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Libia, Sarraj annuncia le dimissioni e sposta i riflettori sul dialogo politico

Libia, Sarraj annuncia le dimissioni e sposta i riflettori sul dialogo politico
Tripoli , 17 set 2020 17:11 - (Agenzia Nova) - Il capo del Consiglio presidenziale e premier del Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia, Fayez al Sarraj, ha annunciato ieri l’intenzione di dimettersi a fine ottobre, facendo però capire che resterà in carica senza la nascita di un nuovo esecutivo. Le Nazioni Unite stanno portando avanti in Marocco e in Svizzera un dialogo politico che dovrebbe portare alla nascita di un nuovo Consiglio presidenziale “ristretto”, con tre membri in rappresentanza delle regioni della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), più un primo ministro “indipendente” dall’organo di presidenza. La sede del nuovo organo esecutivo potrebbe essere Sirte, città “neutrale” nell’attuale scontro tra est e ovest, roccaforte della tribù dei Qadhafa. “Agenzia Nova” ha parlato di questi sviluppi con due esperti internazionali di Libia: Jalel Harchaoui, research fellow del think tank olandese Clingendael Institute, e Tarek Megerisi, policy fellow presso l’European Council on Foreign Relations (Ecfr).

Secondo Harchaoui, Sarraj potrebbe rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti anche dopo il 31 ottobre, il termine da lui indicato per consegnare il potere a una nuova autorità esecutiva. “La tempistica di Sarraj segue una logica profondamente individualista”, riferisce Harchaoui, nel senso che in questo modo il premier ha alleviato la pressione su di sé, ma non ha risolto le ragioni che lo hanno portato a fare questa scelta. “Deve essere instaurato un nuovo Consiglio di presidenza. Sarraj ha chiaramente indicato due condizioni che non sono state ancora soddisfatte”, spiega ancora l’esperto, e cioè che il comitato di dialogo politico completi il suo lavoro e scelga un nuovo Consiglio presidenziale. “Non ci sono garanzie che queste condizioni verranno soddisfatte entro il 31 ottobre. Pertanto, Sarraj si è riservato l’opzione di rimanere in carica per il disbrigo degli affari corrente anche dopo il 31 ottobre”, conclude Harchaoui.

Per Tarek Megerisi, il premier Sarraj “andrà felicemente in pensione” quando ci sarà però un “nuovo governo necessario per il progresso della Libia”. “La pressione su di lui era aumentata considerevolmente dalla fine della guerra. Coinvolto in varie lotte di potere e intrighi politici, egli desiderava da tempo andarsene, ma senza lasciare un vuoto”, afferma Megerisi. Le personalità che dovranno costruire Sarraj avranno “nomi già noti, ma che non sono attualmente sotto i riflettori”, ha detto l’esperto di Ecfr. “I colloqui sulla riforma del Consiglio presidenziale sono vecchi quanto lo stesso Accordo politico libico (firmato il 17 dicembre 2015) e tutte le parti coinvolte si batteranno anche per garantire che le altre istituzioni (Alto Consiglio di Stato di Tripoli e Camera dei rappresentanti di Tobruk) rimangano al loro posto. E’ probabile che i nomi proposti per il nuovo Consiglio presidenziale siano collegati ai diversi gruppi politici (dominanti, ndr): saranno nomi che abbiamo sentito prima, ma che non sono attualmente sotto i riflettori, persone come Faisal Gergab e Aref al Nayed”, spiega ancora l’esperto. Gergab è l’attuale presidente del Board della Compagnia delle poste libiche, delle telecomunicazioni e tecnologia dell'informazione, uno dei più stretti alleati di Sarraj. Aref al Nayed, ex ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti, è invece considerato uno dei “cavalli” su cui Abu Dhabi sta puntando per il futuro della Libia.

Il passo indietro del primo ministro di Tripoli segue le dimissioni, rassegnate il 13 settembre ma non ancora ufficialmente accettate, del collega del governo non riconosciuto della Cirenaica, Abdullah al Thinni. Quest’ultimo ha presentato le dimissioni nelle mani del presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, dopo le proteste tenute nell'est della Libia contro il suo governo per la mancanza di servizi. Harchaoui ha risposto con un secco “no” a una domanda sul possibile collegamento tra i due casi. Per Megerisi, si tratta di “dinamiche simili, ma non necessariamente collegate in modo diretto”, dal momento che “Sarraj sta semplicemente cercando di smorzare il livello di pressione a cui è sottoposto sia dalla piazza che da altri attori politici. Questo è un momento di cambiamento e di grande frustrazione popolare, tutta la classe politica ne risente in una certa misura”. Le Nazioni Unite, come detto, stanno portando avanti in Marocco e in Svizzera un dialogo che dovrebbe portare alla nascita di un nuovo Consiglio presidenziale con sede a Sirte. Secondo Megerisi, “è una possibilità” che vi siano contemporaneamente tre governi in Libia: l’esecutivo ufficiale Tripoli, quello non riconosciuto della Cirenaica e un nuovo organismo a Sirte. “Se l’Alto Consiglio di Stato di Tripoli e la Camera dei rappresentanti di Tobruk non abbandoneranno le loro istituzioni, questa è una possibilità. Eppure un nuovo governo è necessario per il progresso. Tutto dipenderà da quanto sarà coeso il prossimo processo politico”.

Il nome di Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del defunto rais, potrebbe tornare in auge in Libia con l’approssimarsi delle elezioni previste a marzo 2021 e dopo che la tribù Qadhafa ha ritirato il proprio sostegno all’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar. Un approfondimento pubblicato dal sito web egiziano “Sasapost” (bloccato in Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perché considerato affiliato alla Fratellanza musulmana), riferisce di una “spaccatura innescata dagli arresti di massa dei membri della tribù, dagli attacchi contro le loro case e da altri atti di violenza di cui sono stati vittime”. Secondo “Sasapost”, Haftar mantiene fragili alleanze nella Libia orientale, mentre il campo avversario è diviso in tre forze che minacciano il suo futuro progetto politico: il governo di Tripoli da una parte, la coalizione legata ad Aguila Saleh dall’altra e ora adesso anche la tribù Qadhafa. “Haftar teme che la tribù si unirà al campo di Saleh, dato che quest’ultimo non ha forze militari. Inoltre, la tribù Qadhafa ha ancora i soldi per acquistare lealtà e molta influenza in modo che i figli del defunto colonnello possano tornare al potere. In particolare, Saif al Islam gode ancora di un ampio sostegno internazionale e tribale. Diversi grandi paesi insistono sul ritiro delle accuse da lui presso la Corte penale internazionale sulla base del fatto che egli può riportare la stabilità in Libia”, conclude il sito web arabo indipendente.

Lo scenario internazionale può aiutare a capire meglio questi ultimi sviluppi politici. Il ministro degli Esteri della Turchia, Mevlut Cavusoglu, ha annunciato che i funzionari turchi e russi sono vicini a un accordo sui criteri per un cessate il fuoco e sul processo politico in Libia. Parlando ieri sera al canale turco "Cnn Turk", Cavusoglu ha dichiarato: “Ieri ad Ankara ci sono state consultazioni sulla Libia, e oggi si parla di Siria. Possiamo dire che siamo arrivati vicini a un accordo sui criteri per un cessate il fuoco in Libia". Ankara è ad oggi il maggiore sponsor internazionale del governo di Tripoli, mentre Mosca sostiene il governo “ad interim” della Cirenaica, al quale ha fornito ingenti quantità di valuta libica stampata in Russia. E’ ragionevole ritenere che né la Turchia, né la Russia abbiano interesse a vedere pericolosi vuoti di potere nelle rispettive aree di influenza. Ecco perché le dimissioni (possibili) di Sarraj e di Al Thinni appaiono, viste da un’ottica più ampia, come tempeste in un bicchiere d’acqua. Secondo Belqassem Qazit, membro dell'Alto Consiglio di Stato libico, il “Senato” che si riunisce a Tripoli, il premier Sarraj avrebbe subito pressioni per sistemare il quadro politico in Libia rapidamente, prima della data delle elezioni presidenziali statunitensi previste per il 3 novembre. Lo stesso Qazit ha sottolineato che si prevede che le dimissioni di Sarraj avvengano in coordinamento con la Turchia.

In una recente intervista a “Nova”, lo stesso politico libico di Misurata aveva detto che anche l’Egitto sta svolgendo “un ruolo molto importante” nella risoluzione della crisi in Libia e senza il contributo del Cairo “non è possibile raggiungere un vero accordo”. Qazit ha preso parte a una delegazione che si è recentemente recata in Egitto per colloqui con la commissione “ad hoc” creata dal presidente egiziano, Abdel Fatah al Sisi, per seguire il dossier libico. “Il nostro obiettivo è ottenere il sostegno dell'Egitto per un cessate il fuoco e il percorso politico che sta avanzando rapidamente. Cerchiamo anche di ottenere l’appoggio dell'Egitto per porre fine al blocco delle esportazioni di petrolio”, aveva detto Qazit, raggiunto al telefono da “Agenzia Nova”. “Il ruolo egiziano è molto importante, può essere criticato e compreso allo stesso tempo. Abbiamo dato la colpa ai nostri fratelli egiziani su alcuni punti. Crediamo che avrebbero potuto essere più creativi di quanto non siano stati. L'Egitto è un importante paese centrale: secondo noi non è possibile raggiungere un vero accordo in Libia senza l'Egitto", aveva detto ancora.

L’esponente dell’istituzione di Tripoli che fa da “contraltare” alla Camera dei rappresentanti di Tobruk, che invece si riunisce in Cirenaica, si era detto favorevole al trasferimento del governo a Sirte, come suggerito dal presidente del parlamento di Tobruk, Aguilah Saleh, e come raccomandato nei recenti colloqui inter-libici tenuti in Svizzera. Proprio a Montreux, sulle sponde del lago di Ginevra si è svolta la scorsa settimana “una tappa” di un percorso per redigere una “road map” da presentare Libyan Political Forum (Lpf), il processo che dovrebbe riunire tutte le iniziative diplomatiche svolte fin qui: da Berlino a Palermo, da Parigi ad Abu Dhabi passando per il Cairo. “Agenzia Nova” ha parlato anche con Naoufel Omeyya Seddik, senior advisor per il Medio Oriente e il Nord Africa del Centre for Humanitarian Dialogue, rientrato dalla Svizzera: “Quello che è successo a Montreux rientra in un processo di dialogo ufficiale più ampio. Ci sono varie consultazioni, abbiamo cominciato con Montreux e continueremo anche dopo Montreux. L’obiettivo è raggiungere le condizioni per la ripresa del processo politico ufficiale sotto l’egida delle Nazioni Unite e fare in modo che questo processo non faccia la stessa fine dei precedenti”. (Lit)
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