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Sahel: domani vertice G5 a Nouakchott, la Francia punta a rafforzare la sua rete regionale di alleanze

Parigi, 29 giu 17:18 - (Agenzia Nova) - L’attuazione delle conclusioni del vertice di Pau, il rilancio della cooperazione regionale contro la minaccia jihadista, i preparativi per il lancio della task force europea Takuba: saranno questi i temi principali al centro del vertice del G5 Sahel in programma domani, 30 giugno, nella capitale della Mauritania, Nouakchott. Un vertice confermato nonostante le misure di restrizione introdotte nell’ambito della pandemia di coronavirus, a conferma del fatto che il Sahel è ormai una regione strategica per molti paesi europei, fra cui l’Italia. Oltre ai leader dei paesi membri dell’alleanza G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger) e al presidente francese Emmanuel Macron, infatti, interverranno al vertice – sebbene in videoconferenza – anche il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e il cancelliere tedesco Angela Merkel, mentre sarà presente di persona il premier spagnolo Pedro Sanchez. Saranno presenti anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il presidente della Commissione dell'Unione africana, Moussa Faki Mahamat, e il segretario generale dell'Organizzazione internazionale della francofonia, Louise Mushikiwabo. Il programma dei lavori di domani, secondo quanto si apprende da una nota dell’Eliseo, prevede un incontro fra Macron e il presidente mauritano Mohamed Ould Ghazouani, seguito da un pranzo di lavoro con i leader africani del G5 Sahel e da una riunione allargata con diversi capi di Stato e di governo di paesi e organizzazioni membri della Coalizione per il Sahel, tra cui appunto Conte e Merkel. A seguire, nel pomeriggio, è prevista una conferenza stampa conclusiva.

La riunione avviene sei mesi dopo il vertice di Pau dello scorso 13 gennaio, nel quale fu concordato il rafforzamento della lotta anti-jihadista sulla base di un approccio fondato su quattro pilastri: il primo di carattere strategico e militare; il secondo riguardante l'addestramento degli eserciti saheliani; il terzo volto alla ricostruzione delle istituzioni e dell’amministrazione statale; il quarto dedicato allo sviluppo. Il primo pilastro, in particolare, si focalizzerà sulla ridefinizione delle operazioni militari nelle aree di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger, dove si sono concentrati principalmente gli attacchi negli ultimi mesi: in questo caso un comando congiunto Barkane-G5 Sahel dirigerà le operazioni e le forze speciali europee inquadrate nella task force Takuba saranno integrate nella forza Barkhane – a guida francese – che già dispone attualmente di oltre 5 mila unità. In questo modo, nelle intenzioni di Parigi, la forza Barkhane (subentrata nel 2014 all’operazione Serval) non si disperderà più e il suo obiettivo sarà quello di diventare una forza di reazione rapida a beneficio degli eserciti locali, condividendo sia le informazioni di intelligence che le missioni nella più ampia coalizione possibile.

Con ogni probabilità il succo della discussione – vista anche la partecipazione al vertice dei principali leader europei – verterà sul contributo fornito dalla task force Takuba (che in lingua tuareg significa “Spada”), concepita per la prima volta proprio in occasione del vertice di Pau e lanciata ufficialmente lo scorso 28 marzo. La task force, che al massimo delle sue capacità arriverà a contare tra i 250 e i 350 uomini reclutati tra le forze speciali europee, dovrebbe diventare operativa all'inizio del 2021 e assisterà gli eserciti regionali nella lotta contro i gruppi armati, integrando gli sforzi compiuti dall'operazione francese Barkhane e dalla forza congiunta regionale del G5 Sahel, composta da truppe di Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. Alla task force parteciperà anche l’Italia, che proprio nelle scorse settimane ha avviato l’iter legislativo per l’approvazione della nuova missione, deliberata il mese scorso dal Consiglio dei ministri. La missione si svolgerà in Mali, che ospiterà il comando operativo ad Ansongo, ed opererà anche in Niger e in Burkina Faso. L’obiettivo primario della missione, si legge nel testo del provvedimento al vaglio del parlamento, sarà quello di “contrastare la minaccia terroristica nel Sahel” mediante lo svolgimento di “attività di consulenza, assistenza, addestramento” a supporto delle forze armate e speciali locali, con l’intento di aiutarle a potenziare le loro capacità di contrasto al terrorismo, mantenimento della sicurezza; e di “fornire gli ‘enabler’ per la condotta di operazioni di contrasto al terrorismo, in particolare mezzi elicotteristici e personale per l’evacuazione medica”.

Nello specifico, il dispositivo nazionale prevede l’impiego di assetti aeroterrestri a supporto delle operazioni, fra cui 20 mezzi e materiali terrestri e otto mezzi aerei, per un numero massimo di 200 unità di personale. La missione, il cui mandato è iniziato il primo gennaio e terminerà il 31 dicembre del 2020, necessita di un fabbisogno finanziario di 15.627.178 euro, di cui 5 milioni di euro per obbligazioni esigibili nel 2021. La presenza di altre missioni internazionali nell’area, sia bilaterali (fra cui la missione Misin in Niger, approvata dal parlamento nel 2018) sia in ambito Onu e Ue, porterà ad una progressiva integrazione delle attività di concorso , addestramento e supporto a favore delle forze di sicurezza locali: in tal senso, il documento prevede la possibilità di “supporti associati da e per le altre missioni insistenti nell’area”, così come “gli assetti nazionali, integrati all’occorrenza da unità delle forze speciali, potranno essere eventualmente impiegati a supporto delle attività di tali missioni”. La task force sarà inizialmente a comando francese ma è probabile che si opterà per una rotazione semestrale del comando tra i paesi aderenti: già in estate il reparto europeo potrebbe raggiungere la prima operatività mentre quella completa è prevista in autunno anche se si tratta di traguardi pianificati prima dell’emergenza coronavirus.

Nel confermare la scorsa settimana, davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato, l’imminente impiego del contingente italiano nella task force Takuba, il ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio ha precisato che i militari italiani saranno dispiegati entro l'estate per poi operare a regime dalla primavera 2021. Il titolare della Farnesina ha inoltre spiegato che l'Italia contribuirà alla missione con l'obiettivo di contrastare la minaccia terroristica nel Sahel, regione che ha acquisito negli ultimi anni "una crescente importanza strategica per l'Italia", e ha sottolineato che la stabilità dei paesi della regione rimane "cruciale per il controllo dei flussi migratori dall’Africa sub-sahariana", essendo ad oggi "gravemente minacciata dalla recrudescenza del terrorismo jihadista". Per contribuire a stabilizzare la regione, ha aggiunto Di Maio, l’Italia ha quindi gradualmente accresciuto la sua presenza nel Sahel, con l’apertura di ambasciate in Niger e Burkina Faso e, prossimamente, in Mali: "Contribuiamo allo sviluppo sostenibile nella regione attraverso l’Alleanza per il Sahel e ne sosteniamo la sicurezza, anche attraverso una rafforzata partecipazione alle missioni europee di addestramento nel settore delle forze armate e di polizia. Nell’ultimo triennio abbiamo stipulato accordi di cooperazione nel settore della difesa con Burkina Faso, Niger e Ciad", ha affermato il ministro degli Esteri.

Alla vigilia del vertice di Nouakchott, fonti dell’Eliseo hanno riferito al quotidiano francese “Le Monde” che il presidente Macron si è detto ottimista. “Il vertice di Pau è stato un momento di rifondazione nel nostro impegno per il Sahel. I nostri partner hanno confermato il loro desiderio di mantenerlo. Da allora, è stata avviata una dinamica virtuosa”, sostengono le fonti, citando le conquiste territoriali contro le milizie dello Stato islamico del Grande Sahara (Eigs) e il migliore coordinamento dell'azione internazionale dopo l’istituzione della Coalizione per il Sahel, lanciata sempre in occasione del vertice di Pau e che da allora riunisce sotto comando congiunto la forza dell’operazione Barkhane (a guida francese) e la Forza congiunta del G5 Sahel, al fine di coordinare al meglio la loro azione concentrando gli sforzi militari nelle tre aree di confine (Mali, Burkina Faso e Niger). Secondo le stesse fonti, d’altro canto, a destare maggiore preoccupazione è la situazione interna al Mali, che sembra aver perso di vista il processo di pace sancito dall’accordo di Algeri del giugno 2015 e pare avviato verso una spirale che rischia di portare il paese verso il caos: il malcontento accumulato dalla popolazione nei confronti del presidente Ibrahim Boubacar Keita, al potere dal 2013 e rieletto per un secondo mandato nel 2018 ma ora sempre più isolato in un contesto politico, sociale ed economico che è reso ancora più drammatico dalla pandemia di coronavirus, è infatti sfociato nelle ultime settimane in proteste di massa che stanno facendo vacillare il suo potere, alimentando al contempo serie preoccupazioni della comunità internazionale che teme un’ulteriore fonte di instabilità in una regione già tormentata come quella del Sahel.

Le manifestazioni sono promosse dall'influente imam Mahmoud Dicko, che guida una coalizione dell’opposizione di recente formazione che chiede riforme politiche ed economiche e la fine della corruzione endemica che affligge il paese. L’ondata di proteste ha conosciuto un’escalation dopo che nelle scorse settimane la piattaforma guidata da Dicko ha respinto la proposta di colloqui avanzata dal presidente Keita nel tentativo di trovare un compromesso, annunciando per tutta risposta l’intenzione di aprire un canale di dialogo con i gruppi islamisti che controllano vaste zone di territorio nel centro e nel nord del paese. Ed è proprio la possibile saldatura fra le istanze rivendicate dall’opposizione (su cui l’influenza dei gruppi religiosi è sempre più marcata) e i gruppi jihadisti – a loro volta legati alle tribù nomadi di etnia fulana, accusati di offrire protezione alle milizie islamiste – a preoccupare maggiormente la comunità internazionale e gli analisti. È di questo avviso, ad esempio, l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri) che di recente ha pubblicato un rapporto in cui prevede un futuro sempre “più incerto e cupo” per il Mali, stretto fra la crescente insicurezza causata dalla minaccia jihadista e la corruzione e la disoccupazione dilaganti. Le tensioni politiche nel paese si sono esacerbate in particolare dopo le contestate elezioni locali del marzo scorso in cui l'affluenza alle urne è stata bassa, in parte a causa dei timori di attacchi da parte di gruppi jihadisti che vagano nel deserto del nord, in parte a causa dell’emergenza coronavirus. Le elezioni si sono svolte, inoltre, in un clima di tensione reso ancora più grave dal rapimento di uno dei leader dell’opposizione, Soumaila Cissé, del quale non si hanno più notizie da quasi tre mesi.

Quanto sta accadendo in Mali, e più in generale nella regione del Sahel, interessa sempre più da vicino le potenze occidentali a partire dalla Francia, che nel paese è presente dal 2013 con oltre 5 mila uomini impiegati prima nell’operazione Serval, poi (dal 2014) con l’operazione Barkhane. Il Sahel è stato teatro negli ultimi anni di una recrudescenza spaventosa di violenze jihadiste che, unite alle ricorrenti calamità naturali e alla recente pandemia di Covid-19, fa della regione una delle aree più insicure al mondo. Secondo quanto dichiarato di recente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dall'inviato speciale Onu per l'Africa occidentale e il Sahel, Mohamed Ibn Chambas, gli attacchi sono aumentati di cinque volte in Burkina Faso, Mali e Niger dal 2016, mentre nel solo 2019 sono morte oltre 4 mila persone, un netto incremento rispetto ai numeri di tre anni fa, quando le vittime erano state circa 770. La situazione è drammatica soprattutto in Burkina Faso, dove i morti sono passati da 80 nel 2016 a circa 1.800 nel 2019. “L’attenzione geografica degli attacchi terroristici si è spostata verso est, dal Mali al Burkina Faso, e sta minacciando sempre di più gli stati costieri dell’Africa occidentale”, ha detto Chambas, secondo il quale gli attacchi sono spesso il risultato di “sforzi deliberati” da parte di estremisti violenti per catturare armi e per controllare le rotte del traffico di attività illecite, tra cui l’estrazione illegale, per sostenere le loro operazioni. (Res)
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