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Usa: gli uomini di Biden e la Cina, ecco come la futura amministrazione conterrà Pechino

New York , 25 nov 2020 17:20 - (Agenzia Nova) - Il contenimento strategico della Cina è stata la priorità numero uno dell’amministrazione di Donald Trump e, con ogni probabilità, le cose non cambieranno sotto la futura amministrazione di Joe Biden. Quest’ultimo lo aveva reso chiaro già durante la campagna elettorale, definendo il presidente cinese Xi Jinping “un ladro”, minacciando sanzioni economiche e scrivendo in un articolo su “Foreign Affairs” che Washington deve “andarci duro” con la Repubblica popolare. Una retorica che rifletteva il graduale mutamento dell’opinione pubblica prodotto dagli ultimi anni di tensioni bilaterali: come hanno mostrato tutti i più recenti sondaggi, ad avere un’idea negativa della Cina oggi non sono certo i soli elettori del Partito repubblicano. Tuttavia, è la scelta degli uomini chiave della politica estera e di sicurezza della futura amministrazione a raccontare davvero se e come Biden intenderà perseguire una strategia di contrasto alla crescente influenza cinese a livello globale.

In questo senso, il futuro segretario di Stato, Tony Blinken, e ancor più il futuro consigliere alla Sicurezza nazionale Jake Sullivan sembrano avere le idee chiare. È quest’ultimo, in particolare, ad aver tratteggiato una visione completa degli sviluppi possibili delle relazioni tra Stati Uniti e Cina nei prossimi anni. In un articolo pubblicato per l’istituto Carnegie Endowment for International Peace, di cui è “non-resident senior fellow”, Sullivan definiva lo scorso maggio “ormai inequivocabili e diffusi” i segnali del tentativo della Cina di contendere agli Usa la leadership globale. In questo senso, il futuro consigliere alla Sicurezza nazionale di Biden ricordava il programma di rafforzamento navale di Pechino (“la Cina ha messo in mare tra il 2014 e il 2018 più navi militari di quante ne siano riuscite a costruire la Germania, l’India, la Spagna e il Regno Unito messi insieme”); il tentativo cinese di dominare il settore delle industrie ad alta tecnologia, che determinerà la futura distribuzione del potere economico e militare; la campagna per controllare le cruciali vie marittime al largo della costa cinese; gli sforzi sistematici per raffinare i metodi di conversione dell’influenza economica in coercizione economica nell’Asia-Pacifico e oltre; l’avvio di “una nuova era” nella quale, secondo quanto annunciato da Xi nel 2017, la Repubblica popolare deve “prendere il suo posto al centro del mondo”.

Stando a Sullivan, per raggiungere lo status di “superpotenza” la Cina ha due strade a disposizione: la prima è rafforzare la posizione e il ruolo di prima potenza regionale come trampolino di lancio per le aspirazioni globali (si tratta, osserva l’esperto, dello stesso percorso scelto dagli Stati Uniti oltre un secolo fa); la seconda si basa sull’aggiramento del sistema di alleanze formato dagli Usa per sviluppare una rete di influenza economica, diplomatica e politica su scala globale. L’impressione di Sullivan è che in Cina, dove pure è in corso un serrato dibattito ad alto livello su quale delle due strade intraprendere, si stia cercando di combinare elementi di entrambe le strategie. Da una parte, vi è l’atteggiamento sempre più assertivo nell’Estremo oriente: “Questo non significa che stia cercando fisicamente di occupare Paesi vicini (con la possibile eccezione di Taiwan), come faceva l’Unione sovietica durante la Guerra fredda. Significa che Pechino vuole diventare l’attore dominante nel Pacifico occidentale, in quell’area che si allunga fino al Giappone e alle Filippine, guadagnandosi un effettivo potere di veto sulle scelte economiche e di sicurezza dei suoi vicini, rompendo le alleanze degli Stati Uniti nella regione e allontanando sempre più le forze militari Usa dalle sue coste. Se non ci riesce, la Cina non avrà mai una base di sicurezza regionale dalla quale proiettare il proprio potere a livello globale”.

La Repubblica popolare, osservava Sullivan, sta cercando di trasformare in “laghi cinesi” il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale, per le stesse ragioni per le quali nell’Ottocento gli Stati Uniti furono determinati a espellere i propri rivali dai Caraibi. Tuttavia, per Pechino sarà molto più difficile dominare la sua periferia regionale di quanto non fu per gli Stati Uniti: il futuro alto funzionario della Casa Bianca ricorda, in questo senso, la presenza di Paesi come il Giappone, l’India, il Vietnam, l’Indonesia e altri a contrastare le rivendicazioni territoriali e marittime della Cina. Finora, poi, i tentativi di “seduzione e coercizione” di Pechino sono riusciti – e in maniera parziale – a modificare l’orientamento geopolitico di soli due Paesi come le Filippine e la Thailandia, venendo invece respinti da Australia e Giappone. Dall’altra parte, vi è la sempre più forte attenzione di Pechino verso l’Occidente. “La premessa centrale di questo approccio alternativo è che il potere economico e tecnologico è fondamentalmente più importante del tradizionale potere militare per stabilire la nuova leadership globale”.

Un ruolo centrale, qui, è ricoperto dalla colossale iniziativa della Nuova via della seta (Belt and road initiative, Bri), ovvero il progetto di Pechino di costruire e finanziare una rete fisica e digitale di infrastrutture che colleghi diversi continenti e che veda la Cina al proprio centro. L’obiettivo della Repubblica popolare è di trasformare il potere economico e tecnologico in influenza geopolitica, anche in questo caso in maniera non dissimile a quanto fatto nel secolo scorso dagli Stati Uniti. Tuttavia, Pechino non può contare sulla stessa robusta rete di alleanze su cui si basava il potere di Washington all’epoca della Guerra fredda e negli anni successivi. Da qui il tentativo di avviare la costruzione di una rete di basi militari all’estero (a partire da Gibuti) e di indebolire e dividere la struttura di alleanze degli Usa, in particolare in Europa. Inoltre, riflette ancora Sullivan, vi è una barriera ideologica nei confronti della leadership cinese: “Le tensioni che circondano l’ascesa della Cina non sono semplicemente il risultato di scontri economici e interessi geopolitici, ma riflettono anche una più profonda sfiducia che spesso affligge le relazioni tra governi democratici e regimi autoritari”.

Sullivan sostiene dunque che “difendere le alleanze e i partenariati degli Stati Uniti da un decadimento interno accelerato dall’influenza cinese” è tanto importante quanto “proteggerle da pressioni militari esterne”: sarebbe pericoloso, per Washington, “investire pesantemente sulla forza militare e trascurare nel contempo la diplomazia e gli aiuti internazionali, svuotando la rete di relazioni estere e ritirandosi dalle istituzioni internazionali”. Un altro punto importante, secondo il futuro consigliere di Biden, è che gli Usa non devono commettere l’errore di credere che la competizione globale con la Cina sarà come quella con l’Unione sovietica al tempo della Guerra fredda. Rispetto ad allora, infatti, vi sono analogie ma anche importanti differenze. “Allora, come oggi, c’era un teatro militare centrale su cui le due potenze si confrontavano direttamente: l’Europa centrale. Le difficoltà incontrate da sovietici nel tentativo di allontanare gli Stati Uniti da quel teatro portarono i sovietici a condurre manovre diversive per logorare il nemico sul fianco”: il riferimento di Sullivan è alla penetrazione di Mosca nel mondo in via di sviluppo attraverso “aiuti economici, sovversioni e solidarietà ideologica”. Tuttavia, “l’Unione sovietica non fu mai un serio rivale per la leadership economica globale”. “Gli Stati Uniti oggi hanno la capacità di vincere il confronto, ma solo se non continuano sull’attuale traiettoria di auto-sabotaggio; il fatto, però, che la Cina abbia due alternative per affermarsi significa che quel confronto sarà più complesso, e potenzialmente più difficile, rispetto a quello del secolo scorso”.

Tony Blinken, l’uomo che invece andrà a guidare il dipartimento di Stato, ha un’idea simile di che cosa la futura amministrazione dovrà fare per contenere la Cina. “Biden – ha dichiarato lo scorso settembre il futuro capo della diplomazia di Washington in un evento ospitato dalla Camera di commercio Usa – dovrà concentrarsi sull’espansione dell’influenza strategica degli Stati Uniti attraverso la ricostruzione delle alleanze e il perseguimento di un approccio più efficace”. Sul piano economico Blinken respinge in toto l’ipotesi, ventilata in più occasioni durante l’attuale amministrazione Trump, di una totale “sconnessione” (“decoupling”) delle economie di Stati Uniti e Cina: “È irrealistica e, in ultima istanza, controproducente. Sarebbe un errore”. Allo stesso tempo, Blinken definisce “una debacle” l’accordo commerciale di Fase 1 firmato lo scorso gennaio da Stati Uniti e Cina, che ha l’obiettivo di porre fine alla guerra commerciale iniziata nel 2018 e che prevede l’acquisto da parte di Pechino di prodotti statunitensi in misura record.

Secondo il futuro segretario di Stato, l’intesa tuttavia “non affronta i problemi sistemici” tra le due maggiori economie mondiali e, inoltre, è già chiaro che la Cina non riuscirà a raggiungere gli obiettivi prefissati per l’anno in corso. Biden, sostiene Blinken, dovrà concentrarsi sulla necessità di portare gli Stati Uniti a negoziare con la Cina da una posizione di maggior forza. E questo significa innanzitutto “ricostruire la propria competitività sui mercati globali”. Ancora, la Casa Bianca dovrà sì sostenere i dazi quando necessario, ma anche “formulare un più ampio piano che includa la rilocalizzazione della produzione di alcuni beni essenziali”. L’offensiva va condotta anche sul fronte diplomatico. In un precedente intervento a un webinar organizzato da Chatham House lo scorso 30 aprile, Blinken sottolineava che “gli Stati Uniti possono fare la differenza attraverso la propria leadership nelle istituzioni internazionali, dalle quali Trump si è spesso ritirato”. “La mia idea è che se lavoriamo insieme ai nostri partner, se insistiamo sulla necessità che Pechino accetti le proprie responsabilità, potremo ottenere molto di più rispetto a quanto non ci permettano queste schizofreniche virate tra confronto e abdicazione che abbiamo visto negli ultimi due o tre anni”, affermava all’epoca il futuro capo della diplomazia di Washington. Il quale, in ogni caso, lo scorso maggio sosteneva anche la necessità per gli Usa di varare sanzioni in risposta all’imposizione da parte di Pechino della nuova Legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong. (Nys)
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