KIRGHIZISTAN

 
 

Kirghizistan: elezioni presidenziali in programma il 10 gennaio 2021

Bishkek, 24 ott 2020 09:45 - (Agenzia Nova) - Le elezioni presidenziali anticipate nel Kirghizistan si terranno il 10 gennaio del 2021. Lo ha confermato la Commissione elettorale centrale del Paese all'agenzia di stampa russa "Sputnik". "Per decisione della commissione, le elezioni presidenziali sono previste per il 10 gennaio", ha dichiarato il servizio stampa della Commissione. Il Kirghizistan sta attraversando una fase di forte instabilità politica dopo le elezioni legislative del 4 ottobre, quando diversi partiti che non sono entrati in Parlamento hanno contestato i risultati ufficiali portando ad una serie di manifestazioni di piazza.

Il Consiglio supremo del Kirghizistan, il parlamento monocamerale nazionale, ha votato il 22 ottobre a favore di un disegno di legge che rinvia la ripetizione delle elezioni legislative dello scorso 4 ottobre a dopo la conclusione del processo di riforma della Costituzione. Il nuovo voto era stato inizialmente fissato per il dicembre prossimo, ma il nuovo presidente e primo ministro ad interim, Sadyr Japarov, ha annunciato una serie di modifiche costituzionali che dovrebbero consentirgli di consolidare il potere dopo oltre due settimane di crisi politica. In particolare, Japarov propone la riduzione della durata delle legislature, la modifica del sistema elettorale, l’abolizione dell’incarico di primo ministro e l’introduzione di un più forte sistema presidenziale. In base all’attuale Costituzione, peraltro, l’attuale presidente ad interim non potrebbe concorrere per un mandato completo da capo dello Stato: la riforma costituzionale servirebbe anche a consentirgli di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali.

Il processo di riforma costituzionale dovrebbe essere completato entro il 21 gennaio e la ripetizione del voto per le legislative dovrebbe tenersi entro il primo giugno del 2021. Lo scorso 21 ottobre la Commissione elettorale centrale (Cec) aveva fissato per il 20 dicembre la data della ripetizione delle elezioni del 4 ottobre, macchiate da diffusi brogli e annullate dalla stessa Cec sull’onda delle proteste dell’opposizione. Il giorno dopo, tuttavia, il parlamento ha di fatto invalidato quella decisione sospendendo la parte della Costituzione che riguarda il processo elettorale: il disegno di legge è stato approvato senza dibattito in una sola lettura.

Sempre lo scorso 22 ottobre il parlamento del Kirghizistan ha sostenuto in modo schiacciante un disegno di legge che abbassa dal 7 al 3 per cento la soglia di sbarramento necessaria per accedere alla legislatura. Lo stesso disegno di legge prevede la riduzione della quota di depositi elettorali da 5 milioni a un milione di soms (rispettivamente 52 mila e 10 mila euro). Una nuova, inattesa svolta della crisi politica in Kirghizistan si è avuta lo scorso 15 ottobre, quando il presidente Sooronbay Jeenbekov ha rassegnato a sorpresa le sue dimissioni sulla spinta delle proteste. Le sue funzioni sono state assunte momentaneamente da Japarov, un ex deputato nazionalista che dopo essere stato condannato per sequestro di persona e per corruzione è stato liberato durante i disordini dei giorni scorsi e nominato premier ad interim. Un accentramento dei poteri reso possibile dalla Costituzione kirghisa, che prevede che i poteri del capo di Stato dimissionario vadano al presidente del Parlamento (nella fattispecie, l’appena nominato Kanatbek Isaev) e, solo nel caso in cui tale soluzione non sia praticabile, al capo del governo. Isaev ha fatto sapere di non avere il “diritto morale” di assumere la presidenza, dato lo status incerto del Parlamento dopo l’annullamento delle elezioni. Così è emersa la soluzione Japarov, che rischia di diventare una figura chiave per il futuro politico del Paese centrasiatico.

Meno di 24 ore prima dell’annuncio, Jeenbekov – che già aveva fatto sapere di essere disposto a un passo indietro quando la crisi fosse rientrata – chiariva che sarebbe rimasto al proprio posto fino alla ripetizione delle elezioni, frustrando così le aspettative dell’opposizione. Nel comunicato del 15 ottobre, il 61enne presidente, in carica dal 2017, ha invece dichiarato di aver deciso di dimettersi “perché la pace e l’unità del Paese è più importante di qualsiasi incarico”. “Non voglio essere ricordato nella storia del Kirghizistan come un presidente che ha versato il sangue dei suoi stessi cittadini”, ha aggiunto Jeenbekov sottolineato la gravità della situazione sul terreno: il capo di Stato ha osservato che nonostante abbia approvato la decisione del parlamento di nominare Japarov come nuovo premier “i comportamenti aggressivi non sono scomparsi e gli appelli per le mie dimissioni sono continuati”; nel frattempo “manifestanti e forze di sicurezza” si trovavano “sull’orlo di nuovi scontri”.

Gli osservatori si interrogano tuttavia in queste ore sulle vere ragioni dietro il cambio di atteggiamento del presidente kirghiso. È possibile, secondo alcuni, che alla base vi siano anche le pressioni esercitate dalla Russia, la cui influenza politica in Kirghizistan resta preponderante. Nei giorni scorsi il presidente russo Vladimir Putin ha inviato a Bishkek Dmitrij Kozak, numero due dell’amministrazione presidenziale, il quale ha incontrato sia Jeenbekov che Japarov. Quest’ultimo nella giornata del 14 ottobre ha fornito importanti rassicurazioni al Cremlino, sottolineando che l’accordo in base al quale la Russia mantiene in Kirghizistan la base aerea di Kant “non sarà rivisto”. Mosca ha certamente fretta di chiudere al più presto la crisi per evitare che, dopo la Bielorussia, si apra un nuovo fronte d’instabilità nel proprio “cortile di casa”.

In Kirghizistan si è aperta un'acuta crisi politica all'indomani delle contestate elezioni legislative, a seguito delle quali solo una forza dell'opposizione era riuscita a superare la soglia di sbarramento del sette per cento. Manifestanti dell'opposizione hanno occupato le principali sedi istituzionali della capitale, liberato l'ex presidente Almazbek Atambaev e spinto alle dimissioni il premier Kubatbek Boronov e il suo governo. Successivamente, la Commissione elettorale centrale (Cec) ha acconsentito all'annullamento del voto e il presidente Jeenbekov si è detto disposto a dimettersi dopo il varo di un nuovo esecutivo. La situazione è stata aggravata da scontri in piazza avvenuti il 9 ottobre tra fazioni rivali dell'opposizione, una facente capo all'ex presidente Atambaev e la seconda legata all'ex deputato nazionalista Japarov, entrambi leader scarcerati nel quadro dei disordini. Gli scontri hanno portato al ferimento di uno dei leader delle proteste, Tilek Toktogaziev. Il giorno dopo, Atambaev è stato nuovamente arrestato, mentre Japarov ha ottenuto l'appoggio di una parte delle forze parlamentari ed è stato eletto premier ad interim sulla base di un programma in dieci punti volto a ristabilire l'ordine costituzionale nel Paese. (Res)
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