Economia - Esteri

 
 

La crisi diplomatica con l'Europa affossa la borsa di Istanbul e la lira turca

La crisi diplomatica con l'Europa affossa la borsa di Istanbul e la lira turca
Ankara, 28 ott 2020 17:58 - (Agenzia Nova) - La crisi diplomatica con l'Europa sta affossando la Borsa di Istanbul e la lira turca. L’indice Bist 100 della Borsa di Istanbul è oggi in rosso di 2,2 punti percentuali, dopo il crollo di 3,49 punti nella chiusura di ieri pomeriggio, mentre il cambio tra dollaro statunitense e lira ha toccato quota 8,30 per poi scendere intorno a 8,25, dopo aver sforato lunedì 26 ottobre la soglia psicologica delle otto lire per un biglietto verde. “Agenzia Nova” ha ascoltato al riguardo il parere di due esperti: Umberto Triulzi, professore ordinario di Politica Economica all’Università di Roma “La Sapienza”, e Matteo Colombo, Ecfr Pan-European Junior Fellow e Ispi Associate Research Fellow. Secondo Triulzi, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan “ha aperto troppo i fronti a carattere politico e non solo economico”, e il Paese rischia seriamente di superare il punto di non ritorno: “Oggi Erdogan si trova all’interno di una rete di rapporti che si stanno complicando notevolmente, non solo nei confronti dei paesi europei, basti pensare alla Francia, ma anche con tanti altri Paesi con i quali ha storicamente ha avuto dei rapporti migliori, come con gli Stati Uniti”.

L’avvitamento della crisi monetaria turca ha visto un’accelerazione dopo le ruvide dichiarazioni del presidente Erdogan sulle possibili sanzioni statunitensi per i test sui sistemi di difesa aerea S-400 di fabbricazione russa. “Ci avete detto di rimandare indietro gli S-400. Non siamo uno Stato tribale, siamo la Turchia”, ha detto nei giorni scorsi Erdogan in un discorso televisivo a Malatya, nella Turchia orientale. Erdogan ha poi affermato: "Qualsiasi siano le vostre sanzioni, non esitate ad applicarle". A questo vanno aggiunti gli attacchi a testa bassa contro il presidente francese, Emmanuel Macron, definito addirittura un “malato di mente”, e l’invito a boicottare i prodotti francesi come ritorsione per le presunte dichiarazioni islamofobe del politico di Parigi. “Il problema della Turchia è che la politica avanza sull’economia. La Banca centrale turca non è così indipendente come dovrebbe essere. Erdogan ha cercato di favorire bassi tassi di interesse per incentivare la ripresa economica della Turchia, che ha sofferto anche lei. Con la situazione di rallentamento della domanda nei paesi più avanzati, ora anche con il Covid in corso, la sofferenza è ancora più elevata”, ha detto Triulzi.

Nel 2018, la Banca Centrale aveva alzato i tassi di interesse fino al valore record del 24 per cento al fine combattere l'inflazione, arrivata al 18 per cento. "Tale mossa è stata contestata dal presidente Recep Tayyip Erdogan, il quale temeva le conseguenze immediate per l'economia di un calo degli investimenti e ha quindi deciso la sostituzione del capo della Banca centrale Murat Cetinkaya con Murat Uysal nel 2019", ha detto da parte sua Colombo. Sotto la direzione di Uysal, la Turchia ha progressivamente abbassato i tassi di interesse fino all'8,25 per cento, per poi rialzarli al 10,25 cento poche settimane fa. "Sono cambiamenti molto significativi, se comparati alle altre banche centrali che spesso agiscono di pochi decimali su tempi più lunghi e per valutazioni indipendenti", ha commentato l'analista. In questo momento, Colombo ritiene che la situazione sia particolarmente difficile perché "comunque si agisca sui tassi ci sono conseguenze negative". "Da una parte l'inflazione all'11,75 per cento (a settembre 2020) e il calo degli investimenti esteri richiederebbe un aumento dei tassi, ma ciò aggraverebbe la probabile recessione. Dall'altra, abbassare i tassi può dare benefici alla crescita, ma ciò significa indebolire ulteriormente la moneta nazionale e aumentare l'inflazione", ha aggiunto l’esperto di Ecfr e Ispi.

Lo scorso settembre, l'agenzia Moody's ha declassato il rating sul debito della Turchia a "B2", citando maggiori vulnerabilità esterne e l’erosione delle riserve fiscali nel paese, con outlook negativo. Secondo il professor Triulzi, si tratta di segnali “molto importanti" di un’agenzia intenta a cogliere gli interessi degli investitori. “Chi ha investito in Turchia in azioni e obbligazioni che avevano un rendimento molto elevato ha sottoscritto contratti in lire turche. Oggi la svalutazione ha iniziato a incidere in maniera molto pesante. A fine dicembre 2019 il cambio con il dollaro era a 5,5 lire turche, oggi invece è quasi a 8,3: una svalutazione del 40 per cento. E’ evidente che chi ha fatto investimenti in Turchia oggi si trova in una situazione molto squilibrata, con il rischio che il debito sovrano turco cominci ad essere traballante, motivo per cui è stato declassato da Mooyd’s”, ha avvertito il professore de “La Sapienza”.

Intanto proprio quest’oggi la Banca centrale della Turchia ha rivisto (in peggio) le previsioni di inflazione sia per la fine di quest'anno che per il prossimo. Il tasso di inflazione della Turchia a fine anno dovrebbe raggiungere il 12,1 per cento, in aumento rispetto all'8,9 per cento calcolato nell'ultima stima della Banca centrale. “A questo bisogna aggiungere una disoccupazione elevata, specie sotto il profilo giovanile, un Prodotto interno lordo pro capite che è sicuramente aumentato molto dagli inizi del 2000 fino al 2011 ma poi si è fermato, con prospettive di crescita per i prossimi anni abbastanza negative, considerando che una delle grandi risorse della Turchia è il turismo, e il crollo del turismo ha ridotto enormemente l’ingresso di valuta estera”, ha detto ancora Triulzi, secondo cui la difesa della lira turca nei confronti del tasso di cambio con il dollaro ha fatto perdere al Paese ben 143 miliardi di dollari. “Troppi errori, troppi fronti aperti della politica. La Turchia non è una potenza egemone come forse lo è stata durante l’Impero ottomano. Lo squilibrio della bilancia commerciale oggi è rilevantissimo”, ha rimarcato il professore.

“Da economista – ha detto Triulzi - mi sembra una politica scellerata, con una serie di scelte totalmente contrarie agli interessi della Turchia, che ha bisogno di interessi collaudati e trasparenti con i Paesi limitrofi, ma non li ha. Basti pensare a quanto succede in Siria o nel Kurdistan iracheno. Avrebbe bisogno di rapporti tranquilli con l’Unione Europea, e non li ha. Io non credo che questo tipo di politica faccia l’interesse dei turchi. Questi errori in termini economici si pagano in maniera drammatica. Se la situazione economica turca dovesse peggiorare anche a causa del Covid, con un ulteriore abbandono da parte degli investitori esteri e quindi difficoltà di restituire i prestiti, la Turchia si troverebbe in una situazione molto, molto, difficile da superare”.

Passando agli istituti di credito italiani, nel 2018 è stato stimato che le banche del nostro paese avessero un debito turco di circa 18 miliardi di euro. Nel dicembre del 2019, UniCredit ha sensibilmente ridotto la sua partecipazione in Yapi Kredit. Secondo Triulzi, il problema dell’esposizione della Turchia nei confronti delle banche europee coinvolge soprattutto la Spagna, che vanta crediti pari a circa 60 miliardi di dollari. L’Italia, da parte sua, dovrebbe aggirarsi a quota 8-9 miliardi di dollari, cioè meno dell’esposizione del Regno Unito che è di circa 11 miliardi dollari. “Naturalmente, sarebbe un problema se il debito estero turco dovesse diventare inesigibile, ma per quanto riguarda i rapporti bancari non siamo così messi male come altri paesi. Questo un pochino ci protegge, ma è anche un segnale di debolezza dell’Italia, che poi non è presente in tanti altri mercati che, invece, vanno bene”, ha concluso Triulzi.

Secondo Colombo, una grande crisi economica avrebbe comunque ripercussioni certe sulle aziende italiane, tenendo presente che l'interscambio commerciale nel 2019 (circa 17 miliardi di euro) rende la Turchia un partner importante per il nostro paese. Sul piano geopolitico, infine, Colombo ha evidenziato come "una Turchia in crisi è una Turchia che ha meno possibilità di realizzare le proprie ambizioni regionali. Questo è il tallone di Achille di Erdogan, che rischia di trovarsi in difficoltà nel realizzare i propri progetti." "In poche parole", ha concluso l'analista dello European Council on Foreign Relations e dell'Istituto per gli studi di politica internazionale, "la politica estera turca sembra sopravvalutare le capacità del paese di tenere aperti così tanti fronti rispetto alla forza economica". (Asc)
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