro operato del nuovo capo del governo, che non si è mai confrontato in misura significativa con la diplomazia e la politica internazionale del suo paese. L’uscita dalla nuova compagine ministeriale dell’ex ministro di Esteri e Difesa Taro Kono, noto per un profilo riformista e addirittura progressista su temi come l’apertura all’immigrazione, segnala la volontà del nuovo primo ministro di riportare la diplomazia e le relazioni strategiche del Giappone ad una gestione più tradizionalmente collegiale, con un conseguente ulteriore allineamento di Tokyo allo storico alleato statunitense.

Le strettissime relazioni personali tra l’ex premier giapponese Abe e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, hanno aiutato a mascherare, negli ultimi anni, una parziale emancipazione della politica estera del Giappone dagli Stati Uniti, e il superamento di una dipendenza ereditata dall’occupazione seguita alla Seconda guerra mondiale e dalla netta divisione tra i Blocchi d’influenza della Guerra fredda. Durante la stagione politica del dimissionario Abe, durata quasi otto anni – un record senza precedenti nella storia post-bellica del Giappone – Tokyo ha lavorato con alterne fortune per normalizzare le relazioni con la Russia, e per sviluppare un rapporto economico e commerciale simbiotico con la Cina, non di rado in contrasto con gli indirizzi provenienti da Washington. Il Giappone di Abe ha anche perseguito una linea autonoma nel Sud-est asiatico e nella macro-regione del Pacifico, già arene consolidate del “soft power” giapponese: è stato proprio il Giappone di Abe, ad esempio, a delineare la visione di una “regione indo-pacifica libera e aperta”, che di fatto è stata mutuata proprio dagli Stati Uniti come base per il contenimento della crescente influenza cinese in quella regione. Recentemente Abe ha dovuto però mitigare almeno in parte la propria intraprendenza in materia di politica estera, di pari passo con le esigenze imposte dalla “nuova guerra fredda” tra Usa e Cina. E’ ancora presto per stabilire se tale intraprendenza verrà definitivamente meno sotto il governo Suga, ma la rimozione di profili personalistici come quello di Kono pare anticipare proprio un riallineamento progressivo del Giappone agli interessi strategici Usa, anche in risposta alla crescente minaccia militare di Pechino.

Sprovvisto di una significativa esperienza diplomatica, Suga pare propenso ad adottare una linea di cautela, che dovrebbe tradursi in una rinnovata centralità della burocrazia ministeriale giapponese, e in un approccio più collegiale del governo alle questioni di politica estera. In questo senso, l’esecutivo del 99mo premier giapponese eviterà quasi certamente drastiche iniziative su fronti delicati come la normalizzazione delle relazioni con Mosca, già ostacolata dal tema della sovranità contesa sulle isole Curili Meridionali. E’ anche probabile che Tokyo rinunci definitivamente ad accelerare l’assunzione di un ruolo da protagonista nella nuova Via della seta cinese, nella veste di partner finanziario e figura di riferimento per l’adozione di moderni standard legali e di diritto internazionali. Paiono oggi più lontani anche sviluppi inattesi nelle complicate relazioni bilaterali tra Giappone e Corea del Sud, che contribuiscano a sanare la crisi diplomatica innescata dalla riemersione delle dispute storiche tra i due paesi. Un processo che sembra invece destinato a proseguire, ed anzi a rafforzarsi, sotto la guida del Gabinetto Suga, è quello di rafforzamento militare del Giappone, in funzione di contenimento dell’accresciuta presenza militare della Cina nei Mari cinesi Orientale e Meridionale, e più in generale nel Pacifico. (Git)
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