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Libia: Bashagha in "standby" Al Cairo, ecco chi sta ostacolando il dialogo

Libia: Bashagha in
Tripoli, 06 nov 17:37 - (Agenzia Nova) - Prosegue il dialogo su più tavoli alla ricerca di una soluzione complessiva in Libia con il sostegno dell’Italia, dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti, della Turchia e delle Nazioni Unite. Tuttavia c’è chi mette i bastoni tra le ruote. Infatti, il ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia, Fathi Bashagha, si trova da mercoledì 4 novembre in visita ufficiale al Cairo in attesa di essere ricevuto dall’omologo egiziano, Mahmoud Tawfik. Vale la pena ricordare che lo stesso ministero dell’Interno dell’Egitto è considerato responsabile del deterioramento delle relazioni tra Italia ed Egitto con l’esplosione del caso di Giulio Regeni - il giovane ricercatore italiano rapito il 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani - durante la visita di una importante delegazione economica italiana, guidata dall’allora ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi. E’ significativo che a rifiutare l’incontro con Bashagha sia proprio il ministero dell’Interno egiziano, che sembrerebbe pertanto ostile alla risoluzione della situazione in Libia.

Eppure Bashagha non è un ministro qualunque. Le sue frequenti visite in Turchia e in Qatar lo accreditano come principale candidato della Fratellanza musulmana, anche se il ministro non fa ufficialmente parte di questo movimento che – del resto – è bandito in Egitto perché considerato alla stregua di un gruppo terroristico. Se l'Egitto del presidente Abdel Fatah al Sisi non avesse voluto ricevere l'esponente del Gna, evidentemente non lo avrebbe mai invitato. E invece il ministro del governo di Tripoli ha incontrato il direttore dell'intelligence egiziana Abbas Kamel e ha concluso ieri la seconda giornata di negoziati al Cairo, discutendo del dossier delle organizzazioni terroristiche e della necessità di sviluppare una strategia per contrastare queste organizzazioni. Le consultazioni, spiega l’emittente televisiva panaraba “Al Arabiya”, con sede negli Emirati Arabi Uniti, sono incentrate su di un piano per ristrutturare il ministero dell’Interno libico e discutere una strategia integrata per combattere il terrorismo. Da parte sua, Il Cairo insiste sulla necessità di preservare l'establishment militare libico e di non danneggiarlo, mentre Bashagha avrebbe chiesto una tregua nello scontro politico con il Cairo. È stato, inoltre, concordato di facilitare i compiti dei lavoratori egiziani in Libia e di evitare che siano vittime di arresti o violenze. L'intesa riguarda anche il rilascio di eventuali egiziani arrestati e attualmente nelle carceri del Gna. Il ministro libico ha anche discusso delle modalità per organizzare altre visite dei funzionari del Governo di accordo nazionale al Cairo e di organizzare riunioni con i membri del parlamento libico e dell'autoproclamato Esercito nazionale libico.

La missione di Bashagha in Egitto, la prima visita al Cairo di un esponente di alto livello della Tripolitania dopo l’offensiva militare del generale Khalifa Haftar il 4 aprile del 2019, si tiene mentre a Bouznika (in Marocco) e a Ghadames (in Libia) sono stati compiuti altri due passi in avanti nel percorso tracciato dalle Nazioni Unite per la risoluzione della crisi. In Marocco, le delegazioni della Camera dei rappresentanti di Tobruk e dell'Alto Consiglio di Stato di Tripoli hanno ribadito il loro sostegno al Foro del dialogo politico, la conferenza organizzata dall’Unsmil per lunedì 9 novembre a Tunisi. Si tratta di un appoggio non scontato, date le aspre polemiche per gli inviti (e i mancati inviti) estesi dalla diplomatica statunitense Stephanie Williams, alla guida della missione Onu, ai 75 partecipanti alla conferenza. A Ghadames, la “città bianca” del deserto al confine tra Libia e Algeria, le delegazioni militari dell'Esercito nazionale libico (Lna) e del Governo di accordo nazionale (Gna) hanno rifinito alcuni dettagli dell’Accordo di cessate il fuoco permanente raggiunto a Ginevra lo scorso 23 ottobre. Le parti hanno concordato sostanzialmente di formare un sottocomitato militare con sede a Sirte per supervisionare il ritorno nei quartier generali delle forze belligeranti e il ritiro delle milizie straniere dalle linee di contatto del fronte.

Le aspettative in vista dell'appuntamento del 9 novembre sono alte. Il premier del Governo di accordo nazionale libico, Fayez al Sarraj, ha recentemente annunciato che rimarrà al suo posto in attesa dei risultati di questo Forum. L’ambizioso progetto delle Nazioni Unite è quello di replicare la riunione delle tribù libiche che nel 1951 portò all’indipendenza della Libia sotto Re Idris I. Secondo il membro dell’Alto Consiglio di Stato libico Ahmed Lanki, l’evento di Tunisi dovrebbe auspicabilmente portare a un accordo per formare un nuovo Consiglio presidenziale e un governo nazionale separato che apra la strada a diritti democratici e allo svolgimento di elezioni presidenziali e legislative. Tuttavia, se le parti libiche non saranno d'accordo, Sarraj potrebbe rimanere presidente del Consiglio presidenziale per un anno e potrebbe incaricare una “personalità nazionale” di formare un governo che imponga la sicurezza e apra la strada a diritti democratici e conduca a elezioni presidenziali e legislative. Le personalità in lizza per questo incarico sono, per ora, essenzialmente due: Bashagha, da una parte, e il vicepremier Ahmed Maiteeq, dall’altra.

Maiteeq, ambizioso politico di Misurata, la “città-Stato” considerata sede delle milizie più forti del Paese e luogo di origine di Bashagha, può vantare ottimi rapporti in Russia (così come in Egitto e in Italia) ed è proprio a Sochi, infatti, che è stato firmato l’accordo per la ripresa della produzione ed esportazione di petrolio. L’intesa ha segnato uno sviluppo rilevante, accolto con scetticismo a Tripoli e con freddezza dalla Comunità internazionale, ma che di fatto ha portato alla riapertura dei pozzi dopo diversi mesi di stop. Anche se i termini dell’intesa restano vaghi (particolarmente critico è il punto in cui si parla di “affrontare il debito pubblico di entrambe le parti e fornire un meccanismo appropriato per ripagarlo gradualmente”), il dato politico rilevante è che l’accordo ha riportato Haftar al centro dell’arena politica. Stiamo parlando, è bene ricordarlo, dello stesso generale dal primo settembre scorso tiene prigionieri i 18 marittimi di Mazara del Vallo nell’evidente tentativo di ricattare l’Italia e di rientrare nel circuito delle relazioni internazionali da cui è stato escluso a seguito dell'intervento militare della Turchia nel conflitto libico. (Lit)
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