GIAPPONE-CINA

 
 
 

Giappone-Cina: Suga e Xi terranno colloquio telefonico questa settimana

Tokyo, 23 set 04:56 - (Agenzia Nova) - Il primo ministro del Giappone, Yoshihide Suga, e il presidente cinese, Xi Jinping, terranno colloqui telefonici questa settimana, secondo fonti del governo giapponese citate dall’agenzia di stampa “Kyodo”. I colloqui, che le due parti hanno pianificato per venerdì, 25 settembre, punterebbero a rilanciare il processo di normalizzazione e sviluppo delle relazioni bilaterali; secondo la fonte, i due leader discuteranno anche la visita di Stato del presidente Xi a Tokyo, rinviata lo scorso aprile a causa della pandemia di coronavirus e dal restringimento del perimetro dei diritti civili operato da Pechino ad Hong Kong. Il colloquio tra Suga e Xi sarà il primo tra i leader dei due paesi dallo scorso maggio 2018, quando Xi aveva intrattenuto un colloquio telefonico col predecessore di Suga, Shinzo Abe. Ieri, 22 settembre, Suga ha tenuto colloqui telefonici con il cancelliere tedesco, Angela Merkel, e con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

L’elezione di Yoshihide Suga a primo ministro del Giappone, avvenuta mercoledì 16 settembre, al culmine di un voto parlamentare straordinario, segna l’inizio di una nuova stagione politica in quel paese, con una serie di incognite legate soprattutto al futuro indirizzo di politica estera della terza potenza globale. Le modifiche apportate dal premier neoeletto alla squadra di governo del dimissionario Shinzo Abe, in vista delle elezioni anticipate che potrebbero tenersi già entro la fine del mese prossimo, fornisce una serie di preziose indicazioni in merito al futuro operato del nuovo capo del governo, che non si è mai confrontato in misura significativa con la diplomazia e la politica internazionale del suo paese. L’uscita dalla nuova compagine ministeriale dell’ex ministro di Esteri e Difesa Taro Kono, noto per un profilo riformista e addirittura progressista su temi come l’apertura all’immigrazione, segnala la volontà del nuovo primo ministro di riportare la diplomazia e le relazioni strategiche del Giappone ad una gestione più tradizionalmente collegiale, con un conseguente ulteriore allineamento di Tokyo allo storico alleato statunitense.

Le strettissime relazioni personali tra l’ex premier giapponese Abe e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, hanno aiutato a mascherare, negli ultimi anni, una parziale emancipazione della politica estera del Giappone dagli Stati Uniti, e il superamento di una dipendenza ereditata dall’occupazione seguita alla Seconda guerra mondiale e dalla netta divisione tra i Blocchi d’influenza della Guerra fredda. Durante la stagione politica del dimissionario Abe, durata quasi otto anni – un record senza precedenti nella storia post-bellica del Giappone – Tokyo ha lavorato con alterne fortune per normalizzare le relazioni con la Russia, e per sviluppare un rapporto economico e commerciale simbiotico con la Cina, non di rado in contrasto con gli indirizzi provenienti da Washington. Il Giappone di Abe ha anche perseguito una linea autonoma nel Sud-est asiatico e nella macro-regione del Pacifico, già arene consolidate del “soft power” giapponese: è stato proprio il Giappone di Abe, ad esempio, a delineare la visione di una “regione indo-pacifica libera e aperta”, che di fatto è stata mutuata proprio dagli Stati Uniti come base per il contenimento della crescente influenza cinese in quella regione. Recentemente Abe ha dovuto però mitigare almeno in parte la propria intraprendenza in materia di politica estera, di pari passo con le esigenze imposte dalla “nuova guerra fredda” tra Usa e Cina. E’ ancora presto per stabilire se tale intraprendenza verrà definitivamente meno sotto il governo Suga, ma la rimozione di profili personalistici come quello di Kono pare anticipare proprio un riallineamento progressivo del Giappone agli interessi strategici Usa, anche in risposta alla crescente minaccia militare di Pechino.

Sprovvisto di una significativa esperienza diplomatica, Suga pare propenso ad adottare una linea di cautela, che dovrebbe tradursi in una rinnovata centralità della burocrazia ministeriale giapponese, e in un approccio più collegiale del governo alle questioni di politica estera. In questo senso, l’esecutivo del 99mo premier giapponese eviterà quasi certamente drastiche iniziative su fronti delicati come la normalizzazione delle relazioni con Mosca, già ostacolata dal tema della sovranità contesa sulle isole Curili Meridionali. E’ anche probabile che Tokyo rinunci definitivamente ad accelerare l’assunzione di un ruolo da protagonista nella nuova Via della seta cinese, nella veste di partner finanziario e figura di riferimento per l’adozione di moderni standard legali e di diritto internazionali. Paiono oggi più lontani anche sviluppi inattesi nelle complicate relazioni bilaterali tra Giappone e Corea del Sud, che contribuiscano a sanare la crisi diplomatica innescata dalla riemersione delle dispute storiche tra i due paesi. Un processo che sembra invece destinato a proseguire, ed anzi a rafforzarsi, sotto la guida del Gabinetto Suga, è quello di rafforzamento militare del Giappone, in funzione di contenimento dell’accresciuta presenza militare della Cina nei Mari cinesi Orientale e Meridionale, e più in generale nel Pacifico. La rimozione di Kono dal vertice del ministero della Difesa anticipa ciascuno di questi sviluppi, proprio per la centralità sinora rivestita dal ministro nella definizione dell’attuale politica estera giapponese.

Nominato ministro degli Esteri da Shinzo Abe nel 2017, Kono è passato a dirigere dallo scorso settembre 2019 il ministero della Difesa, un avvicendamento che già era parso sintomatico dei drastici mutamenti negli equilibri globali causati dallo scontro frontale tra gli Usa di Trump e la potenza emergente cinese. Come ministro degli Esteri, Kono era stato protagonista del dialogo con la Russia di Vladimir Putin, degli sforzi di normalizzazione delle relazioni con la Cina di Xi Jinping, e anche di una linea relativamente accomodante con la Corea del Sud del presidente Moon Jae-in. Kono, del resto, è figlio del segretario capo di Gabinetto autore dell’omonima “Dichiarazione Kono”, che nel 1993 formalizzò per la prima volta le scuse ufficiali del Giappone per gli abusi perpetrati dalle forze imperiali giapponesi ai danni di donne coreane durante l’occupazione coloniale della Penisola di Corea. Eletto parlamentare tra anni più tardi, nel 1996, Taro Kono si era già affermato come “eretico” del conservatorismo giapponese, col suo marcato orientamento progressista sul fronte sociale, il sostegno all’apertura del Giappone all’immigrazione economica e alla doppia cittadinanza, e poi l’avversione alla costruzione e alla riaccensione delle centrali nucleari. Negli ultimi anni, Kono è stato più volte indicato dalla stampa internazionale come potenziale successore di Abe, e possibile protagonista di una futura evoluzione identitaria del Partito liberaldemocratico. La fulminea crisi dell’ordine multipolare globale coinciso con la presidenza Trump e con il processo di accentramento del potere del presidente cinese Xi Jinping, così come le improvvise dimissioni del premier Abe, il mese scorso, hanno mutato però radicalmente l’orizzonte della politica giapponese, rafforzandone gli orientamenti conservatori, con in più rinnovate tendenze populiste.

Le decisione di Suga di relegare il ministro Kono al ruolo di segretario di Stato per le riforme amministrative costituisce un colpo forse esiziale alle ambizioni di Kono di diventare a sua volta primo ministro del paese. A Kono, però. Suga contesta anche l’eccessivo protagonismo e la scarsa propensione al coordinamento con le diverse componenti dell’esecutivo. Tale protagonismo avrebbe portato, nei mesi scorsi, a decisioni giudicate affrettate, come quella di abbandonare i piani per l’installazione sul territorio nazionale dei sistemi di difesa missilistica Aegis Ashore. Tale decisione ha comportato la perdita di una commessa multimiliardaria per il colosso della difesa statunitense Lockheed; e soprattutto, ha rimandato l’estensione di fatto dell’ombrello militare statunitense sino all’Estremo Oriente russo, inclusa la città costiera di Vladivostok, quartier generale della Flotta russa del Pacifico. Nelle scorse settimane, la stampa giapponese e quella statunitense hanno dato notizia di contatti preliminari tra Washington e il premier giapponese neoeletto, cui entrambi gli interlocutori hanno fatto seguire un impegno all’ulteriore rafforzamento della storica alleanza tra i due paesi: è possibile che l’abbandono dei piani di rafforzamento della difesa missilistica giapponese siano costati a Kono la sfiducia di Washington.

Secondo Go Ito, docente di relazioni internazionali presso la Meiji University consultato da “Kyodo”, Suga è “un politico moto orientato alla sfera domestica e concentrato sulla rivitalizzazione delle economie regionali, che probabilmente si affiderà al suo ministro degli Esteri per promuovere la diplomazia giapponese nel prossimo futuro”. E’ anche improbabile che Suga compia azioni provocatorie nei confronti dei principali vicini asiatici, come l’annuale visita al santuario shintoista Yasukuni di Tokyo, dedicato alle vittime di guerra giapponesi e ritenuto da Cina e Corea del Sud un simbolo del passato militarismo del Giappone. Nella sua veste di segretario capo di Gabinetto e portavoce del governo Abe, Suga ha effettuato una sola visita ufficiale a Washington, protrattasi per tre giorni lo scorso maggio. In quell’occasione, Suga ha incontrato il vicepresidente Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo, e discusso principalmente gli sforzi di denuclearizzazione della Corea del Nord. Suga ha anche visitato Guam nel 2015, per discutere i piani di trasferimento su quel territorio di parte delle truppe Usa in Giappone. Secondo Ito, nel medio termine Suga potrebbe assumere iniziative come lo sblocco dell’assistenza tecnologica giapponese a paesi terzi in aree come la prevenzione e la gestione dei disastri, che sarebbe anche funzionale alla promozione dell’export nazionale. (Git)
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