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Il disgelo tra arabi e israeliani dà i primi frutti sulla cooperazione economica

Il disgelo tra arabi e israeliani dà i primi frutti sulla cooperazione economica
Roma , 14 ott 17:39 - (Agenzia Nova) - Il dialogo tra arabi e israeliani percorre i binari ferroviari e naviga per le rotte marittime commerciali dopo la normalizzazione dei rapporti di Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Secondo l’emittente “Israeli Broadcasting Corporation”, lo Stato ebraico starebbe discutendo l'istituzione di una linea ferroviaria con Emirati e Arabia Saudita, mentre il piccolo Stato-isola del Bahrein intende stabilire un collegamento marittimo diretto con lo Stato ebraico, seguendo la scia lasciata dalla Msc Paris, la prima nave da carico partita dal porto Jabel Ali di Dubai e arrivata a Haifa il 12 ottobre. Il mese scorso il principale operatore portuale emiratino Dp World, inoltre, ha firmato un accordo con la banca israeliana Leumi e sarebbe interessata a rilevare proprio il porto di Haifa. Il rafforzamento delle relazioni tra Israele e paesi del Golfo è avvenuto in un anno contraddistinto dalla pandemia sanitaria, che ha provocato ripercussioni a livello economico, spingendo alcuni paesi del Medio Oriente a cambiare la loro prospettiva per il futuro.

Il 2020 è l’anno in cui è avvenuto un “game changer” e gli sviluppi avranno un impatto sulla regione, ha spiegato oggi durante un briefing Uzi Rabi, direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies presso l’Università di Tel Aviv. L’esperto ha evidenziato tre aspetti del cambiamento avvenuto quest’anno. Il primo è costituito “dall'indebolimento dell’Iran, subito dopo la morte del comandante della Forza Quds dei pasdaran, Qassem Soleimani”, in un attacco statunitense sull'aeroporto di Baghdad lo scorso 3 gennaio. L’indebolimento dell’Iran traspare, secondo l’esperto, anche dall’avvio dei negoziati per la definizione della demarcazione marittima tra Israele e Libano avvenuti proprio oggi a Naqoura. Il governo di Beirut – al cui interno ha un’ampia componente del partito filo-iraniano Hezbollah e suoi sostenitori (ovvero la Corrente patriottica libera fondata dal presidente Michel Aoun) – ha dato il via libera ai negoziati la scorsa settimana. Oggi, per circa un’ora, una delegazione libanese e una israeliana si sono incontrate, con la supervisione degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite, per discutere dei confini marittimi, in un momento di grande affanno per l’economia libanese. L’eventuale esito positivo dei colloqui negoziali consentirà di sboccare il dossier dello sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale.

Lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale, ha spiegato il direttore del Centro Moshe Dayan dell’università di Tel Aviv, è legato direttamente alla strategia della Turchia di assumere il controllo dell’area, attraverso il sostegno di paesi come il Qatar, e attraverso la diffusione dell’islam politico, attraverso la Fratellanza musulmana in Egitto e il movimento palestinese Hamas. Il tentativo della Turchia, secondo aspetto che contraddistingue il 2020, di avere l’egemonia sulle risorse del Mediterraneo, oltre alla minaccia iraniana, sono stati gli aspetti che hanno spinto proprio in questo momento storico Israele e alcuni paesi del Golfo ad avviare un percorso di normalizzazione delle relazioni. Le relazioni tra Israele e altri Stati arabi rappresentano il terzo aspetto dell’attuale Medio Oriente delineato dal professore. Secondo Rabi, “Israele e altri Stati arabi hanno capito che molti slogan e tabù del ventesimo secolo non avevano più senso nel ventunesimo secolo”. In questo senso, gli Accordi di Abramo firmati da Israele ed Emirati Arabi Uniti il 15 settembre scorso a Washington rappresentano una “mossa con cui molti Stati arabi sono giunti alla conclusione che nel 21mo secolo bisogna gestire in modo diverso i nemici”. “Israele ha fatto degli errori”, ma alcuni paesi hanno capito la necessità di “creare una cooperazione per arginare una minaccia”.

Gli Accordi Abramo forniranno ai paesi coinvolti un “vero campo per forgiare una strategia per il futuro, caratterizzata da posizioni anti -Iran, anti islam-politico e anti-Turchia e dalla cooperazione”, ha proseguito Rabi. Secondo il direttore del Moshe Dayan “vi è una nuova configurazione del potere in Medio Oriente”, con la “Russia che è il nuovo boss del Medio Oriente” e con una presenza economica della Cina. La nuova strategia “non è soltanto geopolitica”, ma anche culturale, ha spiegato Rabi, ricordando che nei prossimi anni in una stessa area verranno costruite una moschea, una sinagoga e una chiesa. In definitiva, la normalizzazione dei rapporti rappresenta una “decisione strategica per garantire il proprio futuro”, per l’esperto, secondo cui è stato deciso di “usare la religione e la cultura non per mettere le persone l’una contro l’altra, ma per creare ponti”.

Lo scorso 21 settembre, il presidente e amministratore delegato dell’operatore portuale emiratino Dp World, Sultan Ahmed bin Sulayem, ha dichiarato che è giunto il momento per Israele di capitalizzare la sua posizione strategica. L’intervista è avvenuta dopo la firma di un accordo tra Dp World e la banca israeliana Leumi e in seguito all’intesa raggiunta tra la società emiratina e Shlomi Fogel, proprietario dell’israeliana Dover Tower, azionista di Israel Shipyards, per rilevare il porto di Haifa, il più grande hub di spedizione del paese. La mossa, che ha già ottenuto l'approvazione dei ministeri dei Trasporti e delle Finanze, dovrebbe essere approvata anche dal Consiglio di sicurezza nazionale, spiega il quotidiano finanziario “Calcalist”, a condizione che Dp World rimanga azionista di minoranza con il 30 per centro delle azioni e la società sia controllata da proprietari israeliani. Le due società collaboreranno anche alla formazione di una nuova linea di navigazione diretta tra il porto di Jebel Ali a Dubai e il porto israeliano di Eilat. Il Ceo di Dp Word ha spiegato che Dubai ha un mercato di 9 milioni di persone, tuttavia, attraverso l’emirato è possibile raggiungere un mercato di oltre 2 miliardi di persone in India, Pakistan, Sri Lanka, Iran, Bangladesh e Africa orientale. Dp World, uno dei più grandi operatori portuali del mondo, oltre a gestire il porto Jabel Ali di Dubai - uno dei cinque più grandi porti del mondo - gestisce altri 80 scali portuali nel mondo.

A consolidare il collegamento commerciale di Abu Dhabi e Dubai con i principali scali di Israele potrebbe giungere la realizzazione dell’ambizioso progetto “Tracks for regional peace”, presentato nell’agosto del 2019 dall’allora ministro israeliano degli Esteri, Yisrael Katz. Il progetto prevede la realizzazione di un collegamento diretto tra il porto di Haifa e le reti ferroviarie di Arabia Saudita e Golfo, attraverso la Giordania, dove dovrebbe essere creato un grande interporto per favorire la crescita dell’economia locale. La realizzazione dell’iniziativa potrebbe creare rotte commerciali più brevi e sicure, e secondo la presentazione ufficiale del progetto “dal punto di vista strategico” potrebbe “rafforzare il fronte pragmatico della regione”. Il piano, non ancora concretizzato, è espressamente richiamato nell’allegato al Trattato di pace firmato il 15 settembre da Emirati e Israele, dove si legge che “riconoscendo lo scopo condiviso di far progredire lo sviluppo economico regionale e il flusso di merci e servizi, le parti si sforzeranno di promuovere collaborazione su progetti infrastrutturali strategici regionali ed esploreranno la fondazione di un gruppo di lavoro multilaterale per il progetto Tracks for Regional Peace”.

Il duplice rafforzamento dei collegamenti via mare e terra fra Emirati e Israele avrà come risultato la creazione di un nuovo importante asse economico e commerciale, ma traccerà anche un nuovo asse geopolitico, di cui faranno probabilmente le spese il vicino Iran e la più lontana Cina. L’iniziativa, infatti, si presenta come parallela e alternativa rispetto al progetto cinese della cosiddetta Belt and Road Initiative, il cui corridoio terrestre attraversa il nord della regione mediorientale passando per Iran, Iraq e Turchia. Per altro verso è soprattutto il collegamento terrestre fra Haifa e i porti del Golfo a opporsi al vicino Iran, perché sottrarrebbe il passaggio di merci dagli Emirati al controllo diretto o indiretto iraniano dello stretto di Hormuz e di quello di Bab el Mandeb (per il quale transita anche il corridoio navale dell’iniziativa cinese).

Anche se alcuni osservatori hanno notato che la Cina, che pure ha coinvolto sia gli Emirati sia Israele nel progetto della nuova Via della Seta, sembra nello stesso tempo stringere rapporti più solidi con l’Iran, si è ritenuto che gli Stati Uniti abbiano fatto da mediatori nell’accordo fra Abu Dhabi e Tel Aviv per indebolire l’influenza di Pechino. Il passo indietro di Israele rispetto alle mire cinesi era emerso chiaramente dopo la visita del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, a metà maggio a Gerusalemme. Qualche settimana dopo, infatti, è stata la società israeliana Ide Technologies con il sostegno della Banca Leumi e non la cinese Hutchison a costruire il più grande impianto di dissalazione al mondo dopo Sorek2. Ide si è aggiudicata la gara d’appalto lanciata dal governo per la costruzione e la gestione dell'impianto di dissalazione. Nelle settimane precedenti gli Stati Uniti avevano esercitato pressioni su Gerusalemme affinché non affidasse l’appalto alla società con sede a Hong Kong, preoccupati per la presenza degli investimenti cinesi nello Stato ebraico.

Un “incontro di apertura” per discutere di “come proseguire le discussioni e l’ordine del giorno dei prossimi giorni”. Così il ministero dell’Energia israeliano ha commentato il primo colloquio negoziale con la delegazione libanese, avvenuto questa mattina nella base della missione dell'Onu nel Libano meridionale (Unifil) di Naqoura con la mediazione degli Stati Uniti, per la definizione dei confini marittimi tra Libano e Israele, paesi formalmente in stato di guerra. “Il ministro Yuval Steinitz ha accettato che Israele continui a partecipare alle riunioni successive per continuare a dare una possibilità ai colloqui”, aggiunge uno scarno comunicato della parte israeliana. I colloqui sono cominciati stamani alle 10:00 ora locale (le 09:00 in Italia) per concludersi dopo circa un’ora presso la sede della missione di interposizione delle Nazioni Unite nel Libano meridionale (Unifil) a Naqoura, sotto l’egida di una squadra della rappresentanza dell'Onu in Libano. Secondo quanto riferisce l’emittente “Al Arabiya” i prossimi colloqui si svolgeranno il 28 ottobre. Il ministero israeliano si è invece mantenuto vago, parlando di un incontro da tenersi “nelle prossime settimane”. Il Libano, da parte sua, spera di chiudere il dossier dei confini marittimi e terrestri con Israele “in tempi ragionevoli”, ha dichiarato il capo della delegazione libanese, generale Bassam Yassine. "Il nostro incontro di oggi segna l'inizio di negoziati tecnici indiretti", ha sottolineato Yassine, secondo quanto riportano i media libanesi. "Ci auguriamo che i negoziati si svolgano a un ritmo tale da consentire di chiudere questo dossier in un periodo di tempo ragionevole", ha aggiunto Yassine. Secondo una dichiarazione congiunta diffusa dal dipartimento di Stato statunitense e dal coordinatore speciale delle Nazioni Unite, l’incontro di oggi ha visto “colloqui produttivi”.

Si tratta a ben vedere dei primi colloqui diplomatici civili ufficiali in 30 anni tra Israele e Libano. L’obiettivo, come detto, è risolvere la controversia sull'esplorazione del gas naturale nell'area marittima tra i due Paesi. La questione della demarcazione dei confini marittimi tra Israele e Libano assume una particolare rilevanza, alla luce delle licenze per lo sfruttamento delle risorse degli idrocarburi assegnate dal paese dei cedri nel febbraio 2018 al consorzio formato da Total, Eni e Novatek, e della nuova gara per l’assegnazione di nuovi permessi esplorativi. Peraltro, i colloqui avvengono nel pieno della crisi economica e istituzionale del Libano che va avanti ormai dall'ottobre del 2019 e che si è acuita dopo le devastanti esplosioni avvenute lo scorso 4 agosto nel porto dei Beirut costate oltre 190 morti e 6.500 feriti. Non solo. I negoziati avvengono giungono dopo la normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico e due importanti Paesi del Golfo, Emirati e Bahrein, firmato lo scorso 15 settembre a Washington e mediato sempre dagli Stati Uniti. (Res)
 
 
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