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Libia, Haftar prova a ricattare l’Italia ma commette un fallo di frustrazione

Libia, Haftar prova a ricattare l’Italia ma commette un fallo di frustrazione
Roma, 16 set 13:00 - (Agenzia Nova) - Si è complicata la trattativa per la liberazione dei pescatori italiani fermati la sera dello scorso primo settembre dalla Guardia costiera libica che fa capo al generale Khalifa Haftar al largo delle coste della Cirenaica. Prestigiose testate internazionali come il britannico “The Guardian” e la tedesca “Frankfurter Allgmeine Zeitung” hanno dedicato spazio alla questione, divenuta ormai un caso internazionale. Altre volte era successo che i libici fermassero i pescherecci italiani, ma la vicenda solitamente si risolveva nel giro di poche ore. Da sedici giorni, tuttavia, otto pescatori italiani (sei in una villa, due a bordo delle imbarcazioni) e dieci colleghi di altre nazionalità sono “in stato di fermo” (dunque non di arresto in carcere) a Bengasi.

Due circostanze rendono il caso inusuale: la tempistica del sequestro e le richieste per il rilascio. Il fermo è avvenuto nel giorno della quarta visita in dieci mesi del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia: egli si è recato sia a Tripoli che a Qubba, roccaforte del presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, ma non dal generale Haftar. In seconda istanza, come anticipato da “Agenzia Nova” lo scorso 4 settembre, da Bengasi chiedono la liberazione di calciatori libici condannati in Italia (in secondo grado) con l’infamante accusa di traffico di esseri umani. Una richiesta impossibile da accogliere. Anzi, un vero e proprio fallo di frustrazione da cartellino rosso per Haftar, l’ormai ex uomo forte della Cirenaica sempre più isolato in patria e all’estero.

Al livello ufficiale, l’Italia non può protestare con il governo libico “ad interim” dell’est, il braccio politico di Haftar, perché non lo riconosce. Tra l’altro, la sera del 13 settembre, il primo ministro “orientale” in carica dal 2014, Abdullah al Thinni, ha presentato le sue dimissioni dopo le proteste tenute nell'est della Libia contro il suo governo per la mancanza di servizi. Da giorni è in corso una mediazione guidata da personalità politiche e sociali libiche della Cirenaica per assegnare a Ibrahim Buchnaf, ministro dell'Interno del governo non riconosciuto, l'incarico di premier dell'esecutivo sostenuto dal parlamento di Tobruk. Classe 1956, Buchnaf è considerato uno dei ministri più potenti del governo di Thinni nella Libia orientale e uno dei più vicini al generale Khalifa Haftar. Proviene dalla tribù Awlad Sheikh, che ha una relazione sociale con la tribù degli Al Furjan a cui appartiene Haftar, poiché le due tribù sono considerate discendenti degli Almoravidi.

L’unico canale ufficiale possibile in Libia per la liberazione dei pescatori è al momento il parlamento di Tobruk presieduto da Saleh, che però è in rotta di collisione con Haftar. L’Italia ha fatto di più, contattando i “padrini” internazionali di Haftar: il titolare della Farnesina ha discusso della questione con i colleghi Emirati Arabi Uniti e Russia, rispettivamente Abdullah bin Zayed al Nahyan e Sergej Lavrov. "Noi stiamo lavorando come governo per sentire gli attori internazionali che hanno influenza su Haftar per ottenerne il rilascio. Non sono in prigione ma in stato di fermo, quindi non sono a contatto con altri detenuti e ci sinceriamo ogni giorno del loro stato di salute”, ha detto oggi Di Maio, intervenendo a “Radio 24”. “Presto convocheremo un vertice di governo su questo tema. Non accettiamo ricatti: i nostri connazionali devono tornare a casa”, ha aggiunto il capo della diplomazia italiana.

Dal Marocco alla Svizzera fino all'Egitto si moltiplicano le iniziative diplomatiche per trovare una soluzione politica al conflitto, ma il generale Haftar è ormai assente dal tavolo delle trattative. Dai tappeti rossi di Parigi, Palermo e Berlino, il "feldmaresciallo" della Cirenaica è ora relegato nella sua base di Rajma, fuori Bengasi, mentre le sue forze sono arroccate a Sirte e Jufra, a presidiare la strategica Mezzaluna petrolifera ed evitare un "contropiede" delle forze rivali fino in Cirenaica. Haftar sta probabilmente cercando di giocare sporco, ma un simile comportamento difficilmente può essere tollerato dai suoi stessi alleati, stanchi dell'imprevedibilità di un generale che doveva conquistare Tripoli in due giorni e che è stato costretto a una precipitosa ritirata. (Asc)
 
 
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